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L’ordine mondiale e il ruolo dell’Europa

L'Analisi|Global view

L’ordine mondiale e il ruolo dell’Europa

La Pax Americana, che regnava da alcuni decenni, ha i giorni contati. Dopo i primi mesi di presidenza Trump all’insegna di «America First» (prima l’America) – o per essere più precisi «America alone» (solo l’America) – il tradizionale ruolo stabilizzatore degli Usa non è più così scontato. Con lo sgretolamento della supremazia americana sull’ordine internazionale e del ruolo degli Usa come «Nazione indispensabile», si stanno affermando altri Paesi o altri attori. Cosa significherà per il cosiddetto ordine internazionale liberale?

Questa nuova multipolarità non è in contraddizione con un sistema globale equo e inclusivo: le potenze emergenti come la Cina non sono pronte a prendere il testimone e l’Ue, se ritrova la fiducia, potrebbe ancora avere un ruolo costruttivo. Secondo la teoria delle relazioni internazionali, «l’internazionalismo liberale» promuove l’apertura e l’ordine sanciti dalle organizzazioni multilaterali. Alla fine della Seconda guerra mondiale questi principi erano il fondamento ideologico di trattati come l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (Gatt) dal quale sarebbe poi nata l’Organizzazione mondiale del commercio. La Guerra fredda ha sferrato un duro colpo all’ambizione globalizzante dell’internazionalismo liberale, strettamente associata all’Occidente geopolitico e in particolare agli Usa e al Regno Unito. La caduta del Muro di Berlino ha portato un periodo di indiscussa egemonia americana e ha aperto la strada alla diffusione di strutture governative promosse dall’Occidente. Ma il processo non è stato così rapido o esteso come ci si sarebbe aspettati.

Oggi il mondo è ancora frammentato. L’11 settembre ha portato molti Paesi a serrare i ranghi intorno all’America, ma quegli attacchi hanno anche rivelato una tendenza distruttiva più radicata da parte di soggetti inaspettati che nei quindici anni seguenti non ha fatto che aggravarsi.

E poi la divergenza fra Paesi è stata anche economica. Nemmeno la “Grande recessione” del 2007-2009 è stata così globale come ci hanno fatto credere nei Paesi sviluppati. Nel 2009, quando il Pil globale si è ridotto, le economie dei due Paesi più popolosi del mondo, la Cina e l’India, sono cresciute con tassi superiori all’8 per cento. I Paesi che oggi stanno sconvolgendo l’ordine liberale sono quelli che hanno investito più capitale politico per crearlo. Brexit nel Regno Unito e l’elezione di Trump negli Usa rispecchiano la frustrazione dilagante per alcuni effetti economici e sociali della globalizzazione come l’offshoring. Quella frustrazione ha alimentato una forma di nazionalismo basata sull’esclusione. Si sta diffondendo una nuova enfasi sulla sovranità westfaliana, tanto che qualcuno teme l’insorgenza di nuovi antagonismi fra grandi potenze. Quella scuola di pensiero punta spesso il dito sui rapporti fra Usa e Cina come la più probabile fonte di frizioni. Ma è una visione troppo allarmista. La strabiliante ascesa della Cina genera grande diffidenza nelle capitali occidentali, ma la Cina potrebbe non rivelarsi la potenza revisionista che qualcuno si aspetta. Nel suo emblematico discorso al World Economic Forum, a Davos, lo scorso gennaio, il presidente Xi Jinping si è presentato come fermo difensore della globalizzazione. Le autorità cinesi si rendono perfettamente conto di quanto l’integrazione nell’economia globale abbia fatto bene alla Cina e non sono pronti a mettere a repentaglio le fondamenta della loro legittimità interna: la crescita economica. Il significativo comunicato rilasciato dai leader mondiali presenti al Forum del Bri a Pechino, il mese scorso, ha visto impegnati più di trenta Paesi e organizzazioni internazionali per promuovere «pace, giustizia, coesione sociale, inclusione, democrazia, buona governance, stato di diritto, diritti umani, uguaglianza di genere ed emancipazione femminile». Sarebbe sbagliato interpretare alla lettera quel comunicato o ignorare le tendenze neomercantilistiche della Cina e il suo regime interno illiberale, ma non sarebbe nemmeno giusto vedere la Cina come un monolite, con valori del tutto incompatibili con quelli occidentali. In questo periodo di incertezza e disarmonia, l’Ue è nella posizione giusta per prendere il timone. Una Ue unita può anche contribuire ad avviare le riforme che possono rendere più forti le fiacche istituzioni multilaterali, iniettandovi nuove energie. Se riusciremo a coinvolgere i Paesi emergenti, non è troppo tardi per costruire un vero ordine globale. Ma non dobbiamo ripetere l’errore del 1989: lasciare il lavoro incompiuto.

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