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Parolin: «Mosca e Pechino, il tentativo della Chiesa»

l’intervista

Parolin: «Mosca e Pechino, il tentativo della Chiesa»

Dopo la visita in Bielorussia (2015) e in Ucraina (2016), alla fine di agosto il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, andrà a Mosca. La Santa Sede conferma dunque un’attenzione generale verso l’Est europeo e ai nuovi equilibri sorti dopo l’implosione dell’impero sovietico e alla Russia, in particolare. Intervista esclusiva sul ruolo della Chiesa nel contesto mondiale.

La Santa Sede conferma dunque un’attenzione generale verso l’Est europeo e ai nuovi equilibri sorti dopo l’implosione dell’impero sovietico e alla Russia, in particolare. Lo abbiamo visto dai messaggi che Papa Francesco ha inviato a Vladimir Putin in diverse occasioni e, su un piano diverso, ma non certo meno influente, quello ecumenico, dallo storico incontro tra il vescovo di Roma e il patriarca di Mosca, Cirillo, all’Avana nel 2016.

Eminenza, come s’inserisce il suo viaggio in questo percorso?

«L’attenzione della Santa Sede verso l’Est europeo non è di oggi, ma è di lunga data, e non è mai venuta meno, nemmeno negli anni più bui. Essa ha sempre ritenuto importanti i rapporti e le relazioni con l’Europa orientale e con la Russia nelle diverse fasi della storia. Vale la pena di ricordare due eventi poco conosciuti, ma significativi. Nel corso della sua visita a Roma, nel 1845, lo zar Nicola I, imperatore di Russia, ebbe due colloqui con Papa Gregorio XVI.

Due anni più tardi stipulerà un Accomodamento con Papa Pio IX. Le Chiese locali sono state al fianco delle loro popolazioni anche nei momenti drammatici delle persecuzioni. Non è solo il suo essere ai confini dell’Europa che rende l’Oriente europeo importante, ma anche il suo ruolo storico nell’ambito della civiltà, della cultura e della fede cristiana. C’è chi rileva che quando san Giovanni Paolo II immaginava un’Europa dall’Atlantico agli Urali non pensava a un “espansionismo occidentale”, ma a una compagine più unita di tutto il continente».

Una situazione precaria e frammentata

Dopo gli anni difficili seguiti al crollo dell’Unione Sovietica, assistiamo oggi a un ritorno di Mosca sulla scena internazionale. È un ritorno aggressivo. Basti pensare all’Ucraina e alla Siria…

«È evidente che c’è stato un periodo d’incertezza circa il posizionamento della Russia su varie tematiche, ma non penso che si possa dire che il Paese, pur nei momenti di maggiore difficoltà, sia uscito dalla scena internazionale. Oggigiorno vengono spesso sottolineate le differenze tra vari Paesi occidentali e la Russia, come se fossero due mondi differenti, ciascuno con i propri valori, i propri interessi, un orgoglio nazionale o transnazionale e persino una propria concezione del diritto internazionale da opporre agli altri. In un simile contesto la sfida è quella di contribuire a una migliore comprensione reciproca tra quelli che rischiano di presentarsi come due poli opposti.

Lo sforzo di capirsi a vicenda non significa accondiscendenza dell’uno alla posizione dell’altro, ma piuttosto un paziente, costruttivo, franco e, al tempo stesso, rispettoso dialogo. Esso è tanto più importante sulle questioni che sono all’origine dei conflitti correnti e su quelle che rischiano di provocare un ulteriore aumento della tensione. In tale senso, la questione della pace e della ricerca di soluzione alle varie crisi in corso dovrebbe essere posta al di sopra di qualsiasi interesse nazionale o comunque parziale. Qui non ci possono essere né vincitori né vinti. Indulgere sui propri interessi particolari, che è una delle caratteristiche in questa età di ritorno dei nazionalismi, distoglie dal vedere come non sia di per sé scongiurata la possibilità di una catastrofe. Sono convinto che faccia parte della missione della Santa Sede insistere su questo aspetto».

Su questi conflitti in atto, Papa Francesco, di fronte al Congresso americano il 24 settembre 2015, aveva stigmatizzato con forza anche l’uso perverso della religione...

«Sì, aveva detto che il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse persino in nome di Dio e della religione e poi aveva continuato: “Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti a ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere. È necessario un delicato equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una religione, di un’ideologia o di un sistema economico, mentre si salvaguarda allo stesso tempo la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali” (Regno-doc. 31,2015,3). È un equilibrio difficile all’interno del quale va posta anche la difesa delle comunità cristiane e di ogni comunità che rischia d’essere travolta dall’odio».

Non le sembra che la visita negli Stati Uniti e le parole di Francesco di fronte al Congresso rilette ora, con la nuova amministrazione, appaiano lontane?

«Serve tempo per giudicare. Non si può avere fretta. Una nuova amministrazione, così diversa e particolare, e non solo per motivi politici, dalle precedenti, avrà bisogno di tempo per trovare il proprio equilibrio. Ogni giudizio ora è affrettato, anche se talora può stupire proprio l’esibizione dell’incertezza. Noi auspichiamo che gli Stati Uniti – e gli altri attori della scena internazionale – non deflettano dalla loro responsabilità internazionale sui diversi temi sui quali essa è stata sin qui storicamente esercitata. Pensiamo in particolare alle nuove sfide del clima: ridurre il surriscaldamento globale del pianeta significa salvare la casa comune nella quale viviamo e ridurre da subito le disuguaglianze e le povertà che il riscaldamento del pianeta continua a produrre. Pensiamo anche ai conflitti in atto».

Non teme che la preoccupazione della Chiesa per la pace risulti agli occhi e agli orecchi di molti scontata e persino retorica, a fronte della questione della sua efficacia?

«La diplomazia della Chiesa cattolica è una diplomazia di pace. Non ha interessi di potere: né politico, né economico, né ideologico. Per questo può rappresentare con maggiore libertà agli uni le ragioni degli altri e denunciare a ciascuno i rischi che una visione autoreferenziale può comportare per tutti. La visita in Bielorussia fu fatta al tempo delle sanzioni occidentali e quella in Ucraina in mezzo alla guerra. Quella visita fu l’occasione per portare a tutta la popolazione coinvolta nel conflitto la solidarietà della Chiesa e del papa. E perché ciò fosse visibile a tutti ci siamo avvicinati al Donbass, pieno di profughi, usando lo strumento della solidarietà con le vittime della violenza, senza chiedere la loro identità geografica o politica.

Papa Francesco aveva aperto la strada con la promozione di una grande raccolta di aiuti delle Chiese europee e con un suo sostanzioso contributo personale. Se si difende la dignità umana di tutti e di ciascuno, e non contro qualcuno, allora un’altra strada è possibile.

La Santa Sede non cerca per sé nulla. Non è presente ora qui ora là, per non perdere da nessuna parte. Il suo è un tentativo umanamente difficile ma evangelicamente imprescindibile, affinché mondi vicini tornino a dialogare e cessino di farsi dilaniare dall’odio prima ancora che dalle bombe».

Kohl, un simbolo europeo

Papa Francesco continua in questo una tradizione sedimentata nel Novecento e rinvigorita a partire da Papa Giovanni: la diplomazia dei gesti, dei segni dell’essere vicini, che considera anzitutto la dignità dell’interlocutore.

«Noi non siamo solo le nostre parole, ma anche i nostri gesti, le nostre azioni concrete, soprattutto quando le parole sembrano inefficaci, perché consumate o non udibili. C’è un linguaggio universalistico implicato nei gesti: la Chiesa lo impara ogni giorno dall’annuncio del Vangelo che può aiutare, in momenti difficili, a fermarsi, a invertire una rotta sbagliata. La nostra prospettiva non può che essere quella evocata da Isaia e ripresa nei Vangeli: “Nel rimandare liberi gli oppressi” e “spezzare ogni giogo”, “nel dividere il pane coll’affamato, nell’introdurre in casa propria i miseri, i senza tetto (…) senza trascurare” quelli della propria casa (Is 58,6. 7). Ciò che conta è la guarigione, la liberazione, la ricostruzione dell’umano, sempre, a partire dalle sue situazioni concrete. Per questo dobbiamo porre gesti concreti, segni che siano alla sorgente della possibilità di vivere assieme. Porre gesti e chiedere gesti».

Se si guarda ai simboli, talora, anche da un punto di vista politico, ne emergono alcuni così carichi di significato da lasciare aperta la speranza, persino a partire da eventi tristi. Non le pare, ad esempio, che i funerali di Kohl possano essere considerati i primi funerali europei di un leader europeo?

«Kohl ha avuto il merito storico di credere all’ideale europeo come ideale politico concreto. La caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca non sono stati per lui una questione interna alla Germania e alla sua tragica storia, ma il segno dello sviluppo dell’Europa dentro la quale un grande Paese come la Germania poteva operare legittimamente e proficuamente. Non un’Europa germanizzata, ma una Germania europeizzata. Kohl aveva capito che anche l’integrazione europea era stata in certa misura figlia della politica dei blocchi Est-Ovest. E superati quei blocchi l’Europa doveva esistere come soggetto politico, non solo economico. Oggi si ha spesso l’impressione che anche il ritorno all’idea di Europa, che sembra conoscere una qualche ripresa, dopo una lunga fase di reazione antieuropea dell’opinione pubblica e la vittoria in diverse nazioni di leader europeisti, si fermi assai presto, che abbia uno slancio breve, strumentale più che ideale.

Il rischio è che ci si fermi all’utilizzo dell’Europa in chiave nazionale. È come se molti dicessero: dopo l’esempio della Brexit è meglio stare dentro la casa comune europea, magari ognuno per proprio conto. Il nazionalismo (anche quello di ritorno, come già quello sorgivo) ha le proprie radici nella crisi culturale e religiosa dell’Europa e finisce per svuotare l’Europa dei suoi valori e delle sue ragioni. L’Europa ha una responsabilità insostituibile. E quando si mostra indifferente, come nel caso dell’immigrazione, rinuncia al bene possibile».

Speranza per la Cina

Volgiamoci a Oriente: dal Vietnam alla Cina. L’Estremo Oriente ha una sua strada di dialogo con la Chiesa cattolica?

«L’Estremo Oriente è una regione del mondo assai vasta, complessa e diversificata. Da molti secoli ormai quell’ampia parte dell’umanità è venuta a contatto con il cristianesimo e, di conseguenza, con la Chiesa cattolica, grazie a vie e forme peculiari da Paese a Paese. Gli antichi contatti culturali e religiosi con il mondo asiatico (basti pensare qui a quelli avvenuti in India nei primi tempi cristiani, oppure con l’Impero di mezzo attraverso la Via della seta o ancora, con le grandi esplorazioni geografiche del XV e XVI secolo fino ad arrivare in Giappone e nelle Filippine), offrono anche oggi importanti spunti per l’incontro tra le culture. Certamente, rispetto ai tempi passati oggi si pongono sfide nuove, che attendono risposte inedite e creative, ma in fondo la finalità della Chiesa è la stessa di sempre, ed è di natura pastorale: portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio. In concreto, la Chiesa cattolica chiede che sia garantito a essa il diritto di professare liberamente la propria fede a vantaggio di tutti e per l’armonia della società. I cattolici desiderano vivere serenamente la loro fede nei rispettivi Paesi come buoni cittadini, impegnandosi al positivo sviluppo della comunità nazionale.

In questa cornice, penso vada colto anche il cammino di dialogo intrapreso da tempo con i governi di alcuni Paesi della regione, tra i quali la Repubblica popolare cinese. Il dialogo in sé è già un fatto positivo, che apre all’incontro e che fa crescere la fiducia. Lo affrontiamo con spirito di sano realismo, ben sapendo che le sorti dell’umanità sono, prima di tutto, nelle mani di Dio».

La versione integrale dell’intervista è stata pubblicata sulla rivista Il Regno.

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