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La sfida con Kim un segno dell’erosione di leadership

L’ANALISI

La sfida con Kim un segno dell’erosione di leadership

Afp
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«Le soluzioni militari sono decise, cariche e pronte all’ingaggio se la Corea del Nord farà i passi sbagliati». L’affermazione è grave. Il “raddoppio” di Donald Trump contro Pyonyang è molto peggio della “linea rossa sulla sabbia” di Barack Obama contro il regime di Assad in Siria, per due ragioni, la prima è che il messaggio va a un leader squilibrato come Kim Jong Un, la seconda è che questa volta il grilletto l’America potrebbe premerlo davvero, con conseguenze potenzialmente catastrofiche visto che sarebbe il primo conflitto fra due Paesi che si confrontano per una disputa sugli armamenti nucleari. E questo presenta sempre una incognita che nessuno finora ha mai voluto verificare. A meno che i tre generali che consigliano il Presidente, Jim Mattis al Pentagono, John Kelly capo di gabinetto alla Casa Bianca, H.R. McMaster al Consiglio per la sicurezza nazionale, siano davvero certi del fatto loro. A questo punto infatti, con la rapida escalation della retorica bellica, non è pensabile che Trump, per quanto imprevedibile e improvvisatore, si stia muovendo da solo.

La vicenda muove l’intero teatro asiatico in un territorio inesplorato, genera terrore in Corea del Sud e preoccupa il Giappone. È questo il primo livello di coinvolgimento diretto, il secondo riguarda la Cina che finora ha assunto l’atteggiamento del “mediatore” distaccato limtandosi a comunicati che invitano alla calma; il terzo riguarda l’intero contesto regionale che coinvolge paesi in rapporti difficili con gli Usa, come le Filippine e il ruolo di leadership americana nella regione. Quando la Corea del Nord, in risposta a sanzioni decise dall’Onu, risponde con la minaccia di un attacco alle basi militari americane a Guam si è in effetti superato un livello di guardia che richiede un intervento più deciso.

Partiamo dal primo livello, quello che coinvolge gli alleati chiave dell’America nella regione, la Corea del Sud e il Giappone. Il dilagare della Corea del Nord, la sua aggressività nel perseguire armi atomiche ha creato pressioni nazionalistiche in Giappone per rispondere a questi sviluppi con un programma per la creazione di un deterrente atomico. Se si vuole evitare una proliferazione a tutto campo, la Corea del Nord va fermata e le sanzioni hanno dimostrato di non servire a un bel nulla. Se ci fosse un attacco americano, però, la risposta più immediata della Corea del Nord sarà un attacco convenzionale contro la Corea del Sud. Un attacco difficile da contenere. La Corea del Nord dispone di batterie di missili mobili che potrebbero lanciare attacchi simultanei contro il Sud, la stessa capitale Seul è vulnerabile e le batterie antimissile anche quelle americane non potrebbero contenere ogni missile che piove in zone altamente popolate della Corea del Sud. Il calcolo che anticipa la possibilità di 200mila morti negli scenari dello stesso Pentagono è possibile.

C’è poi il ruolo della Cina. Come reagirebbe Pechino a un attacco americano contro la Corea del Nord? Per ora Pechino dà l’impressione che ci si trovi di fronte a una escalation retorica fra due bulletti. Non crede a una degenerazione militare del confronto e ha assunto il ruolo del Paese “maturo”. Come ha già fatto nel caso della dichiarzione di Parigi sull’ambiente, Pechino pensa di poter capitalizzare sulle cadute di stile retorico di Trump - e dell’America - dimostrando di essere il vero Paese leader con la testa sulle spalle. È un ragionamento che funziona, fino a quando la Corea del Nord non passerà all’azione. Pyonyang dipende per la maggioranza dei suoi approvvigionamenti economici dalla Cina. Ma Pechino da qualche tempo ha meno influenza su Kim Jong Un. In questo caso però ritiene di poterne avere e i fatti ci diranno se Pechino ha visto giusto e se la Corea del Nord non procederà con la sua folle minaccia.

Cosa che ci porta al terzo livello, la questione regionale. La leadership americana è comunque in difficoltà nella regione. Le aperture e poi la marcia indietro di Trump su Taiwan, le uscite sulla inutilità della politica delle due Cine, le tensioni con il leader delle Filippine non hanno aiutato la credibilità americana in un momento delicatissimo per gli sviluppi geopolitici internazionali. Del resto lo scenario di una vittoria di Trump alla Casa Bianca nelle analisi pre-elettorali prevedeva proprio la situazione caotica e pericolosa in cui ci troviamo. La conferma? Il presidente ha anche detto che potrebbe attaccare il Venezuela. Cosa che avrà lasciato i suoi generali-consiglieri, gli unici con la testa sulle spalle, una volta di più esterrefatti.

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