Commenti

Crescita e accordi Ue, carta da giocare bene

ITALIA E RIPRESA

Crescita e accordi Ue, carta da giocare bene

Nell’Italia che si prepara a chiudere i battenti per le ferie estive, un merito non piccolo del Governo Gentiloni è di aver stabilito un clima abbastanza disteso, con l’economia che cresce a un ritmo decente e i conti pubblici sotto controllo (ma con il nodo delle clausole di salvaguardia sull’Iva).

Non meno abile è stato il ministro Padoan a “sfilare” la prossima legge di bilancio dalla campagna elettorale permanente che scuote il nostro sistema politico.

Chiarendo fin d’ora che il disavanzo rimarrà entro il limite dell’1,8-1,9% del Pil, per il quale sembra avere in tasca il consenso delle istituzioni europee. Non è risolta, però, la questione della politica europea dell’Italia nel nuovo contesto di un rilancio dell’asse franco-tedesco nel quale l’Italia può avere un ruolo importante se solo saprà ridare direzione coerente e credibilità ai suoi obbiettivi di politica economica interna. Non soddisfa tale condizione, naturalmente, la tromba stonata degli attacchi al Fiscal Compact e alla disciplina europea di bilancio, che purtroppo al momento sembra essere il solo elemento unificante tra le maggiori forze politiche.

Per ricordare, con il Fiscal Compact le parti contraenti si impegnarono a incorporare negli ordinamenti nazionali con leggi di rango “superiore” il principio dell’equilibrio di bilancio nel medio termine, il sentiero di riduzione del debito pubblico (un ventesimo dello scarto tra il rapporto debito/Pil e l’obbiettivo del 60%) e le politiche di convergenza economiche già fissate in vari strumenti legislativi europei. Tale rafforzamento degli obblighi in vigore fu la condizione, suggerita dal Presidente Draghi, per consentire le decisioni del Consiglio europeo del giugno 2012, in particolare l’avvio dell’unione bancaria e poi, nelle settimane successive, l’annuncio della Bce di esser pronta a fare «qualunque cosa servisse» per assicurare la stabilità della moneta comune. Quella decisione coincise con gravi errori nelle politiche economiche comuni che aggravarono la crisi del debito sovrano nell’eurozona e spinsero molti Paesi in una nuova, profonda recessione, e ciò ne può spiegare l’impopolarità odierna.

Ma il passato è passato; si tratta ora di decidere se pensiamo sia una strada praticabile per il futuro quella di abbandonare la disciplina di bilancio e le riforme economiche, chiedendo allo stesso tempo ai partner europei di condividere il rischio del nostro debito pubblico. Io penso che non lo sia. Insieme ad altri colleghi della Luiss School of European Political Economy abbiamo pubblicato nei giorni scorsi un Policy Brief - “Crescita economica e accordi europei: perché l’Italia dovrebbe abbassare il suo debito pubblico” – nel quale argomentiamo che non solo la disciplina di bilancio è condizione per avere voce in Europa, ma che essa è anche nel nostro interesse nazionale, perché il bilancio pubblico in disavanzo non offre un fondamento stabile della crescita, anzi tende a minarne il potenziale. Per questo abbiamo suggerito che serve un patto con cui tutte le forze politiche concordino sull’obbiettivo di riduzione del debito pubblico, pur mantenendo piena libertà di differenziarsi sulle specifiche politiche di spesa e di entrata con cui realizzare quel risultato.

Dobbiamo anche sapere che vi sono in Europa molti analisti e policy maker influenti, non solo a Berlino, che si sono convinti che l’Italia non sia “aggiustabile”, per la debolezza del suo sistema politico istituzionale e che pertanto la sola soluzione che resta con noi sia di ridurre, fino ad eliminarli, gli strumenti esistenti di condivisione dei rischi – in particolare gli interventi di acquisto dei titoli sovrani della Bce – lasciandoci soli davanti ai mercati ad affrontare la prossima (secondo loro inevitabile) crisi del debito sovrano. Questa soluzione è anch’essa priva dei requisiti necessari di credibilità e “coerenza inter-temporale”, date le gravi ripercussioni sulla stabilità finanziaria dell’intera eurozona di una rinnovata crisi italiana. Tuttavia, non dovrebbe essere preso alla leggera uno scenario nel quale prima ci lasciassero mettere in ginocchio dai mercati, come fu fatto con la Grecia di Tsipras, e poi ci obbligassero ad accettare condizioni capestro, senza più margini negoziali. In un mondo nel quale il nuovo presidente della Bce potrebbe parlare tedesco.

Al riguardo, vale la pena di ricordare che l’Italia ha continuato a rinviare l’avvio della riduzione del rapporto debito/Pil; che l’onere del servizio del debito tenderà a salire, già nel 2018, con la fine delle politiche monetarie ultra-espansive della Bce; e che negli ultimi anni la distanza tra le raccomandazioni di politica economica del Consiglio e i nostri indirizzi non è diminuita. Se oggi la ripresa della crescita ci offre una fase di calma sui mercati finanziari, non possiamo dimenticare le condizioni sottostanti di fragilità che continuano ad esporci a seri rischi.

L’alternativa sarebbe sfruttare la fase ciclica favorevole per accelerare, con la legge di bilancio, la riduzione del rapporto debito /Pil e, magari, rilanciare qualcuna delle riforme che abbiamo rinviato – ad esempio la riforma del catasto e qualche spostamento più deciso dei carichi fiscali dal lavoro e l’impresa verso i consumi, aumentando l’Iva almeno nelle aliquote ridotte. Giusto in tempo per presentarsi con ben diversa credibilità al Consiglio europeo di dicembre, dove probabilmente saranno sul tavolo le nuove proposte franco-tedesche di rilancio dell’Ue e di rafforzamento della governance economica dell’eurozona.

© Riproduzione riservata