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Germania-Ue, sfida sul gasdotto Nord Stream2

energia e geopolitica

Germania-Ue, sfida sul gasdotto Nord Stream2

La rete creata dai tedeschi nei posti chiave delle istituzioni europee si è attivata per bloccare l’intervento della Commissione nelle trattative con Mosca sul raddoppio del gasdotto Nord Stream e ha prodotto i primi risultati. Il Consiglio, infatti, non è ancora riuscito a pronunciarsi sulla richiesta presentata a inizio giugno da Jean-Claude Juncker di un mandato all’esecutivo per trattare con Mosca a nome di tutta l’Unione. Dopo la pausa estiva si proverà a recuperare il dossier dalle sabbie mobili delle euro-procedure, ma le resistenze saranno ancora fortissime.

Se nei piani di Vladimir Putin c’era (anche) l’obiettivo di dividere l’Unione europea, la strategia dunque sta funzionando benissimo. Non a caso il Nord Stream2 è stato ribattezzato «gasdotto della discordia». Attraverso il Baltico dovrebbe portare il gas russo sulle coste Nord-Est della Germania. Con una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno (27,5 per ciascuno dei due tubi previsti) NS2 raddoppierebbe la capacità del Nord Stream 1, a 110 miliardi di metri cubi, più dell’80% dell’export di gas russo verso la Ue.

Il timore della Commissione europea e di molti Stati membri è che una tale concentrazione delle forniture di gas dalla Russia in un unico corridoio possa compromettere l’obiettivo della diversificazione delle fonti energetiche, che significa sicurezza, concorrenza nel mercato interno e solidarietà tra gli Stati membri. Sono i tre principi di base della politica europea dell’energia, gli stessi che nel 2015 portarono alla rinuncia di Gazprom al South Stream, la pipeline che aveva scopi quasi identici al Nord Stream2: portare il gas dalla Federazione russa in Europa occidentale aggirando a Sud l’Ucraina, diventata nel frattempo un Paese-chiave della politica estera Ue.

Con la Commissione concordano gli Stati membri dell’Est e del Sud, in cui oggi transita il gas proveniente dalla Russia, attraverso l’Ucraina e la Bielorussia, o dal Nord Africa (è il caso dell’Italia) e temono non solo di essere tagliati fuori dalle rotte energetiche ma anche di dipendere, in futuro, da un solo fornitore, Gazprom, e da un solo Stato membro, la Germania, che con Nord Stream2 rafforza il ruolo di hub europeo del gas.

Alleanza consolidata

L’alleanza russo-tedesca ha radici consolidate: l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder è presidente di Nord Stream2 da ottobre scorso, dopo aver guidato il board di Nord Stream1 in cui era entrato nel 2005, subito dopo essere stato sconfitto da Angela Merkel.

Il NS2 è motivo di scontro a Bruxelles almeno da un paio d’anni. Sul tavolo si intrecciano ragioni economiche e geopolitiche. Da una parte c’è la Germania, al cui fianco finora si è schierata apertamente solo l’Austria, nella speranza, forse, di ottenere qualche vantaggio come Paese di transito verso Sud e Balcani. Berlino, sostenuta dall’esterno da Mosca, considera il gasdotto un progetto bilaterale con la Russia e come tale - sostiene - non ha bisogno di sottostare alle regole del Terzo pacchetto energia che nel 2011 ha sancito i principi della libera concorrenza: separazione netta tra produzione e trasmissione, libertà di accesso di operatori terzi alle infrastrutture, tariffe non discriminatorie e trasparenti. Princìpi che, invece, la maggior parte degli altri Stati membri, a cominciare dal Gruppo di Visegrad guidato dalla Polonia,chiede che vengano rispettati.

La difesa degli interessi comuni

Il ruolo dell’esecutivo Ue in materia energetica trova base legale nell’articolo 194 del Trattato di funzionamento, oltre che in varie sentenze. «Occorre difendere gli interessi dell’Unione ed evitare che questo gasdotto venga costruito senza regole o secondo le regole di Paesi terzi» ha sostenuto nelle riunioni del Coreper il rappresentante della Commissione. «Non c’è necessità di una nuova infrastruttura della portata del NS2 che non è in linea con gli obiettivi dell’Unione dell’energia». Il 26 giugno il Consiglio «è stato informato» della richiesta dell’esecutivo ma ancora non riesce a decidere: il dossier rimbalza dal Coreper I al Coreper II (gli ambasciatori di Paesi membri che preparano i Consigli) «in una battaglia procedurale con cui la Germania, – sostiene una fonte diplomatica - sta cercando in tutti i modi di impedire che la Commissione ottenga questo mandato a negoziare con la Russia a nome di tutti». A settembre si riaprirà il confronto e, come sempre in questi casi, negli equilibri del dare e avere comunitari, sarà inevitabile allargare la partita ad altri dossier, per esempio quelli dell’agenzia per il farmaco (Ema) e dell’autorità bancaria (Eba) in trasloco da Londra.

Sanzioni Usa e ruolo dell’Italia

L’Italia, favorevole al mandato comune, ha suggerito in Consiglio «un’applicazione pragmatica delle regole Ue» ma ha sollevato anche «la necessità di preservare la rotta ucraina e di riequilibrare gli approvvigionamenti di gas russo da Sud-Est, che non dovrebbero subire trattamenti diversi». Un modo per ricordare la bocciatura del South Stream, per le stesse ragioni che rischiano di fermare il NS2: non diversificava le fonti e bypassava l’Ucraina.

Ma in ballo ci sono anche il TurkStream che aggirando l’Ucraina porta il gas dalla Russia meridionale alla parte europea della Turchia (i lavori sono iniziati a maggio scorso) e il Tap, il gasdotto transadriatico che collega i giacimenti dell’Azerbaigian alle coste italiane, in Puglia. Su questa linea è posizionato anche l’Eni, come ha spiegato l’ad Claudio Descalzi sul Sole 24 Ore il 22 giugno scorso.

Nella partita sono entrati anche gli Stati Uniti estendendo le sanzioni applicate alla Russia sul caso Ucraina ai soci finanziatori di Gazprom: la francese ENGIE, l’austriaca OMV, l’anglo-olandese Shell e le tedesche Uniper e Wintershall. Presteranno a NS2 950 milioni di euro ciascuno, il 10% del valore complessivo, vicino a 50 miliardi. L’italiana Saipem è stata tenuta fuori, forse anche per il contezioso aperto nei confronti di Gazprom dopo la rinuncia a South Stream. Secondo Mosca, gli Usa non sono interessati all’Ucraina ma si preoccupano di difendere il loro shale gas. «Non mi sembra questo il punto centrale – spiega però Davide Tabarelli di Nomisma Energia - visto che lo shale gas arriva in quantità molto limitate e a prezzi assolutamente non competitivi. Dopo quello che i russi hanno fatto in Ucraina e in Crimea nessuno poteva illudersi che l’Occidente facesse finta di niente. Ma è innegabile che di infrastrutture energetiche la Ue ha bisogno». C’è il rischio che NS2 faccia la fine del South Stream se Germania e Russia non accetteranno un compromesso con Bruxelles. Peggio sarebbe, però, per l’Unione e soprattutto per l’Italia, se il gasdotto del Nord si facesse alle condizioni di Mosca e Berlino, le stesse che avevano fatto archiviare il South Stream insieme alle aspirazioni strategiche italiane nel settore energetico. Sarebbe una beffa.

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