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Il punto cieco dei giovani

L'Editoriale|l’italia e le riforme

Il punto cieco dei giovani

Il nostro futuro contiene il rischio giovani, nonostante siano sempre pronti a trasformare un giorno qualunque in un dì di festa o in un gesto creativo. Sono quasi a secco di lavoro affidabile per un percorso di vita e per la formazione di un’identità sociale, seppur mobile, con effetti negativi sulla tempistica (procrastinata) e sulla capacità di reddito delle loro future pensioni. La condizione giovanile rischia di diventare un punto cieco nazionale come il Mezzogiorno, come indicano le proiezioni future. Un tasso di disoccupazione giovanile al 40% lo abbiamo conosciuto anche ai tempi della jobless growth tra gli anni Ottanta e Novanta. È una tara sociale che è riesplosa con la crisi, ma ce la trasciniamo da tempo: minaccia di diventare una costante storica negativa, cronicizzata nel nostro ordine sociale. Inibisce al Paese competenze, gesti creativi, ritmo sostenuto, apertura ottimista al mondo, tratti tipici della gioventù del XXI secolo. L’apartheid giovanile ha inoltre un costo: all’incirca 30 miliardi l’anno, solo i neet (Fondazione Visentini 2017).

Ecco perché dobbiamo liberarci - e con decisione - di questa tara sociale. La mancanza di lavoro per i giovani diventa un malessere sociale con mille sfaccettature. Da un canto, a esempio, alimenta interrogativi paradossali. Il primo: come mai, nonostante la loro diminuita incidenza demografica, i giovani oggi hanno più difficoltà a trovare lavoro che al tempo dei baby boomers? Il secondo: perché avviene se la loro istruzione e la loro alta predisposizione all’uso delle tecnologie non ha precedenti nel nostro passato?

Dall’altro canto, i giovani stanno diventando un satellite sociale marginale di outsider, tendenzialmente escluso dal pianeta degli insider più anziani per quel male oscuro denominato divario generazionale. Oscuro perché il divario generazionale non riguarda solo numeri impazziti a deprivare i giovani e a favorire degli insider più anziani, ma più nel profondo marca un’incomprensione e un’incapacità di reciprocità generazionale, segnata da un preoccupante invecchiamento della nostra occupazione. Brucia ogni giorno partecipazione economica e politica dei giovani. Brucia fiducia, brucia il futuro, come sottolinea Guido Gentili sul Sole 24 Ore di domenica 6 agosto. La mancanza di lavoro porta, soprattutto i giovani dopo i 25 anni, a patire marginalità sociale, uno status che riguarda non solo il lavoro, ma abitazione, pensioni, reddito, ricchezza, credit crunch e altre dimensioni di vita e di attività come indicato dall’Indice Divario Generazionale della Fondazione Visentini del 2017.

I giovani vivono in un mondo di previsioni che continua a escluderli, anche dal loro futuro. I dati previsionali valgono però di ammonimento al pari delle metafore a cui danno luogo. Sentite questa: il divario generazionale nel 2004 era rappresentabile con un’asticella a 1 metro, facile da scavalcare per un giovane di 24 anni, nel 2017 si è alzata a 1,83, una misura riservata a un salto giovane e atletico, ma nel 2030 sarà 2,70, un’altezza impossibile da oltrepassare senza ultra-poteri. Fortunatamente si tratta di numeri previsionali: il futuro vero però è quello che noi contribuiamo a realizzare e pertanto i dati previsionali possono essere ampiamente corretti in un futuro plausibile per i giovani, dandoci subito da fare in termini di lavoro 4.0 e di lavoro aggiuntivo. Il fatalismo o il determinismo dei dati coniugato al futuro di medio-lungo periodo non funziona: come la storia che studia il passato recente, i dati previsionali devono ammonirci sugli errori commessi, da non riproporre per il futuro, che, al contrario, ha sete di alternative. I punti di partenza sono il lavoro, la cui carenza tra i giovani è matrice di gran parte dei loro problemi, e un’attenzione lungimirante al futuro tecnologico, alle influenze esercitate dal mondo educativo e formativo, all’imprenditorialità giovanile come motore di crescita, alla complessa composizione dei giovani disoccupati marcati da disparità di genere e territorio (il Mezzogiorno). Nel caso, ci vorrà un programma di legislatura per impostare e realizzare un programma di contrasto alla disoccupazione e alla marginalità giovanile. Una legge quadro sulle misure in vigore su giovani e lavoro sarebbe un buon inizio per procedere.

Il tema è divenuto un rischio Paese su cui è stra-urgente intervenire con politiche del lavoro espansive. In effetti, sembra sia venuto il momento che il tema sociologico della marginalità dei nostri giovani, dopo vaglio severo, entri nell’agenda di governo. Lavoro 4.0 è uno sbocco naturale per i giovani (Il Sole 24 Ore del 18 luglio 2017) e i ministeri economici sono disponibili ad adottare misure efficaci per lavoro aggiuntivo per essi. Anche se le risorse non sono adeguate per le note ristrettezze di finanza pubblica, il mood governativo è sul piede di intervenire. Sono allo studio, in particolare, misure di decontribuzione (taglio del cuneo fiscale del 50% per due tre anni per contratti stabili dei giovani) e di potenziamento delle politiche attive e d’inclusione sociale. Se le prime - speriamo -avranno natura strutturale, le altre debbono aprirsi alla sperimentazione di nuove idee in misure concrete, spesso ospitate (e che continueranno a esserlo) da queste colonne in tema di lavoro giovani e futuro del Paese.

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