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Due condizioni affinché i Pir non diventino occasioni perse

L'Analisi|IL COMMENTO

Due condizioni affinché i Pir non diventino occasioni perse

Le famiglie italiane, secondo Bankitalia, hanno una ricchezza finanziaria di circa 4mila miliardi. Al tempo stesso nel Paese le imprese hanno un “buco” di capitale, secondo Oliver Wyman, di circa 250 miliardi rispetto alla media europea. E hanno perso, sempre secondo i dati di Bankitalia, quasi 90 miliardi di credito bancario rispetto al 2008. Mettendo le tre cose insieme - famiglie ricche, imprese sottocapitalizzate e banche più “tirate” - è facile capire quanto sia importante trovare un modo per permettere alle aziende di accedere ad almeno una piccola parte dell’immensa ricchezza delle famiglie. I Pir, Piani individuali di risparmio, a questo servono: per canalizzare una piccola ma importante fetta di quei 4mila miliardi nelle Pmi. Per fare in modo che i risparmi degli italiani servano, almeno un po’, per portare sviluppo, crescita e posti di lavoro in Italia. In un’ottica - ovviamente - di diversificazione degli investimenti per i risparmiatori.

L’obiettivo non è nobile: di più. Affinché questo avvenga con successo, devono però essere soddisfatte due condizioni. Uno: il risparmio deve essere tutelato da truffe e da bolle speculative. Due: le imprese devono prendere coraggio, assumere una cultura più manageriale, abbracciare la trasparenza e cercare maggiormente sul mercato finanziario quelle risorse che servono loro per crescere. Se una sola di queste condizioni non dovesse essere soddisfatta nel medio termine, allora i Pir potrebbero prima o poi trasformarsi in un boomerang. O, quantomeno, in un’occasione persa.

Partiamo dal primo punto. Con i Pir il risparmio degli italiani può ad esempio arrivare più velocemente fino ai minibond, cioè le obbligazioni emesse dalle Pmi. Purtroppo quando c’è di mezzo il risparmio delle famiglie, anche indirettamente, il rischio che qualcosa non funzioni esiste. Si pensi che in Germania, dove il mercato dei minibond è aperto al pubblico indistinto, si sono registrati casi di default molto maggiori rispetto ai Paesi dove questo segmento non è accessibile al pubblico: nei soli primi anni di vita del mercato - calcola il Politecnico di Milano - il 20% dei minibond è finito in default. Perché quando a comprare sono investitori non esperti, la tentazione di rifilare bocconi indigesti aumenta. Persino in Germania. In Italia l’investimento in minibond è indiretto attraverso i Pir, dunque più tutelato. Ma il rischio che nei “pacchetti” dei Pir vengano inseriti prima o poi titoli poco raccomandabili non va comunque escluso a priori. Come il rischio che i gestori di Pir applichino commissioni troppo elevate, tali da annullare o da ridurre il beneficio fiscale per i sottoscrittori.

L’altro punto centrale è che le imprese vadano sul mercato a prendere questi soldi: da inizio anno solo 16 aziende si sono quotate sull’Aim. Non sono poche, ma neppure abbastanza per poter parlare di svolta per il Paese. E anche i fondi di private equity, che alle imprese portano capitale e cultura manageriale, non stanno beneficiando davvero dei Pir. Il Governo sta studiando modalità (non fiscali) per convincere gli imprenditori ad aprire il loro capitale, che sia in Borsa o attraverso un fondo di private equity. La speranza è che trovi il modo. Affinché questi prodotti diventino veri volani per il Paese, è insomma necessario che risparmio e imprese si incontrino davvero. Ci vorrà tempo, il Governo ha messo in piedi un contesto favorevole. Ma, soprattutto nei primi anni, non bisogna abbassare la guardia: di occasioni questo Paese ne ha perse già fin troppe.

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