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«Come la scienza, cerco l’essenza delle cose»

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«Come la scienza, cerco l’essenza delle cose»

Un paio d’anni fa, Alkis Cingolani era alto più o meno come iCub. Lo si vedeva in una foto nella quale il figlio più giovane del direttore dell’Iit, era ritratto accanto al piccolo, famosissimo robot dalla faccia carina realizzato dall’istituto di ricerca di Genova. Con un briciolo di ironia e una montagna di paterna soddisfazione, Roberto Cingolani, uno dei dieci scienziati più citati del mondo per le scienze dei materiali, fondatore e direttore da una dozzina d’anni dell’Iit, comparava i due “esseri” sottolineando soprattutto le differenze: il cervello di iCub funzionava grazie a un miliardo di transistor, mentre Alkis poteva contare su centomila miliardi di sinapsi, consumando un quinto della potenza elettrica e sviluppando il doppio delle operazioni al secondo. Certo, il solo fatto di operare quella comparazione apriva mondi di senso inattesi. E serviva a Cingolani per mostrare come il percorso dell’evoluzione, per via biologica, potesse essere d’ispirazione per il progresso tecnologico per via digitale, essendo peraltro radicalmente più avanzato di quanto per ora è stato realizzato dall’ingegneria.

Sì. Bisogna ammettere che si tratta di un’ironia un po’ “nerd” e non stupisce che sia proprio con quella parola che Cingolani descrive se stesso da giovane. Il padre, un omone di umili origini marchigiane, sportivo notevole e autorevole fisico, che aveva insegnato a Milano - dove Roberto è nato - e poi a Bari, fu chiamato dalla vita ad affrontare la prova di una lunga malattia. Sicché il giovane Cingolani passava più tempo ad aiutare la madre con i fratelli più piccoli che a divertirsi con i coetanei, le cui esperienze di vita erano totalmente diverse dalle sue. Se gli si chiede quali siano state le tappe fondamentali per la sua formazione, a Cingolani non viene in mente il dottorato all’Università di Bari o la ricerca al Max Planck di Stoccarda: in realtà pensa piuttosto a ciò che gli ha insegnato la sua famiglia. «Non vogliamo che tu sia il primo della classe», gli ripetevano i genitori «vogliamo che tu vada a letto stanco». Come dire che nella vita occorre dare tutto senza risparmiarsi. E Roberto Cingolani ha preso il comandamento alla lettera. A sua volta sportivo a livello agonistico - ciclismo e pugilato - e fisico di caratura mondiale, con un H-index pari a 82 nelle nanoscienze, pensa che alla radice del metodo scientifico ci sia proprio quell’approccio che ha respirato in famiglia: la sana competizione per arrivare alla conoscenza, il rispetto delle regole, il dubbio sulle ipotesi e la fiducia nei dati, l’ammirazione per i competitori più bravi, la serenità dell’impegno, sono valori che in fondo definiscono la disciplina scientifica. «Se pensi così, qualunque screzio con una persona si traduce in una sfida a comprenderlo. E i soli umani che non si possono accettare sono quelli che imbrogliano».

Si è adattato alle vicende della vita, Cingolani, cercando di andare a letto stanco. Era in Germania, pronto per trasferirsi definitivamente in Giappone a studiare le sue nanotecnologie, quando la morte del padre lo ricondusse accanto alla madre. Tornato in Puglia, aprì all’Università un filone di ricerca completamente nuovo, studiando le proprietà di una proteina che gli apparve simile a un transistor: «Se quella proteina riceveva un atomo di ossigeno rilasciava un elettrone. Questo dimostrava che si poteva fare microelettronica con la biologia». Quella specifica soluzione non divenne un successo commerciale, ma insegnò a Cingolani l’arte di mettere insieme scienziati di discipline diverse per realizzare progetti ambiziosi.

Il suo compito all’Iit è stato in fondo proprio questo. Ha portato in Italia un modello organizzativo sviluppato nei centri di ricerca internazionali e ha messo a disposizione dei ricercatori dei laboratori multidisciplinari, orientati al progetto non alla pubblicazione accademica. I successi delle prime spin off dell’Iit, come quella milionaria realizzata con Dompé per lo sviluppo della mano robotica, dimostrano che la direzione progettuale è feconda. La moltiplicazione delle forme robotiche a sua volta sembra seguire la generatività dell’evoluzione naturale, con macchine a quattro zampe, macchine umanoidi, macchine simili a piante e così via. L’Iit è una piattaforma abilitante per ricercatori: in un laboratorio si studiano le logiche dell’apprendimento di iCub, in un altro laboratorio si producono plastiche di origine biologica, in un altro ancora si coltivano cellule neuronali, ma nell’insieme si vede una tensione convergente verso l’evoluzione tecnologica che avanza nella collaborazione multidisciplinare. E che funziona come un’orchestra che può contare su un direttore visionario.

Già. Perché la visione, Cingolani, la cerca e la sa comunicare. Lo si capisce da quello che fa quando si distrae alle conferenze. Disegna. I disegni di Cingolani, di vago sapore fumettaro, sono di eccezionale precisione e complessità: «Il disegno è artistico se coglie l’essenza. Quando riesco nel disegno è perché mi sono fatto un’idea precisa di qualcosa e la riproduco sulla carta. È come se avessi in testa una foto ad alta risoluzione e, disegnandola, la stampo. Nella scienza - come nella fisica che è fondamentalmente basata sui grafici - analogamente, non ti perdi nei dettagli, cerchi l’essenza, disegni nella mente una teoria, la verifichi, abituando la mente a prevedere l’evoluzione di una dinamica.

La sua avventura con l’Iit si sta avviando a conclusione, probabilmente: non si ricandida per un altro mandato e ha avviato la procedura per la competizione internazionale che porterà alla scelta del prossimo direttore dell’Iit. Inutile chiedergli che cosa farà dopo. Sa soltanto che vorrebbe sviluppare alcune ricerche che ha avviato. Con ogni probabilità, non andrà al tecnopolo di Milano che ha contribuito a progettare e che si sta realizzando con una larga partecipazione della comunità accademica lombarda: nonostante fosse partita come una vicenda esageratamente politica si è tradotta in un progetto scientifico di grande portata che potrebbe avere un impatto importante sullo sviluppo economico italiano nell’epoca della conoscenza. Le polemiche che Cingolani ha dovuto affrontare a causa di quel progetto, peraltro, hanno lasciato il segno. «Il nemico dello scienziato è il mentitore», razionalizza Cingolani. Che peraltro va oltre col pensiero.

Che farà, dunque, uno dei massimi scienziati italiani dopo che, tra un paio d’anni lascerà la sua creatura genovese? «Il fil rouge della mia vita è che ho sempre studiato fisica». E peraltro tutta la sua famiglia, genitori, fratelli, mogli, figli - a parte Alkis che è ancora piccolo - è composta da scienziati o ingegneri. Sicché tutto ciò che la sua comunità più ristretta si aspetta da lui è che sarà sempre scienziato. «Non sei quello che hai, sei quello che sai», dice Cingolani: «E il potere acceca. Sicché sono certo che chi prenderà il timone dell’Iit lo porterà avanti interpretando in modo nuovo la ricerca che ci siamo dati il compito di compiere».

Studiando robotica, biologia e scienze della vita, lo scienziato cerca l’essenza, ipotizza percorsi che sconfinano dalle discipline, abbatte feudi accademici basati su quanto si era scoperto in passato. Con ogni passo avanti nella conoscenza, apre l’immaginazione verso le prossime tappe del percorso di crescita della conoscenza. E, dalle spalle dei giganti, non cessa di guardare più lontano. Viene voglia di sapere che cosa vede Cingolani quando, lasciato il palazzone dell’Iit e dirigendosi in moto verso casa, vede dall’alto il mare. Forse lo disegna nella mente, magari lo scompone nelle sue componenti essenziali e poi immagina di unire i puntini che lui, prima di altri, riesce a cogliere. Per l’Italia è un valore da non perdere.

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