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La solidarietà economica che può aiutare l’Africa

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La solidarietà economica che può aiutare l’Africa

Trattando di Africa e di migrazioni verso l’Europa le opinioni vanno dalla affermazione “aiutiamoli a casa loro” fino a “accogliamoli tutti”. Non si tratta di una alternativa perché la cooperazione allo sviluppo e le migrazioni, se governate, sono complementari. Il principio su cui fondare le politiche è la solidarietà che risulta ad un tempo umanitaria ma anche economica e civile tramite la concretezza di una cooperazione euro-africana che può portare risultati favorevoli sia ai promotori che ai destinatari delle politiche.

Una novità euro-africana. Non bisogna però perdere tempo perchè la dinamica demografica dell’Africa, pur essendo in rallentamento, porterà quella popolazione dagli attuali 1,25 miliardi a 2,5 miliardi entro il 2050. Ovvero 5 volte la popolazione europea attuale. Nel contempo l’attrattività dell’Europa è aumentata raggiungendo fino a 500mila immigrati annui. Cifra non enorme in quanto pari allo 0,1% della popolazione della Ue ma tale da creare molti problemi politico-istituzionali e socio-economici a causa della sostanziale impreparazione europea.

Eppure l’Europa a livello aggregato (Unione più Stati membri) esprime in vari modi il suo solidarismo al punto che nel 2016 è stato il primo contributore di aiuti allo sviluppo con 70,5 miliardi di euro pari al 60% del totale mondiale. L’entità è notevole ma in termini procapite picccola perché se tutti andassero alla popolazione dell’Africa si tratterebbe di 56 euro annui a persona. Non servirebbe a nulla e perciò bisogna puntare tutto sul profilo qualitativo declinando l’ «esportazione della solidarietà» su due filiere: quella economica, che va dall’istruzione, alla infrastrutturazione, all’industrializzazione, alla imprenditorialità; quella civile, che va dalla scuola, alla sanità, alla salute, alla demografia, alla parità di genere, alla sicurezza. Gradualmente questi due percorsi di solidarietà economica e civile (Sec) dovrebbero portare infine alla democrazia nei Paesi che mai l’hanno avuta. Su questa premessa vediamo l’attuale situazione europea.

Africa Sub-Sahariana o Mediterranea? Attualmente quasi tutta l’emigrazione verso la Ue viene dall’Ass (Africa Sub-Sahariana) ma transita dall’Am (Africa Mediterranea). In quale delle due aree è meglio che la Ue intervenga con Sec, avendo una ragionevole probabilità di successo? Secondo il think-tank Bruegel (con un rapporto elaborato in aprile per l’Ecofin) con la crescita del reddito pro capite di Paesi più poveri quali sono quelli Ass i flussi migratori aumentano, per poi scendere marcatamente quando il livello del reddito reale pro capite raggiunge i 7mila-9mila dollari annui. Con riferimento al 2015 i Paesi della Ass cifrano 3.500 dollari annui pro capite in parità di potere d’acquisto mentre quelli dell’Am (Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia) sono tutti sopra i 10mila, salvo il Marocco che è a 7.500. I Paesi Am sono dunque già attrattivi anche se ben lontani da quelli della Ue 28 con i loro 35.500 dollari annui pro capite. Su questa e su altre constatazioni la Ue dovrebbe intensificare al massimo la cooperazione allo sviluppo con la Am che è il confine economico e politico all’emigrazione clandestina verso l’Europa ma che può diventare anche un motore per lo sviluppo dell’Ass per la maggior contiguità con la stessa. Così sarebbe anche possibile aprire dei flussi regolari di migranti dal compact di Ass e Am verso l’Europa che ha bisogno di più giovani per reggere la sua economia.

L’Africa Mediterranea. Ci sono già molti interventi della Ue. Tra gli stessi quelli dalla Bei e dalla Ebrd ovvero le due principali Banche intergovernative europee per lo sviluppo. Un esempio(tra i molteplici) di intervento della Bei è per il Green for Growth Fund, al quale contribuisce con le banche di sviluppo tedesca e olandese e con la Ibrd (banca del sistema dell’Onu) per lo sviluppo di reti infrastrutturali energetiche verdi nel Maghreb (Tunisia, Marocco, Egitto) e parte del Mashreq (Libano, Giordania e territori Palestinesi). L’intervento è complementare a quello della Ebrd che ha una portata più ampia anche perché si inserisce nell’ambito Mena (Middle East and North Africa) congiuntamente all’Ufm (Union for the Mediterranean) che comprende i Paesi della Ue e 15 Paesi delle sponde Sud ed Est del Mediterraneo. Tutte queste iniziative sono coerenti con gli accordi sul clima (Cop 21 e Cop 22) e con Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile.

Sono interventi importanti ma dubitiamo della loro portata per una programmazione economica coordinata nella quale i Paesi europei si identifichino smettendo di privilegiare le politiche nazionali e gli accordi bilaterali. Ci vorrebbe pure una maggiore cooperazione tra i Paesi Am che hanno delle potenziali complementarietà economiche anche se varie rivalità politiche. Con una popolazione di circa 180 milioni e con le crisi che hanno bloccato il turismo hanno tuttavia realizzato un tasso medio annuo di crescita del Pil sul 2011-2016 (esclusa la Libia) intorno al 3% che con la cooperazione potrebbe crescere di molto. L’Europa dovrebbe però spostare molte risorse verso il suo Sud (come a suo tempo fece per i Paesi dell’Est oggi diventati euroscettici!) come ponte della Ue verso la Am.

Partnership per l’Africa. Il recente G20 in Germania ha ripreso i temi della cooperazione per uno sviluppo sostenibile dell’Africa affiancando al tradizionale approccio innovazioni quali il sostegno alla micro-imprenditorialità economica e rurale, allo sviluppo di un mercato del credito e altro. Centrale alla nuova partnership, che riprende le linee di cooperazione Ue già esistenti, è quella degli investimenti sulle infrastrutture energetiche.

È una enfasi corretta ma la Ue, malgrado l’attuale aumento degli interventi, non può essere l’Operatore guida nell’area Ass. È questo un ruolo che spetta soprattutto alle Agenzie dell’Onu e che richiede un’intesa (anche dell’Europa) con la Cina che è il primo investitore istituzionale in Africa. Xi Jinping al Forum di cooperazione Cina-Africa del dicembre 2015 annunciò lo stanziamento di 60 miliardi di dollari per dieci progetti di sviluppo a conferma della crescente presenza finanziaria-attrattiva-industriale cinese in Africa.

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