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Elezioni locali per soli uomini

donne e politica

Elezioni locali per soli uomini

(Fotogramma)
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Nessun exploit di sindache, quest’anno. Dopo i trionfi di Chiara Appendino e di Virginia Raggi a Torino e a Roma, lo scorso anno, le elezioni amministrative dell’ultima tornata sono state quasi un torneo di soli uomini, almeno nelle città più grandi. Su 996 nuovi sindaci, soltanto 113 sono donne: l’11%. Una percentuale addirittura inferiore alla media nazionale, che non brilla: i Comuni amministrati da prime cittadine sono 1.082, il 13,9% del totale.

Va meglio per le consigliere, che almeno sfiorano il 30%, e soprattutto per le assessore, che sono assestate intorno al 40%. Un dato che fa riflettere. «Vuol dire che le scelte premiano la competenza tecnica», spiega Simona Lembi, consigliera a Bologna e presidente della commissione Pari opportunità dell’Anci. «È invece sul fronte della rappresentanza che ancora non ci siamo». Quando la palla è in mano ai cittadini, le donne non sfondano: sono meno a presentarsi in lista (la legge Delrio obbliga a una quota del 40%, spesso faticosa da rispettare) e sono comunque meno a farcela.

Lo squilibrio geografico è evidente: nei grandi Comuni, quelli con popolazione superiore a 15mila abitanti, tante Regioni del Sud sono al palo. Calabria e Molise non ne hanno nessuna, la Puglia il 3,2%, la Campania il 6,2%, la Sicilia il 7%. Meglio l’Abruzzo (15,4%) e soprattutto la Basilicata (una sindaca su quattro comuni), che con il suo 25% si avvicina alle quote del Nord. Dove spicca il Piemonte, che ha ben 12 sindache su 32 città più grandi, il 37,5% del totale.

La storia si ripete guardando ai Comuni con meno di 15mila abitanti: in Campania le sindache sono appena il 5,3%, in Sicilia il 6,1%, in Puglia l’8,6%, in Basilicata e Calabria il 9 e il 9,4%. Solo la Sardegna conta il 20,2%, ed è comunque lontana dal “record” del 27,7% dell’Emilia Romagna. Dove c’è un caso unico: a Coriano, 10mila abitanti nel Riminese, le donne amministrano da 24 anni.

Sorride Lembi: «È l’eccezione che conferma la regola. Però insegna l’importanza dell’esempio: ogni ragazza si sente legittimata ad affrontare una competizione». La regola, appunto, non è questa: «Ci sono due ragioni. Una è storica: le donne votano dal 1946 e sono arrivate all’idea della rappresentanza politica in epoca recentissima. Le leggi fondamentali sulla parità, penso al diritto di famiglia, sono degli anni Settanta. Per questo è fondamentale costruire esempi». C’è però la seconda ragione ad allargare il campo: «L’altra causa è pratica: per incontrare i cittadini e rappresentare gli interessi ci vuole tempo. E le donne sono schiacciate tra il lavoro pagato, quando c’è, e quello non pagato: tutte le incombenze familiari, dalla cura della casa a quella dei figli e degli anziani».

Non è casuale, sottolinea l’esponente Anci, che le amministratrici influenzino la qualità delle amministrazioni pubbliche in senso inclusivo: «Sono state spesso le prime a costruire il welfare sociale, a partire dai nidi comunali, e a lottare perché la maternità fosse considerata un fatto pubblico. Sono loro che hanno preteso la costruzione dei centri antiviolenza». Istanze che altrimenti sarebbero rimaste sepolte.

IL GAP DI GENERE, PROVINCIA PER PROVINCIA
Le prime province per percentuali di comuni amministrati da sindaci donne (Fonte: Comuniverso)

È per questo che le “azioni positive”, ovvero le quote, e la doppia preferenza di genere - fissate dalla legge 215/2012 per enti locali e consigli regionali e dalla legge Delrio (56/2014) per i Comuni sopra i 3mila abitanti, che ha stabilito come «nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%» - funzionano soltanto fino a un certo punto. «Oltre a quello servono politiche occupazionali e servizi pubblici di conciliazione», afferma Lembi. Una visione sistemica che vada oltre i pur lodevoli bonus elargiti dai governi Renzi e Gentiloni. Conclude la consigliera bolognese: «È tempo di studiare un vero piano per la parità». A 360 gradi.

Sia chiaro: progressi ci sono stati. In trent’anni le sindache sono cresciute di sette volte. Ma i cambiamenti sono lentissimi e gli interventi legislativi recenti. Soltanto nel 2016 è stata varata la nuova legge sui consigli regionali, con quota di lista al 60% e obbligo di alternanza uomo-donna. Nessuna regione raggiunge oggi il 40% di consigliere, la soglia minima che serve a considerare equilibrata la rappresentanza. E solo quattro (Campania, Emilia Romagna, Umbria e Toscana) prevedono nei propri sistemi elettorali la doppia preferenza di genere. Quanto al Parlamento, la legislatura che si chiuderà tra sei mesi è quella che vanta il record di donne (31,6% le deputate, 29,6% le senatrici). Ma nessun partito ha un timone femminile, sono gli uomini che continuano a muovere i fili e a dirigere le operazioni. Il sessismo nel linguaggio politico continua ad avanzare, anziché retrocedere.

Per il futuro chissà se in Parlamento quel 30% terrà. Nella primavera 2018 si andrà alle urne e la legge elettorale non è definita. L’Italicum per la Camera prevede la doppia preferenza di genere, il Consultellum al Senato la preferenza unica. È uno dei motivi per cui si chiede l’armonizzazione tra i due sistemi, compito finora fallito dalla politica. A settembre, quando in commissione Affari costituzionali a Montecitorio si riapriranno le danze, sarà uno dei temi caldi sul tappeto. Perché ogni dibattito parlamentare sull’argomento ancora si trasforma in un ring e le resistenze sono fortissime, spesso non dichiarate.

Eppure, come ribadisce da ultimo la risoluzione dell’Europarlamento approvata lo scorso marzo, la chiara sottorappresentazione delle donne in politica «costituisce un deficit democratico che mina la legittimità del processo decisionale sia a livello della Ue che a livello nazionale». Un gap che falsa i giochi e rende miopi le policy.

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