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Dossier Irlanda, visioni e limiti di sapienza

    Dossier | N. 18 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Irlanda, visioni e limiti di sapienza

    Amo pensare che da questi luoghi d’incanto siano passati tre irlandesi che hanno creato i modelli del sognare e del pensare europeo. Si tratta di san Brandano, san Kevin di Glendalough nel VI secolo, Giovanni Scoto Eriugena nel IX. Il primo – secondo le leggende raccolte nella Navigatio sancti Brendani (scritta nel X secolo) – non fece che navigare nelle insenature della mente sino al Paradiso; il secondo mai volle muoversi da qui, da Glendalough, e quando gli venne la tentazione di andare a Roma per cercare reliquie per il suo monastero, venne dissuaso da San Ciarán di Clonmacnoise, con un bell’apologo: «Le uova degli uccelli non si schiudono mentre questi volano», sicché egli rimase a covare le vocazioni dei suoi novizi; e Giovanni Scoto che volle investigare le ragioni della Natura (nel suo Periphyseon) «rispettando la corretta proporzionalità delle intelligenze» [«congrua intelligentiarum proportionalitate», III, 693b], come se questa piccola terra tenesse in sé la certezza di ogni finalità. Bene l’ha inteso Seamus Heaney (1939-2013) nel suo St Kevin and the Blackbird (1996): «And then there was St Kevin and the blackbird»; ecco: «E poi c’era San Kevin e il Merlo. / Il Santo è in ginocchio, le braccia stese, dentro / La sua cella, ma la cella è stretta», così – distese fuori le braccia- viene a planargli nel palmo un merlo e lo fa suo nido. « Kevin sente le uova calde, il seno piccolo […] / […] e, trovandosi collegato / Nella rete della vita eterna, // È mosso a pietà: ora deve tenere la mano / Come un ramo fuori sotto il sole e la pioggia per settimane / Fino a quando i giovani sono nati ed è tempo di volare. // E poiché il tutto è immaginato comunque, / Immaginate di essere Kevin. […]». Ecco allora che il corpo diviene il libro della preghiera e della natura: «Alone and mirrored clear in love’s deep river, / ’To labour and not to seek reward,’ he prays, / A prayer his body makes entirely / For he has forgotten self, forgotten bird / And on the riverbank forgotten the river’s name»; nel fiume profondo dell’amore avendo infine tutto dimenticato.

    Sono qui per toccare queste radici d’Europa: passeggio tra la torre-minareto, i resti di arcate conventuali, i fiori e le acque, con Igor Candido, allievo d’un tempo e ora professore a Trinity College a Dublino. Il nostro continente è - a Glendalough - sorgivo: sogno, fedeltà, oblazione. Figli perduti di Eden, non facciamo che cercarlo o ricrearlo, a nostro sollievo e detrimento: «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, amen. Questo libro si è di San Brandano che fu di Scozia oltra lle parti di Spagna, e com’egli stette sett’anni fuori del munistero cercando le terre di promissione, cioè molte isole stranie per lo mare Ozian e su nel Paradiso terresto dove Iddio allogò Adamo ed Eva» (versione toscana della Navigatio).

    Ora noi chiamiamo “notti bianche” quei lunghi albori che congiungono d’estate da san Pietroburgo a Stoccolma il crepuscolo e l’alba; ma allora era la certezza di un giorno di luce perenne che non avrebbe avuto né turbamento né variazione né morte: «Egli è oggi un anno che tu sse’ in questo viaggio co’ tuoi frati, cioè compagni; in questa isola tu non ài veduto notte, ma sempre dì chiaro e si è quaranta dì che voi non avete mangiato né bevuto né avuto sonno; sappiate che in questo luogo non è mai notte ma sempre dì chiaro, e mai non c’è nugolo né piova né alcuno turbamento d’aria né di tempo, e mai non c’è infermità, né mai non rincresce questa istanza, né non c’è tristezza né male né dolore, né morire si può. Ed [è] sì grande luce e nonn-è né sole né luna né stelle, ma è del solo Iddio e prezioso nostro signore, dal quale nasce tutti e’ beni e tutte le grazie; e sì v’à fatto bene grazia che pochi sono quegli che sieno venuti a questo che voi avete veduto e sentito». Da Eden a Gerusalemme: quale miglior sogno di questo? Lasciare la suggestione dell’origine smarrita, e sedersi alla novella Pasqua con l’Agnello benedetto? Ecco dunque il capitolo dedicato all’uopo: Come trovorono lo procuratore de’ poveri di Cristo e trovorono le pecore molte grandi e là dove fece la cena [d]elSignore el giovedì santo: «Essendo la nave bene carica di vettovaglia e di quello che bisogna, el procuratore de’ poveri disse a l’abate: “La vostra nave è molto ben fornita e piena di cose, e non vi dubitate che vi manchi; andate oggimai quando voi volete, io vi manderò, passati otto dì, di tutto quello che vi bisognerà per mangiare e bere, e manderòvi tanta vetuvaglia che vi basterà insino alla Pentecoste”».

    Più un paese di Bengodi che un monte Sion della Pasqua sacrificale! Dicono che Dante possa essersi ispirato alla Navigatio; penso piuttosto, ricordando «l’isola degli uccelli bianchi» che ne abbia tratto beneficio Rabelais. Mentre tutto il pensare di Dante, e poi di tutto l’Occidente, è stato un arrovellarsi, con Giovanni Scoto, «fra l’oscurità delle cause e la chiarezza degli effetti» («inter obscuritatem causarum et claritatem effectuum»); e da lì secoli di dispute e scorciatoie: se chiari sono gli effetti, dovranno essere chiarite le cause; se oscure sono le cause e chiari gli effetti, vuol dire che abbiamo solo effetti, o meglio realia senza causa…

    Ah Giovanni Scoto! Fatale fu la discesa in continente; nel 843 chiamato da Carlo il Calvo a dirigere la Schola Palatina, tradusse dal greco Dionigi l’Areopagita, e insieme volse in latino gli scritti di Origene e dei Padri cappadoci (San Basilio Magno, San Gregorio di Nissa), unendo nel segno del neoplatonismo tradizione greca e latina. Fu tuttavia sospettato di eresia e condannate alcune proposizioni del suo De divisione naturae. E c’è da pensare che la sua teoria della divina nescentia abbia a ragione lasciato perplessi: «Dio dunque non sa che cos’è esso stesso [Deus itaque nescit se quid est], perché non è un “che cosa”, davvero incomprensibile in “qualcosa” , sia a sé stesso che a ogni intelletto». Sì ch’egli arriva a proporre, per salvare una indefinibile totalità divina: «Nescit igitur quid ipse est, hoc est nescit se quid esse [Non sa dunque di essere qualcosa. Ignora cioè di essere qualcosa, perché sa di non essere assolutamente niente di ciò che si conosce in “qualcosa”]» (II, 589c). Un dio talmente alto da non poter più essere pronunciato; per salvarne la purezza, se ne perse l’Incarnazione.

    Per questo Glendalough è il crocevia delle nostre storiche contraddizioni; se non dovessi concluderlo a Roma, il viaggio finirebbe qui, nel palmo di un santo che cova i merli (di gran lunga precedendo san Francesco) e di un filosofo che è talmente geloso della plenitudine del suo Dio da renderci del tutto afasici verso di lui. Forse dunque non resta che seguire san Brandano e cantare con lui (e con Heaney) la sapienza degli uccelli: «San Brandano non dormì ma stette in orazione, e quando fu l’ora del mattino egli li chiama. Essendo levati, cominciano a dire matino dicendo: Domine, labia mea aperies et os meum etc.; e quando ebbono detto mattutino, tutti quelli uccelli co ’l becco e co ll’alie pareva che dicessono soavemente: Laudate eum, omnes angeli eius, laudate eum, omnes virtutes [eius]. […] E quando fu ancora chiaro, e li uccelli cominciano tutti a cantare per prima dicendo così: Dominus, sapientie initium, timor Domini. […] E in questo modo i detti uccelli rendevano laude al nostro signore Iddio». Ripartiamo con Igor cantando.

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