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Impresa piccola, Paese debole

le vie della crescita

Impresa piccola, Paese debole

E, adesso, che tutto sta cambiando alla velocità della luce? Noi, che facciamo?

L’ultima analisi dell’ufficio studi di Mediobanca ha mostrato lo sfilacciamento e la minorità delle grandi imprese italiane rispetto allo standard europeo. Le cronache – la nazionalizzazione francese di Stx in Europa, ma pure i cannoneggiamenti della nave corsara dell’amministrazione Trump – evidenziano, nel gioco del potere internazionale, i nuovi giri di compasso fra politica e economia.

In questi nuovi assetti i grandi gruppi – quelli con ricavi superiori ai 10 miliardi di euro – o le imprese a rilevante specializzazione strategica possono essere soggetti attivi – predominanti rispetto alla politica – o soggetti passivi – leve nelle mani di quest’ultima - nella rimodulazione degli equilibri globali. E, questo, accade in un contesto in cui la dimensione nazionale torna a solidificarsi, mentre quella federativa – da organismi illuministici come la scalcinata Unione europea o da accordi di free trade, eredità ormai consunta del Washington consensus – si rifà liquida.

In uno scenario così mobile e mutevole – segnato dalle geometrie variabili dei governi europei – l’unico elemento di ancoraggio alla realtà è rappresentato dalla fisiologia industriale di ogni singolo Paese. E la fisiologia italiana è progressivamente diventata più gracile e meno coesa. «Il gruppo delle grandi imprese quotate e con sede in Italia – si legge nel report dell’ufficio studi di Mediobanca – è sempre più smilzo: si sono perse Exor (ora olandese), Luxottica (a breve francese), Pirelli e Italcementi (delistate dopo takeover straniero). I Top 10 italiani sono sempre più statali e a controllo estero, sempre meno di imprenditori italiani». C’è, poi, una questione di dimensione cumulata: «La dimensione dei nostri big resta inferiore: nel 2016 hanno fatturato 84 miliardi di euro, meno di un decimo dei Top 10 tedeschi (767 miliardi di euro), un quarto di quelli francesi (327 miliardi di euro), metà di quelli britannici (180 miliardi di euro). I Top 10 italiani pesano il 5% sul Pil, il 15% in Francia, il 24% in Germania».

IL CONFRONTO CON LE GRANDI IMPRESE DI FRANCIA E GERMANIA
Fonte: Ufficio Studi Mediobanca

Partiamo da qui. La situazione odierna è il punto di caduta di una deriva di lungo periodo. Il punto generale è che è cambiato il mondo: la crisi violenta del 2008, l’incrinatura del paradigma della globalizzazione e il ritorno della politica nei rapporti di forza. Il punto particolare è che il nostro Paese è entrato in un processo tanto tumultuoso dopo avere, nei quindici anni precedenti, sperimentato una uscita non facile dal Novecento. Una uscita segnata dalla metamorfosi involutiva del suo tessuto industriale.

Un fenomeno positivamente metamorfico perché – senza cadere nella mitologia agiografica del piccolo imprenditore – la nostra economia, negli ultimi venticinque anni, ne ha sperimentato l’intelligenza (ma anche le furbizie), l’innovazione (ma anche il rifiuto delle sue forme più codificate), l’energia (ma anche l’ossessione per il controllo). Come, pure, la nostra economia ha beneficiato della fioritura delle medie imprese, che dai distretti e dai territori si sono proiettate sui mercati globali.

Un fenomeno, allo stesso tempo, ambiguamente involutivo perché segnato dalla fine – doppiamente sterile - dell’economia pubblica di matrice Iri – sancita dal fallimento paleoburocratico e famelicamente partitocratico degli anni Ottanta – e dal ritiro delle famiglie del capitalismo privato del nostro Novecento. Con, in mezzo, le privatizzazioni che non sono riuscite a fare lievitare – nella dimensione e nel posizionamento internazionale – la nostra economia, la sua manifattura e i suoi servizi.

La traiettoria storica, nelle elaborazioni compiute dal Centro Studi Confindustria sui Censimenti industriali dell’Istat (serie storiche dal 1951 al 2011) e sul database Asia (anni 2006 e 2014), evidenzia la radicalità del cambiamento. Prendiamo la classe di imprese con oltre mille addetti. Nel 1991 queste aziende erano 241, con 778mila occupati. Dieci anni dopo, nel 2001, sono calate a 223, con 558mila addetti. Nel 2006 sono scese a 197, con poco meno di 478mila occupati. Nel 2011 sono calate a 176, con 430mila addetti. Nel 2014 il loro numero si è ulteriormente limato a 167, con 408mila occupati. Dai primi anni Novanta, il numero di imprese con oltre mille addetti è sceso di quasi un terzo e il numero complessivo degli addetti impegnati in queste aziende si è eroso di circa la metà.

La radicalità del mutamento è testimoniata dal calo della quota di occupati, sul totale del manifatturiero, riferibile alle società e ai gruppi con oltre mille addetti: nel 1991 questa quota era uguale al 14,7 per cento. Nel 2001 era dell’11,4 per cento. Nel 2006 era al 10,4 per cento. Nel 2011 e nel 2014 questa quota si è stabilizzata all’11 per cento.

Dunque, il rischio è quello di avere una foresta industriale italiana magari bella, composta però soprattutto da piccole piante da giardino. Alle quali si aggiungono alberi di più alto fusto che, rispetto a quelli delle foreste straniere, non sono soltanto più radi, ma che hanno anche una minore linfa innovativa. La società di consulenza Prometeia ha compiuto, adoperando la banca dati Orbis di Bureau van Dijk, una analisi sulle imprese con oltre un miliardo di euro di fatturato. Il campione è formato da 164 aziende italiane e da 1.450 società degli altri 14 Paesi della Ue.

I numeri sull’innovazione formalizzata sono eloquenti, per quello che dicono esplicitamente e per quello che fanno intuire e presagire. Lo stacco è notevole. Eccessivo. Il numero medio di brevetti per impresa italiana è di 53; negli altri 14 Paesi europei la media è di 132. Nella nostra manifattura è di 194, contro i 454 degli altri. Nell’automotive c’è una media di 103 brevetti contro 742, nell’alimentare di 125 contro 153, nel chimico farmaceutico di 57 contro 419, nella metallurgia di 54 contro 146. Dunque, la nostra dotazione di brevetti – collegata in maniera diretta alla minorità dimensionale, dato che brevettare costa – è assai meno consistente. Le cose vanno meglio con i marchi: la media italiana è di 21 marchi per ogni azienda, identica a quella degli altri Paesi europei; nella manifattura è migliore: 64 marchi contro 47. Il divario sui brevetti appare però enorme.

I brevetti, nel capitalismo contemporaneo, significano controllo dei processi tecno-industriali. Vogliono dire assorbimento di quote prevalenti nel valore aggiunto. Comportano influenza strategica. Per tutte queste ragioni, l’eterna transizione italiana non è segnata soltanto dalla debolezza della politica e dalla crisi – di pensiero prima che di azione - della nostra classe dirigente. È caratterizzata anche da una mancata ricomposizione – se non da una incipiente decomposizione – di una parte essenziale del nostro tessuto produttivo.

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