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La crisi nordcoreana in cinque verità

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La crisi nordcoreana in cinque verità

1. La strategia di Trump sulla Corea del Nord sta fallendo. Il presidente Trump aveva detto a gennaio che il test di un missile balistico intercontinentale da parte di Pyongyang «non avverrà»: invece è avvenuto. E non è una cosa di poco conto, perché significa che la Corea del Nord sarà sempre più in grado di colpire gli Stati Uniti con armi nucleari, chimiche e biologiche (non sappiamo se i nordcoreani al momento siano in grado di agganciare a un missile una testata nucleare, ma se non ne sono in grado ora lo saranno presto). Forse i sistemi di difesa antimissile potrebbero fermarli, forse no.

La maggior parte degli esperti giudica improbabile che la Corea del Nord decida di spazzare via Los Angeles solo per il gusto di farlo. Ma «improbabile» non è così rassicurante quando sei nel mirino. E nel caso di un tracollo della Corea del Nord, qualche generale arrabbiato potrebbe decidere che se il regime deve cadere anche gli Stati Uniti dovranno pagare un prezzo.

2. Nemmeno la strategia di Obama e quella di Bush hanno funzionato con la Corea del Nord. Nel corso degli anni gli Stati Uniti hanno fatto la faccia cattiva e hanno teso la mano, ma in nessuno dei due casi hanno ottenuto risultati. Il motivo è che la Corea del Nord è determinata a sviluppare una capacità nucleare per garantire la sopravvivenza del regime. E va detto in effetti che la Libia e l’Iraq sono stati rovesciati anche perché non disponevano di un deterrente nucleare: è molto difficile quindi pensare che Kim Jong-un, il leader nordcoreano, rinunci al suo programma nucleare. L’obiettivo statunitense di denuclearizzare la penisola coreana semplicemente non sembra più molto credibile.

La strategia di Clinton nei confronti di Pyongyang però un po’ aveva funzionato. Nel 1994, il presidente Bill Clinton elaborò un «quadro concordato» per bloccare il programma nucleare di Pyongyang. Era un brutto accordo, con gli Stati Uniti che sostanzialmente allungavano a Pyongyang una «mazzetta» fatta di petrolio e un nuovo reattore nucleare in cambio della rinuncia al programma atomico, e nessuna delle due parti lo ha pienamente rispettato (la Corea del Nord imbrogliò di nascosto continuando a lavorare per dotarsi di tecnologie militari basate sull’uranio). Ma la sostanza è che durante gli otto anni della presidenza Clinton Pyongyang non aggiunse neanche una testata nucleare al suo arsenale.

L’accordo era un pasticcio, ma era un risultato molto migliore di quelli ottenuti durante il primo mandato di George W. Bush (quando la Corea del Nord sviluppò per la prima volta armi atomiche) o il secondo mandato di Bush e i due mandati di Obama.

3. Le pressioni cinesi non sono la soluzione magica. Forse si può convincere Pechino a esercitare qualche pressione in più sulla Corea del Nord, e sarebbe utile soprattutto bloccare il flusso di tecnologie avanzate dalla Cina alla Corea del Nord (i missili di Pyongyang sono costruiti in parte con prodotti importati dalla Cina). Ma Pechino non taglierà i ponti con la Corea del Nord perché non vuole che il Paese crolli: vede con timore la prospettiva di avere un alleato militare degli Stati Uniti al suo confine coreano.

Anche se mi sbagliassi e la Cina fosse disposta a esercitare pressioni enormi sulla Corea del Nord, è difficile immaginare che Pyongyang si piegherebbe e rinuncerebbe al suo programma nucleare. La bomba atomica è la priorità per Kim Jong-un. Negli anni 90 ci fu una carestia che uccise oltre mezzo milione di persone, ma nonostante questo il regime non si spostò di un millimetro dalle sue posizioni. Se ulteriori sanzioni provocassero un’altra carestia e la morte di altri nordcoreani, la cosa non turberebbe Kim abbastanza da spingerlo a rinunciare al suo arsenale nucleare.

4. Le opzioni militari per l’Occidente sono disastrose. Uno dei grandi pericoli dei prossimi anni è che Trump si faccia trascinare in una guerra nella penisola coreana. Gli Stati Uniti potrebbero essere tentati di colpire un sito missilistico nordcoreano, e potrebbe succedere effettivamente. Ma la cosa potrebbe indurre Pyongyang a colpire a sua volta la Corea del Sud e il Giappone dando inizio a una nuova guerra di Corea.

Il problema di fondo è che la Corea del Nord ha 21mila pezzi di artiglieria, molti dei quali puntati su Seul, un’area metropolitana da 25 milioni di persone. Altre centinaia di missili potrebbero raggiungere Tokyo e la Corea del Nord ha sempre il dito sul grilletto per paura che gli Stati Uniti cerchino di far fuori i suoi missili e i suoi pezzi di artiglieria. Le devastazioni per Seul e Tokyo, e per l’economia mondiale, sarebbero colossali in qualsiasi conflitto. Alla fine la Corea del Nord verrebbe rapidamente distrutta, ma a un costo spaventoso. Gary Luck, l’ex comandante delle forze americane in Corea del Sud, diceva che il risultato sarebbe un milione di vittime e mille miliardi di dollari di danni.

5. L’opzione meno disastrosa è la diplomazia. L’obiettivo dovrebbe essere un accordo in cui la Corea del Nord congela i suoi programmi nucleari e missilistici in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e un ridimensionamento delle esercitazioni militari nell’area. Non è chiaro se funzionerebbe, ma la Cina sostiene il concetto generale e alcuni esponenti del regime nordcoreano sono sembrati aperti all’idea.

Sicuramente i negoziati si trascinerebbero, la Corea del Nord potrebbe imbrogliare e in ogni caso è una soluzione che non risolverebbe il problema, ma lo rinvierebbe a tempo indefinito. Ma le alternative – la Corea del Nord che acquisisce la capacità di colpire gli Stati Uniti o il rischio di un’altra guerra di Corea – sembrano comunque peggiori.

La difficoltà di fondo delle relazioni internazionali è che ci sono più problemi che soluzioni, e dovremmo concedere alla diplomazia una possibilità.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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