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Il «taglio uralico» di Maranghi

L'Analisi|Interventi

Il «taglio uralico» di Maranghi

Dalla metà degli anni 70, Enrico Cuccia, citando un vecchio cartello dei tram romani che invitava a «prepararsi in tempo a scendere», aveva predisposto con cura le linee di successione interna per il momento in cui egli avesse dovuto lasciare la guida di Mediobanca. Avvicinandosi ai 70 anni (era nato nel 1907), sapeva che l’Iri gli avrebbe chiesto quanto prima di ritirarsi per motivi di età e temeva le pressioni politiche per immettere dall’esterno qualcuno che potesse impadronirsi di quello che era diventato il punto di snodo più importante dell’economia italiana.

La soluzione immediata era Silvio Salteri, di antica provenienza dal Credito Italiano, che aveva gestito in modo impeccabile il servizio dei crediti. Ma in prospettiva l’uomo che Cuccia aveva in mente era Vincenzo Maranghi - Vincenzino come lo chiamava affettuosamente pur dandogli rigorosamente del lei secondo il rigido protocollo della banca. Questi era entrato in Mediobanca nel 1962 su presentazione dell’amministratore delegato della Pirelli, Emanuele Dubini, dopo una breve esperienza giornalistica al Sole e a Quattrosoldi dell’editore Mazzocchi; aveva lavorato fin da subito nella segreteria di Cuccia ed era progressivamente divenuto il suo principale collaboratore con la responsabilità di tutti i dossier speciali, cioè di tutte le questioni complicate di riassetto del sistema industriale che affluivano in via Filodrammatici.

Maranghi aveva agli occhi di Cuccia alcune qualità che gli sembravano indispensabili per tutelare nel tempo la posizione di Mediobanca. Era un uomo molto intelligente nel senso che capiva rapidamente i punti di fondo dei problemi di cui si occupava nonché le motivazioni dei vari protagonisti; a contatto con Cuccia aveva sviluppato, come lui stesso diceva, una notevole fantasia nell’individuare soluzioni originali e inattese; ed era, soprattutto, un uomo di coraggio, come era stato ed era Cuccia. Non aveva paura di decidere e non esitava a prendere posizioni non condivise o rischiose e a mantenerle per tutto il tempo necessario. Cuccia ne conosceva anche il tratto più difficile, una certa durezza di carattere che gli impediva di trovare dei punti di equilibrio anche quando il farlo avrebbe consentito di rendere più agevole la ricerca di un accordo complessivo.

Cuccia era realista: «Se è caduto l’impero romano...», diceva; ma non era disposto a cedere Mediobanca senza combattere. Per questo, quando nel 1982 l’Iri gli impose per limiti di età di lasciare il posto di direttore generale e quindi l’incarico di amministratore delegato, ottenne che a succedergli fosse Silvio Salteri, mentre Maranghi continuò a gestire i dossier più complicati. Contemporaneamente, sapendo che le condizioni che avevano consentito a lui di lavorare liberamente – il rapporto strettissimo con la Comit e il Credito, le buone relazioni con la Banca d’Italia e l’Iri e un certo rispetto della politica – non esistevano più o stavano venendo meno, diede vita a una straordinaria battaglia per la privatizzazione di Mediobanca contro l’ostilità di buona parte del mondo politico.

Lo scontro durò oltre cinque anni ma si concluse con successo. A quel punto, era il 1988, Maranghi divenne amministratore delegato e Cuccia presidente onorario. Nella prima riunione del consiglio di amministrazione della nuova fase, dopo essere stato acclamato presidente onorario, Cuccia prese la parola. Ricordò che Raffaele Mattioli, costretto nel 1972 a lasciare il posto di amministratore delegato della Comit, aveva detto orgogliosamente che, anche se fosse stato un commesso della Comit, la gente sarebbe andata egualmente da lui. Lo diceva – disse Cuccia – per segnalare che egli non aveva alcuna fiducia nei successori. Ma i miei successori - aggiunse - conoscono il mestiere bene quanto me e quindi non ci sarà bisogno di venire a parlare con me. E nelle riunioni del consiglio non prese mai più la parola. Anche se le sue giornate di lavoro restarono le stesse e la consuetudine dei rapporti fra lui e Vincenzino assolutamente immutata.

Restava peraltro il problema delle banche azioniste, per cui nel 1993 Mediobanca organizzò i noccioli duri che avrebbero rilevato la Comit e il Credito. Con questa mossa Cuccia sperava di avere messo in maggiore sicurezza la posizione di Mediobanca, anche se sapeva che, comunque, all’indomani della sua scomparsa Maranghi si sarebbe trovato solo a difendere l’autonomia di Mediobanca. L’avrebbe fatto con quella «durezza e taglio uralico» che gli aveva raccomandato trasferendogli nel 1987 con una bellissima lettera un tagliacarte di pietra degli Urali che Mattioli aveva donato a Cuccia nel 1947 quando questi aveva compiuto 40 anni e l’avventura di Mediobanca era solo agli inizi. Da allora e fino alla sua scomparsa, Cuccia aveva continuato ad aiutarlo con il consiglio e con una capacità di smussare gli angoli delle relazioni con gli azionisti verso i quali Maranghi mostrava spesso impazienza.

Come Cuccia aveva previsto, nel 2000, all’indomani della sua morte ebbe inizio l’assedio a Mediobanca. La Comit, entrata dell’orbita dell’avvocato Giovanni Bazoli, che nonostante qualche rapporto personale con Cuccia, aveva un’ambizione fortissima per fare del suo insieme di banche il centro unico della vita italiana, non era certo una banca amica; l’amministratore delegato di UniCredit, Alessandro Profumo, si sentiva totalmente estraneo al “vecchio” mondo di Mediobanca e comunque era più interessato all’espansione in Germania e nei Paesi dell’Est. Cesare Geronzi, che pure se si presentava come un amico della banca, aveva in animo, anche perché in quel momento godeva della fiducia piena del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, di scalare lui stesso il vertice di Mediobanca. Si erano anche deteriorati, fin dagli anni 90, i rapporti con la Fiat che versava in condizioni difficili e in cui l’avvocato Agnelli appariva sempre più distante rispetto alla nuova dirigenza.

La prima richiesta a Maranghi fu di mettere un presidente esterno al posto di Franco Cingano che aveva presieduto con grande dignità Mediobanca dal 1988 in avanti. Furono fatti vari nomi, ma Maranghi fu inflessibile nella difesa di Cingano. Poi vi fu uno scontro sulla Edison. Fu bloccato il tentativo di Maranghi di assicurarne il controllo italiano, favorendo invece l’ingresso nell’azionariato dell’ente pubblico elettrico francese. Infine venne la rottura con UniCredit sul problema della Ferrari.

Merita di soffermarsi su quest’ultima vicenda. Nel primo semestre del 2002 la Fiat, in piena crisi produttiva e con un indebitamento imponente, nella necessità di un sollievo finanziario, aveva affidato a UniCredit, a Deutsche Bank e a Intesa la quotazione in Borsa della Ferrari. Mentre l’operazione era data per fatta, giunse come fulmine a ciel sereno la notizia che Mediobanca, agendo in proprio e per conto di Commerzbank e della Banca Popolare dell’Emilia Romagna, aveva acquistato dalla Fiat il 34% della Ferrari per una cifra di 775 miliardi di lire, ben più alta del valore implicito nella progettata quotazione della casa automobilistica. L’operazione venne giudicata al momento azzardata e ovviamente creò un turbine nei rapporti con UniCredit, l’azionista principale di Mediobanca, che lamentò di non essere stato informato di una trattativa parallela alla propria. Vi fu un’indagine conoscitiva della Commissione Industria della Camera dei deputati, davanti alla quale Maranghi difese con fermezza le proprie scelte e disse: «Se, come tutti ci auguriamo, vi sara maggiore tranquillità sui mercati finanziari, si potrà verificare che la Fiat, oltre all’introito che ha gia realizzato entro il 30 di giugno, e che incide sulla situazione dei conti semestrali sia dal punto di vista economico sia da quello finanziario, potrà anche beneficiare dell’eventuale maggior prezzo che si dovesse ricavare in sede di quotazione in Borsa del titolo Ferrari».

Ed in effetti così fu. Nel giro di poco tempo l’affare risultò ben concepito: Mediobanca chiuderà la partita con una plusvalenza di circa 175 miliardi di lire, ma anche la Fiat godrà, non solo del sollievo di cassa, ma anche della rivalutazione delle azioni Ferrari che collocherà in Borsa tra il 2015 e il 2016 a un controvalore di 9 miliardi di euro.

L’operazione Ferrari fu il canto del cigno di Maranghi. Aveva dimostrato durezza e taglio uralici e non aveva avuto paura. Ma lo schieramento contrario ora comprendeva la Banca d’Italia, UniCredit, il Banco di Roma e una parte degli azionisti privati di Mediobanca che avevano paura dell’isolamento della banca. In quei mesi del 2003 la battaglia era persa. Ma fu qui che Maranghi mostrò le sue qualità di fondo e il suo attaccamento all’indipendenza di Mediobanca. Dopo aver fatto mostra di voler resistere, accettò di andarsene, rifiutando ogni liquidazione se non quella contrattuale, ma pose la condizione che la guida della banca dovesse restare nelle mani della prima linea di dirigenti che erano cresciuti sotto Cuccia e sotto di lui. Pur di chiudere la partita con Maranghi, la soluzione venne accettata, ma Mediobanca ha mantenuto la sua indipendenza proprio grazie a quell’estremo sacrificio.

Vincenzo Maranghi è scomparso il 17 luglio 2007, tradito da un male incurabile. La sua storia dimostra che Cuccia aveva visto bene nelle qualità dell’uomo che aveva prescelto per continuare – come gli aveva scritto nell’87 - «un passato a Lei e a me caro». E vale la pena di leggere qualche riga della lettera che Cuccia gli aveva scritto pochi giorni prima di morire, che così iniziava:

«Carissimo Vincenzino, quando leggerà queste righe il nostro sodalizio avrà avuto fine per decisione della Provvidenza a cui sono grato per averlo fatto nascere. È stato un sodalizio eccezionale per i forti legami affettivi che si sono stabiliti fra noi; e non debbo certamente dire a Lei l’importanza che la nostra amicizia ha avuto nella mia vita da quando La ho conosciuta...».

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