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Dossier Roma rinasce nel sogno di sè e nel futuro

    Dossier | N. 18 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Roma rinasce nel sogno di sè e nel futuro

    L’altare del  mitreo: nell’ara è raffigurato Mitra che uccide il toro. Il mitreo fu abbandonato alla fine del IV secolo e tutto il complesso fu interrato.
    L’altare del mitreo: nell’ara è raffigurato Mitra che uccide il toro. Il mitreo fu abbandonato alla fine del IV secolo e tutto il complesso fu interrato.

    Da quando vi è tradizione latina, Roma è la storia delle proprie rovine, della propria rovina: camminiamo sopra i fastigi dell’antica Roma, scriveva il Petrarca, i tetti dei suoi templi sono il nostro selciato. Ed Erasmo, nel Ciceroniano: «Postremo Roma, Roma non est, nihil habens praeter ruinas, ruderaque, priscae calamitatis cicatrices ac vestigia». E Montaigne: «Nulla si vede più di Roma che il cielo sotto il quale fu assisa e le tracce del suo sito; e la conoscenza ch’egli ne aveva era del tutto astratta e contemplativa […] e quelli che dicono che almeno si vedono le rovine di Roma, affermano troppo; perché le rovine di una siffatta formidabile macchina porterebbero più onore e reverenza alla sua memoria; mentre non è più che il proprio sepolcro» (Journal de voyage en Italie). Le ceneri di Roma e Le ceneri di Gramsci: « […] E, sbiadito, / solo ti giunge qualche colpo d'incudine / dalle officine di Testaccio, sopito / nel vespro: tra misere tettoie, nudi / mucchi di latta, ferrivecchi, dove / cantando vizioso un garzone già chiude / la sua giornata, mentre intorno spiove. // Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo». Dai resti suburbani dell’acquedotto romano vola il Cristo redentore in elicottero, ma sfiora soltanto un attico di giovani donne in bikini che prendono il sole e salutano, e si sdraiano di nuovo: perenne, indolente, Dolce vita di Roma. Pasolini, Fellini, e Moretti a Spinaceto: che altro ricorderemo della Roma del XX secolo? forse qualche incubo di supplemento come Il ventre dell’architetto, 1987, di Peter Greenaway.

    Ma pure, e sempre, l’assenza di presente, ha fatto di Roma la città eterna, emblema di un mondo a venire, contemplato da Marguerite Yourcenar: «Altre Rome verranno, delle quali non immagino il volto, ma che avrò contribuito a formare. Quando visitavo le città più antiche, sante, ma ormai estinte, senza valore presente per il consorzio umano, mi promisi sempre che avrei evitato alla mia Roma quel destino pietrificato d’una Tebe, d’una Babilonia, o di una Tiro. Essa sarebbe sfuggita al suo corpo di pietra; essa si sarebbe composta della parola Stato, della parola cittadinanza, della parola repubblica, insomma di una più sicura immortalità. […] Roma si perpetuerà nella più modesta città ove dei magistrati si diano cura di verificare i pesi dei mercanti, di pulire e illuminare le strade, di opporsi al disordine, all’incuria, alla paura, all’ingiustizia; di reinterpretare con ragionevolezza le leggi. Roma non finirà che con l’ultima città degli uomini».

    Così il monologo dell’imperatore Adriano nelle mirabili Memorie di Adriano (1958). Humanitas, Felicitas, Libertas: questo – continua l’autrice – fu il lascito di Roma. Questo perpetuò il Grand Tour, da Montaigne a Goethe, da lord Chesterfield a Madame de Staël. In Corinne ou l’Italie, 1807, l’«improvvisazione» che Corinna declama in Campidoglio dà conto di secoli di tale mito di Roma: «Roma conquistò l’universo grazie al suo genio, e ne fu regina in virtù della sua libertà. Il carattere romano s’impresse sul mondo; e l’invasione dei barbari, distruggendo l’Italia, oscurò l’universo intero».

    Roma continua e rinasce nel sogno di Roma, nella tenace fedeltà alle proprie rovine: per questo mi è caro San Clemente, ove l’uno sull’altro salgono e s’intrecciano il mitreo (il culto di Mitra è pure sotto le fondamenta di santa Prisca e di santo Stefano Rotondo), l’horreum che doveva forse servire al Colosseo, la basilica paleocristiana con la sua schola cantorum, e sopra quella attuale del secolo XII, con i suoi splendidi mosaici absidali, e quella croce – ove volteggiano colombe di pace – che unisce cielo e terra: è quella la Resurrezione di Roma di cui scrisse, in pagine ispirate, Gilbert Keith Chesterton. C’è, com’egli osserva, in San Clemente un moto ascensionale, inarrestabile, del tempo: non è solo continuità dei culti, da Mitra a Cristo, ma soprattutto il bisogno di uscire alla luce che è di tutto l’uomo. Lo annotava già Firmico Materno (IV secolo d.C.) che rimproverava ai seguaci di Mitra proprio questa tenebrosa iniziazione, quasi il bisogno di «evitare la grazia della serena luce e del suo splendore»: «Hunc Mithram dicunt, sacra vero eius in speluncis abditis tradunt, ut semper obscuro tenebrarum squalore demersi, gratiam splendidi ac sereni luminis vitent. Dira numinis consecratio!» Questo in fondo ha prodotto il cristianesimo: far uscire l’uomo dai culti ipogei, fossero anche le piramidi, e riportarlo alla luce, ai colli delle nuove Gerusalemmi, ai Sacri Monti o ai Calvaires bretoni. È palpabile il sursum corda in san Clemente, non solo nei mosaici absidali, ma anche nella cappella di Masolino e Masaccio, in quelle nuvole che salgono in biancori di luce sopra la Crocefissione: «Allora fu che, entrato in San Clemente, / Dalla crocefissione di Masaccio / M’accolsero, d’un alito staccati / Mentre l’equestre rabbia / Convertita giú in roccia ammutoliva, / Desti dietro il biancore / Delle tombe abolite, / Defunti, su montagne / Sbocciate lievi da leggere nuvole. / Da pertinaci fumi risalito / Fu allora che intravvidi / Perché m’accende ancora la speranza» (Ungaretti, Defunti su montagne, da Il Dolore).

    Roma consola anche chi la detesta; già lo riconosceva Giacomo Leopardi: «Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso [a sant’Onofrio al Gianicolo] e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro; ma non si potrebbe anche venire dall’America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti?» (lettera al fratello Carlo, del 20.II.1823).

    Così Roma è sempre doppia; è tutta nel crudo disincanto di Gioachino Belli, nel ghigno e rintocco di morte che pareggia l’inizio e la fine, come nella Creazzione der monno: «L’anno che Ggesucristo impastò er monno, / Ché pe’ impastallo ggià cc’era la pasta, / Verde lo vòrze fà, ggrosso e rritonno, / All’uso d’un cocommero de tasta. // Fesce un zole, una luna, e un mappamonno, / Ma de le stelle poi, di’ una catasta : / Su uscelli, bbestie immezzo, e ppesci in fonno: / Piantò le piante, e ddopo disse : «Abbasta ». // Me scordavo de dì che creò ll’omo, / E coll’omo la donna, Adamo e Eva ; / E jje proibbì de nun toccajje un pomo. // Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti, / Strillò per dio con cuanta vosce aveva : / «Ommini da vienì, sséte futtuti » (Terni, 4 ottobre 1831).

    Roma cinica e indifferente d’Er giorno che impiccorno Gammardella; e povera e dolente come La bbona famijja: « Mì nonna, a un’or’ de notte che vviè ttata, / Se leva da filà, ppovera vecchia ; / Attizza un carboncello, sciapparecchia, / E mmaggnàmo du’ fronne d’inzalata. // Quarche vvorta se famo una frittata, / Che ssi la metti ar lume, sce se specchia / Come fussi a ttraverzo d’un’orecchia: / Quattro nosce, e la scéna è tterminata».

    Ma è anche tutta in quel suo distendersi urbi et orbi, Roma che protegge e colma di futuro: «Appresero così le braccia offerte / I carnali occhi / Disfatti da dissimulate lacrime, / L’orecchio assurdo, / Quell’umile speranza / Che travolgeva il teso Michelangelo / A murare ogni spazio in un baleno / Non concedendo all’anima / Nemmeno la risorsa di spezzarsi. / Per desolato fremito ale dava / A un’urbe come una semenza, arcana, / Perpetuava in sé il certo cielo, cupola / Febbrilmente superstite» (Ungaretti, Folli i miei passi).

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