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Se le medie aziende sanno diventare grandi

LE VIE DELLA CRESCITA

Se le medie aziende sanno diventare grandi

La fotografia dei grandi gruppi manifatturieri italiani che ci fornisce Mediobanca conferma che Stato e famiglia restano i due poli tipici del capitalismo italiano. L’Italia è un Paese di piccole imprese, e questo è noto da tempo. Il nanismo italiano non dipende dalla nostra specializzazione. In tutti i settori le nostre imprese raggiungono dimensioni più piccole di quelle dei concorrenti esteri. Vi è insomma una tendenza generalizzata a restare piccoli. Questo è un problema?

Molti sostengono che la rivoluzione digitale comporti la fine delle economie di scala. Ma non è affatto così. A partire dal 2008 si è aperta una delle fasi più rilevanti di acquisizioni e di fusioni, con una media di 30mila deal all’anno. Un report del 2016 del Council of Economic Advisers americano sottolinea che le imprese che si fondono sono quelle che poi ottengono utili record. I settori tecnologici sono tra quelli nei quali più forte è il processo di aggregazione.

La Silicon Valley degli anni 90, piena di start up è oggi dominata da una manciata di colossi planetari. Siamo in un’era di consolidamento. La grande dimensione è essenziale per generare innovazione, per entrare nei mercati esteri più complessi e dinamici (Cina innanzitutto), per negoziare con i nuovi canali distributivi, Amazon in primis. Le imprese più grandi offrono maggiori opportunità di impiego per la manodopera più qualificata e assicurano retribuzioni mediamente più elevate.

La questione allora è capire se il sistema produttivo italiano è destinato, da qualche legge di natura, a restare un sistema lillipuziano. Nel medio termine, la speranza è che i tanti incubatori d’impresa sparsi per il Paese riescano a intercettare qualche startup ad altissima crescita, in grado di sfruttare le opportunità offerte dal web.

Un nodo delicato è quello dei capitali per la crescita. Spesso i nostri giovani imprenditori sono costretti ad andare in Germania o in Francia per trovare qualcuno che li sostenga e li aiuti a diventare più grandi. In Italia si continua a pensare che il venture capital sia un fenomeno essenzialmente legato alla finanza o addirittura alle banche. In realtà, il venture capital è un sistema di imprenditori esperti che vanno a cercarsi le nuove imprese, che scelgono questo strumento per fare nuova impresa, che apportano competenze e non solo soldi. Ma l’altra strada per rinnovare e allargare il parco delle grandi imprese italiane non può che essere quella della trasformazione delle “medie imprese di successo”. È in quel gruppo di circa 4mila multinazionali tascabili, radicate sul territorio, che possono e devono nascere i grandi gruppi di domani.

La crescita dell’impresa è un percorso di socializzazione, necessita della raccolta di una notevole quantità di risorse al di là di quelle personali o familiari, ha bisogno di una rete robusta e articolata di risorse manageriali e innovative, soprattutto se intende perseguire una diversificazione tecnologica e geografica. Vi è sempre nella vita dell’impresa un momento cruciale nel quale si arriva al bivio: fare il salto o restare piccoli. Fare il salto può voler dire acquisire una serie di concorrenti e integrarsi lungo la filiera. Agli occhi dell’imprenditore restare piccoli può sembrare meno rischioso ma alla fine significa diventare “prede” o essere marginalizzati.

Non c’è un singolo metodo per la crescita e ragionare con le bandiere nazionali non aiuta. Non è sempre essenziale che il 51% dell’impresa sia in mani italiane, ciò che conta è che il gruppo cresca, si rafforzi, diventi più innovativo e competitivo e in questo modo continui a generare valore per il territorio. L’esempio di Luxottica è interessante, crescere è indispensabile nell’occhialeria e va fatto con pragmatismo, sapendo combinare risorse interne con risorse nuove.

L’orizzonte deve essere almeno quello europeo. Teniamo presente il vasto programma “Made in China 2025” con il quale la Cina intende entrare in nuovi settori e acquisire rapidamente tecnologia avanzata altrove, anche attraverso politiche strategiche di sussidio pubblico e di acquisizione di imprese europee.

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