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Siccità e diluvi cambiano agricoltura e infrastrutture

L'Analisi|Scenari

Siccità e diluvi cambiano agricoltura e infrastrutture

I segnali sono evidenti. C’è siccità. Ci sono temporali furiosi. Gli incendi inceneriscono i boschi sulle colline del Messinese e sui fianchi del Vesuvio. Le colture si disseccano. Il clima cambia, questo ormai pare sicuro; ma la questione del clima non è solo il distacco dell’iceberg Larsen C dai ghiacci del Polo Sud, ma anche cosa accadrà in Italia. E accade che l’Italia deve prepararsi a un cambiamento del modo di produrre e a un cambiamento nel modo di gestire il territorio. Con un clima diverso, con un modo diverso di piovere e di non piovere, cambiano la produzione e il consumo di elettricità, le colture, i princìpi per progettare le infrastrutture.

L’Ispra (Istituto superiore protezione ambientale) ha provato a riassumere in una frase il cambiamento del clima rilevato l’anno passato: «Temperature medie annuali sempre sopra la media, particolarmente alte nel mese di dicembre 2016, scarse precipitazioni, eventi estremi a novembre in Liguria e Piemonte con piogge record pari a 583 mm in un solo giorno e 100 mm in un’ora», dice il rapporto presentato l’altro giorno.

Il termometro (in senso metaforico) più evidente di come preparare il Paese al nuovo clima è Venezia, 20 milioni di turisti l’anno al livello medio mare. Se nello sciogliersi del ghiacci i mari saliranno, bisogna preparare alla necessità del Mose la meta turistica più desiderata al mondo: le dighe mobili oggi contestatissime tra qualche anno saranno invidiatissime. Stando al rapporto Ispra «Gli indicatori del clima in Italia», tutti i mesi del 2016 sono stati più caldi della norma: in particolare dicembre al Nord (+2,76 gradi), febbraio al Centro (+3,02) e aprile al Sud e sulle Isole (+2,99 gradi). Piogge furiose: a Fiorino (Genova) il 22 novembre scorso in un’ora sono caduti 100,8 millimetri d’acqua. Piogge inesistenti: a Capo Bellavista (Nuoro) l’anno scorso non è piovuto per 334 giorni, a Catania Fontanarossa e a Siracusa per 333 giorni. Per dissetare la terra secca non sarebbe servita nemmeno una danza della pioggia con stregone e maschera.

I bacini idroelettrici e i laghi di Piemonte e Lombardia sono bassi, ma entro un limite di accettabilità (dell’88,6% per il lago d’Iseo, 86,5% il lago Maggiore, 77,1% il lago di Como). Ma sulle Alpi Orientali, in Veneto, Friuli e in Trentino, le dighe idroelettriche ormai pescano il fango del fondo. Il lago di Garda è appena al 42% di riempimento. Gli acquedotti non riescono più a trovare le falde acquifere sotterranee sotto i fiumi del Triveneto, sotto il Piave e il Tagliamento. Nel sottosuolo, la falda d’acqua dolce non spinge più via quella salata del mare. E come i bambini scavando nella sabbia della spiaggia trovano l’acqua dopo poche manate, così i pozzi della pianura sparano sul granturco sitibondo getti potenti d’acqua salmastra, arrivata dal mare a impregnare il sottosuolo dell’entroterra.

Che cosa dicono questi eventi?

Primo, questi fatti dicono che bisogna cambiare il modo in cui pensiamo la produzione agricola. Le colture tipiche del Mezzogiorno si sposteranno verso l’Alta Italia e ci saranno oliveti assai più a Nord, per esempio in val Lagarina o in Valtellina, rispetto a quelli che oggi rendono celebre il Garda e la Liguria.

Secondo effetto, cambia il modo di consumare elettricità. Si useranno molti più chilowattora per raffreddare primavere e autunni caldi ed estati torride, e molto meno per riscaldare inverni mitissimi. E raffreddare non significa solamente il funzionamento del condizionatore dell’ufficio, della casa o dell’automobile: significa che dovranno lavorare più a lungo i compressori dei frigoriferi di casa, dei banchi refrigerati nei supermercati e di tutta la catena del fresco e del freddo. Significa maggiore quantità di derrate deperite e immangiabili. Significa maggiore stress per le centrali elettriche. E un diverso utilizzo delle centrali idroelettriche.

C’è un altro elemento. Il clima, come si sta sperimentando, tenderà ad accentuare i fenomeni estremi: lunghissimi periodi senza pioggia interrotti da tempeste furiose e brevissime.

È probabile che i nostri nipoti non vedranno spesso gli autunni di cielo grigio interminabile cui erano abituati i nostri nonni, le lunghe settimane di pioggia dei novembri e dei marzi in cui cadeva la maggior parte dei 3 miliardi di metri cubi d’acqua che il cielo manda ogni anno sull’Italia. Pioggia che ricarica i bacini idroelettrici, ora pieni per appena il 37%, che riempie i fiumi e dà respiro alle falde del sottosuolo da cui pescano gli acquedotti. Pioggia sulle cui quantità sono tarati i canali e le rogge, le misure delle gronde, le inclinazioni dei ponti, la forma dei tetti e il dimensionamento delle tegole, le spallette e gli argini dei fiumi, l’uso dei fiumi per le acque di raffreddamento delle centrali termiche, l’uso irriguo delle acque del sottosuolo, più scarse e spesso salate.

Il cambiamento del regime di pioggia, con enormi quantità d’acqua concentrate in tempi brevissimi e accompagnate da venti furiosi, chiederà criteri diversi di progettazione delle infrastrutture, concepite ancora oggi secondo gli standard climatici dell’Ottocento e del Novecento. E chiederà un diverso modo di pensare il territorio, fragilissimo e infiammabile. Messina e il Vesuvio chiedono più forestali, più aerei antincendio, una cultura più attenta del territorio in cui viviamo.

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