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Luigi Sturzo ci insegna la «via istituzionale della carità»

1959-2017

Luigi Sturzo ci insegna la «via istituzionale della carità»


L’8 agosto del 1959 ci lasciava don Luigi Sturzo. Prete, politologo, leader politico, esule antifascista e indomito critico dei vizi della neonata Repubblica, all'inizio del XX secolo seppe cogliere l'invito che Leone XIII rivolse ai cattolici con la Rerum novarum (1891) di essere fermento nella società, vivificando con la fede le “cose nuove”.
A distanza di 58 anni la Chiesa beatificherà don Luigi il prossimo novembre. Vorrei cogliere questa occasione per ricordare uno dei tanti capolavori della vita di Sturzo, interprete della “via istituzionale della carità”, la definizione di politica che papa Benedetto XVI ci ha consegnato: la fondazione del Partito Popolare. Un partito “aconfessionale”, di cattolici (e non dei cattolici), aperto al contributo delle correnti culturali dell'epoca e, nel contempo, intransigente nei confronti di quelle visioni palesemente o larvatamente contrarie al primato della persona e al relativo pluralismo istituzionale.
La fondazione del PPI il 18 gennaio del 1919 non sarà che il punto di arrivo di un percorso umano e vocazionale durato circa vent'anni. Molte erano le spinte affinché il partito assumesse le insegne anche semantiche dalla cattolicità. Sturzo rifugge tale esito: “È cura dei cattolici illuminare il pubblico […] guai a costruire dei partiti su questi elementi religiosi; si falserebbe la portata dei problemi, e si creerebbe una forza politica alla dipendenza della chiesa, cioè si porterebbe la chiesa al livello dei partiti”.
Il fondamento teorico del suo aconfessionalismo è tutto nel suo antidogmatismo politico. Non vi è spazio per quel populismo in cui il leader pretende di incarnare il popolo, né per una nozione di popolo organicistica: l'attributo “popolare” sta ad indicare piuttosto il metodo della partecipazione alla vita civile. Per il personalista Sturzo solo la persona pensa, agisce, soffre e sceglie, mentre i concetti collettivi quali “stato”, “società”, “classe” non sono altro che strumenti semantici ausiliari, non rappresentano realtà terze rispetto alle parti che li compongono: le ragioni delle parti (le persone) contano più delle ragioni della loro somma (gli stati o i partiti).
“Aconfessionalità” nel senso sturziano significa autonomia dalle gerarchie ecclesiali: programma, classe dirigente e obiettivi definiti in autonomia dai laici cattolici. Questa fu la condizione che rese possibile la nascita del partito che per primo seppe rappresentare i principi, i valori e gli interessi dei laici cattolici italiani e anche per questa ragione Sturzo dovette scontare ventidue anni di esilio durante il ventennio fascista.
A questo punto, sul fronte dell'azione politica, ovvero de “la via istituzionale della carità”, possiamo parlare del ruolo di Sturzo ricorrendo a due registri, il primo ad intra, rispetto alle problematiche del mondo cattolico, ed il secondo ad extra, con riferimento al contributo offerto alla democrazia italiana. Rispetto al primo registro, Sturzo ha saputo raccogliere i pezzi di un laicato cattolico impantanato in un “intransigentismo” immobilista e a tratti reazionario e li ha ricomposti, conducendo il movimento cattolico nella direzione di un “intransigentismo flessibile” (per usare l'espressione di Gabriele De Rosa), di un intransigentismo riformista e democratico. Rispetto al registro ad extra, Sturzo è stato colui che per primo ha individuato e denunciato i mali della democrazia italiana, individuando le famose “tre male bestie” della democrazia: “statalismo, partitocrazia, spreco del denaro pubblico”. Lo statalismo andrebbe contro il valore della “libertà”; la partitocrazia contro “l'uguaglianza”; la spreco del denaro pubblico contro la “giustizia”: partitocrazia e statalismo, mediante il cattivo uso del denaro pubblico, deresponsabilizzano il corpo sociale e svuotano di significato etico l'azione umana. Chi se la sentirebbe di negare che le suddette tre male bestie denunciate da Sturzo mezzo secolo fa siano alla base degli enormi problemi economici, della scarsa produttività, dei casi di corruzione, dell'enorme debito pubblico che affliggono oggi il Paese?

Flavio Felice insegna all’Università del Molise

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