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Spesa sociale al top con la previdenza, briciole ai giovani

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Spesa sociale al top con la previdenza, briciole ai giovani

Alta, e mal distribuita. Sono le due caratteristiche della spesa «sociale» italiana fotografate dalle statistiche internazionali; il tutto alla vigilia di una legge di bilancio che, come spiegato nei giorni scorsi dalla commissione europea, potrà poggiare su un aggiustamento dei conti più leggero rispetto a quello imposto dalle matrici del Patto di stabilità se riuscirà a migliorare la dinamica della spesa primaria, oltre ovviamente ad avviare la riduzione del debito/Pil. Ma andiamo con ordine.

Il capitolo previdenza è uno degli snodi cruciali nei tentativi di ridurre il peso della spesa primaria sul prodotto interno lordo. Per due ragioni: la sua consistenza e la sua dinamica. Nei conti trimestrali dell’Istat la voce «previdenza e assistenza», al cui interno le pensioni pesano per nove decimi, è arrivata nel 2016 a pesare 337,5 miliardi di euro, cioè il 10,9% in più rispetto al 2011. A spingerla, nonostante la riforma delle pensioni targata Fornero che ha garantito la sostenibilità di lungo periodo, è stata la dinamica demografica, aiutata però dalle salvaguardie a tappe per gli esodati: gli otto interventi costruiti fin qui hanno allargato il raggio d’azione a 172mila persone, per un costo da 16-17 miliardi fra 2012 e 2023.

Proprio la previdenza è il pilastro su cui si fonda il primato italiano in Europa nella spesa che la contabilità Ue etichetta come «social benefits». Nel nostro Paese, spiegano le banche dati della Commissione europea, questa casella vale nel 2017 il 20,2% del Pil, e crescerà di un altro decimale l’anno prossimo. Al secondo posto si piazzano ex aequo Finlandia e Grecia, con una spesa proporzionalmente analoga (19,8% del Pil) ma diversa negli effetti, mentre al terzo arriva la Francia (19,6%). La media dell’area euro si attesta al 17%, cioè un pò più in alto dell’Unione europea nel suo complesso (16,1%).

Proprio la centralità previdenziale del nostro sistema produce un’altra caratteristica della spesa italiana, fotografato dall’Ocse nell’ultimo rapporto «Government at a glance» diffuso giovedì scorso. Ogni 100 euro dedicati alla «protezione sociale», 64,3 sono rivolti alla popolazione anziana, contro i 53,5 registrati dalla media Ocse. Una tendenza più netta si incontra solo in Grecia (76,6% della spesa alla popolazione anziana) e Portogallo (67%), mentre in Francia si scende al 55,2% e in Germania non si va oltre il 48,3 per cento.

Con un peso così consistente delle pensioni, resta poco per le altre attività pubbliche di promozione sociale. Per inquadrare il problema serve qualche altra cifra, significativa. Alla lotta alla disoccupazione vanno 5,5 euro ogni 100 di spesa sociale, contro i 7 euro della media Ocse, i 9,2 della Germania o gli 11,8 della Spagna. All’esclusione sociale sono destinate le briciole (1,2% della spesa, cioè meno di un terzo della media Ocse e meno di un quinto rispetto ai Paesi più attenti al tema), e all’housing sociale non resta praticamente nulla: il due per mille della spesa, mentre i Paesi Ocse girano in media a questa voce il 2,6 per cento.

Il dibattito degli ultimi giorni non sembra andare in questa direzione, insomma, ma uno dei compiti della manovra dovrebbe essere quello di ripensare la distribuzione della spesa oltre a ridurne la sua incidenza sul Pil. Sul secondo versante, se le previsioni più “ottimiste” di questi giorni (ultima quella diffusa da Bankitalia venerdì, che vede una crescita 2017 all’1,4%) troveranno conferme, il compito dovrebbe rivelarsi tutto sommato meno ostico del solito. L’aggregato messo sotto i riflettori dagli esami di Bruxelles, come spiega la lettera indirizzata mercoledì scorso al Mef dal vicepresidente della commissione Ue Valdis Dombrovskis e dal commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, è quello della spesa primaria, quindi le uscite correnti al netto degli interessi sul debito, che rappresenterà il metro «primario» per misurare l’adesione italiana alle raccomandazioni.

A questo proposito va detto che già il Def varato ad aprile prevede una parabola discendente di questa voce, che secondo i programmi passerebbe dal 41,9% del Pil di quest’anno al 41,1% del 2018 per arrivare al 40,1% del 2020: una dinamica, questa, basata su stime di crescita più prudenti di quelle fotografate dalle ultime previsioni, che quindi potrebbero aiutare a far quadrare i conti.

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