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«La procedura San Raffaele ha centrato gli obiettivi»

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«La procedura San Raffaele ha centrato gli obiettivi»

Abbiamo letto sul Sole di martedì 1 agosto le riflessioni di Sergio Dompé, nella lettera aperta intitolata «Io, imprenditore, nel labirinto del concordato preventivo». Per vero non abbiamo bene compreso le reali finalità che hanno animato questo intervento che muove da considerazioni di ordine generale sulla ritenuta inefficienza e ingiustizia dell’istituto del concordato preventivo («Il cui uso distorto può alterare la concorrenza a vantaggio dei disonesti»), ma poi nella sostanza si risolve in una sorta di personale doglianza per l’andamento del concordato dell’ospedale San Raffaele.

Come professionisti che si occupano da anni della materia (oltre che come Commissari giudiziali della procedura del San Raffaele), avvertiamo la necessità di alcune puntualizzazioni, anche alla luce dei successivi interessanti articoli che questo quotidiano ha ospitato sull’argomento.

Ci riferiamo agli articoli del 2 agosto 2017 sui costi eccessivi del concordato, sull’importanza della tempestiva emersione della crisi e sull’iter legislativo per la riforma della legge fallimentare, nonché a quello del 3 agosto 2017 sulla “frenata” del numero di concordati preventivi, sulle basse e lente percentuali di recupero, nonché sulla rilevanza delle procedure di “alert” con le iniziative dell’Unione Industriale di Torino.

L’importanza della precoce emersione delle crisi viene giustamente considerata un punto nodale, ma a tal fine è necessario che non solo il management della debitrice, ma tutti gli operatori che si interfacciano con l’azienda vengano sensibilizzati. Tra questi anche i fornitori, che, allorquando la crisi comincia a emergere, spesso incrementano considerevolmente la propria esposizione e lo scaduto, talvolta imponendo maggiorazioni di prezzo come una sorta di “premio al rischio”, con ciò aggravando i risultati economici e il dissesto finanziario del debitore.

La salvaguardia di aziende che possano risultare ancora competitive e dei relativi posti di lavoro è l’obiettivo condiviso da perseguire. A tal fine sinora è stato utilizzato principalmente lo strumento del concordato preventivo, tuttavia rivelatosi in molti casi inefficiente per le percentuali di recovery e le relative tempistiche, nonché per i possibili abusi lesivi della concorrenza. Probabilmente sarebbe da valorizzare, in tutti i casi di soluzioni meramente liquidatorie, l’istituto dell’esercizio provvisorio in sede fallimentare (limitando l’accesso alle procedure concorsuali minori alle sole ipotesi di concordati in continuità). Certo in ogni caso la tempestiva emersione della crisi è centrale per non aggravare il dissesto e mettere in sicurezza un’azienda ancora competitiva.

Nel quadro di generale inefficienza dello strumento concordatario, la procedura del San Raffaele rappresenta di certo una (positiva) eccezione. E infatti:

è stato salvaguardato il valore dell’impresa: l’ospedale ha proseguito l’attività nella fase di concordato ante omologa (quella in cui si è generata la maggior parte della prededuzione) fino al trasferimento di azienda al Gruppo Rotelli. Non vi è stato un giorno di interruzione dell’attività. Sono stati salvaguardati tutti i posti di lavoro (tremila). È stato conservato lìenorme valore dell’opera iniziata da don Verze, non solo sul piano economico, ma anche su quello dell’eccellenza in ambito sanitario e di ricerca;

il trasferimento d’azienda è avvenuto a seguito di una procedura competitiva (nessuna offerta blindata, dunque, anche grazie alla sensibilità del Tribunale fallimentare di Milano): la verifica sul mercato ha comportato l’incremento di corrispettivo per la cessione di ben 155 milioni di euro. Con il risultato che l’imprenditore acquirente ha corrisposto un valore certamente di mercato, non modesto neppure in termini assoluti, avendo versato in unica soluzione 405 milioni di euro, oltre all’accollo di debiti verso creditori privilegiati (tra cui il TFR dei dipendenti) per ulteriori 300 milioni di euro; un investimento complessivo superiore a 700 milioni di euro; la percentuale di recovery proposta ai creditori chirografari in sede di concordato, prevedeva un minimo del 52% (pur essendo state effettuate diverse ipotesi di riparto sulla base dei valori di perizia). La liquidazione del patrimonio del San Raffaele, nonostante le difficoltà operative incontrate, ha ad oggi consentito il soddisfacimento di tutti i creditori privilegiati e di quelli chirografari in misura pari al 51,7% (di cui il 39,1% in meno di due anni dall’omologa); tale soddisfacimento sarebbe stato anche maggiore se si considera che la Fondazione ha registrato sopravvenienze passive per circa 40 milioni di euro (corrispondenti a circa 6 punti percentuali di chirografo) a titolo di esborsi avvenuti in favore dello Stato; la liquidazione (che ha inevitabilmente comportato dei contenziosi) non è ancora terminata, dunque, la percentuale di soddisfacimento dei creditori è destinata a migliorare.

Il concordato del San Raffaele, pertanto, ha consentito di conseguire efficacemente molti degli obiettivi riconosciuti come primari nella gestione dell’insolvenza e ciò pur in presenza di un dissesto di gravissime proporzioni, emerso con enorme ritardo anche in conseguenza delle dinamiche disfunzionali tra operatori economici sopra menzionate.

Sotto tale profilo, occorre rilevare che pure il fornitore Dompè, nei cinque anni antecedenti all’ammissione alla procedura di concordato, ha visto il proprio credito commerciale più che triplicarsi, in un continuo crescendo, con scaduti addirittura ultrabiennali, senza l’assunzione di alcuna iniziativa per il recupero dello stesso: ciò che indirettamente ha concorso a ritardare l’emersione dell’insolvenza, con tutte le conseguenze che questo comporta anche in termini di recovery.

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