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Le colpe dei tedeschi e lo strabismo di Sinn

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Le colpe dei tedeschi e lo strabismo di Sinn

Sorprende come i ragionamenti di alcuni tra i migliori economisti tedeschi, fluidi e coerenti quando guardano agli altri Paesi, si grippino quando considerano la Germania stessa. Nel pezzo di qualche giorno fa, Hans-Werner Sinn giustamente nota che la Germania ha spostato su Target 2 metà della sua posizione netta sull’estero. Questo vuol dire che è riuscita a disfarsi, senza perdite, dei crediti dubbi creati col suo “vendor financing” ai Piigs. L’avanzo commerciale tedesco accumulato prima della crisi dell’Eurozona nei confronti dei Paesi della periferia è stato possibile solo grazie ai finanziamenti erogati dai tedeschi, direttamente o indirettamente, a quegli stessi Paesi. Ma la pratica di finanziare gli acquirenti dei propri prodotti è notoriamente pericolosa e tende a creare crediti di incerta escussione. Proprio quando i nodi stavano venendo al pettine, la Germania è riuscita a mutualizzare i suoi crediti dubbi trasferendoli su Target2, dei cui saldi rispondono in solido tutti i Paesi soci della Bce. Anche i tedeschi, quindi, sono stati salvati dalla Bce. Fornendo liquidità alle banche della periferia, la Bce ha permesso alle banche tedesche di ritirare i propri prestiti senza subire perdite. In caso contrario, se questi prestiti fossero stati ristrutturati, il sistema bancario tedesco sarebbe probabilmente saltato (un’altra volta).

Se la Bce non fosse intervenuta, forse le perdite avrebbero intaccato l’entusiasmo per l’eccesso di risparmio domestico di cui sembra ancora soffrire Sinn. Entusiasmo mal giustificato dalla storia degli investimenti all’estero tedeschi: a parte i prestiti ai Piigs, la prima banca saltata coi subprime americani fu la tedesca Ikb. La proposta di Sinn di aumentare gli investimenti domestici tedeschi invece dei consumi non fa che acutizzare il problema. Mentre c’è evidenza di consumi tedeschi troppo bassi, manca l’evidenza di investimenti insufficienti data l’efficienza già raggiunta col livello attuale di investimenti dall’apparato produttivo tedesco. Difficile capire quindi come aumentarne ulteriormente l’efficienza possa portare a un riequilibrio dei conti con l’estero della Germania.

Dove Sinn ha ragione è nel redarguire le cicale keynesiane nostrane. Non è con gli stimoli artificiali presi in prestito a un futuro già non entusiasmante che un Paese estremamente indebitato può rilanciare la fiducia e la sua economia. Occorrono invece le riforme strutturali per sbloccare un sistema Paese grippato che avrebbe margini importanti di recupero della produttività complessiva.

Ma questo Paese indebitato, che dalla creazione dell’Euro è stato sostanzialmente fiscalmente disciplinato, non può essere tenuto per sempre sotto lo scacco di un debito pubblico pregresso. Debito reso insostenibile dall’essere denominato in una moneta che, contrariamente a quanto scrive Sinn, l’Italia non può stampare. Avendo già mutualizzato i crediti dubbi creati dopo il varo dell’euro dalle aggressive politiche economiche tedesche, l’eurozona dovrebbe pensare a come risolvere il problema di debiti pubblici che predatano la nascita dell’euro. Le politiche della Bce, volte a guadagnare tempo per una soluzione politica agli squilibri che la crisi aveva evidenziato, sono state fin troppo efficaci. Nell’estate del 2012 i problemi erano urgenti e chiari quindi la volontà di risolverli si stava consolidando. Oggi il «monetadone» sembra aver assuefatto tutti, creditori e debitori.

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