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«Le intese commerciali sono la linfa del settore»

INTERVISTA A Luigi Scordamaglia

«Le intese commerciali sono la linfa del settore»

«Il contesto internazionale geopolitico non è semplice. Stiamo vivendo un momento globale difficile mentre si profilano misure protezionistiche, dazi e muri commerciali. Trovo quindi straordinario che, in questo scenario, l’export agroalimentare italiano stia crescendo del 6 per cento. È la testimonianza del grande valore aggiunto dei nostri prodotti».

Luigi Scordamaglia sta caratterizzando il suo mandato di presidente di Federalimentare con un deciso impulso all’internazionalizzazione. Nella veste di amministratore delegato di Inalca, una società del gruppo Cremonini attiva in una quarantina di Paesi, ha quotidianamente il polso dei mercati nel mondo.

Presidente, a livello mondiale è in corso una evoluzione dei modelli di acquisto dei consumatori: meno zuccheri e grassi, più attenzione alla sostenibiità, ai prodotti etici e ai valori nutrizionali. Come si posiziona l’industria alimentare italiana?

C’è, e non solo in Italia o in Europa, una nuova consapevolezza verso il cibo, che rimanda ai princìpi prima citati. Questo ha innescato una evoluzione all’interno dell’industria a livello mondiale. Tanto che grandi gruppi multinazionali stanno cambiando strategie e si stanno riposizionando: il cibo non solo e non più per sfamare, ma anche per prevenire e curare. In questo contesto agricoltura e industria di trasformazione italiane giocano in premier league. Abbiamo aziende altamente innovative, flessibili e veloci nell’adeguarsi alla domanda. Anzi, storicamente l’Italia in Europa e l’Europa nel mondo giocano in anticipo in fatto di stili di vita.

Agilità, flessibilità e processi decisionali più corti sono un modello?

Sì, essere flessibili però non giustifica il nanismo. In Europa l’azienda media britannica fattura 11,5 milioni, quella tedesca 6,5 milioni, quella italiana 2,3 milioni. È evidente che dobbiamo crescere, dobbiamo managerializzare di più le nostre imprese. Tuttavia molte aziende italiane hanno già completato questo processo e oggi sono pienamente competitive sui mercati esteri.

L’export rimane quindi la leva più forte del settore?

I mercati esteri mai come in questo periodo ci stanno premiando. L’Italia rappresenta qualità, tradizione, gusto. L’agroindustria è capace di innovare senza stravolgere i propri prodotti, anzi. L’immagine del lifestyle è molto nitida nei consumatori stranieri che chiedono e cercano le nostre produzioni. C’è un potenziale enorme perché la nostra capacità produttiva non copre tutta la domanda e, là dove la domanda è scoperta, si insinua l’Italian sounding. Ecco quindi che va sostenuta la competività dell’offerta.

Gli accordi internazionali vanno in questa direzione?

Gli accordi internazionali sono la vita per un settore come il nostro. Sono la soluzione per la crescita e una formidabile leva di sviluppo. Dall’intesa tra Unione europea e Canada l’Italia avrà grandi vantaggi, cosi come dall’accordo Ue-Giappone, in fase di definizione. È con accordi come questi che si superano ostacoli e barriere commerciali. Aver riportato il confronto con gli Stati Uniti sugli standard produttivi significa aver riportato verso l’alto la discussione. Perché un’intesa commerciale con gli Usa apre la strada a tutti gli altri Paesi.

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