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Quando le parole offuscano i fatti

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Quando le parole offuscano i fatti

Fin dall’antichità si sapeva che le parole determinano il pensiero e non viceversa; se si guarda il cielo stellato senza aver in mente la parola “costellazione” non si vede lo zodiaco, ma solo degli ammassi di stelle. Ecco quindi la grande attenzione che si poneva nell’uso appropriato delle parole: serve non solo a descrivere con una qualche precisione i fenomeni che vediamo intorno a noi, ma anche a determinare il nostro atteggiamento e modo di pensare.

Purtroppo in Italia si è diffuso un uso improprio delle parole; sembra che giornalisti, politici, partecipanti ai dibattiti televisivi, e persino le persone che discutono dei problemi di tutti i giorni non facciano più attenzione al significato delle parole e le scelgano a casaccio.

Non c’è nemmeno l’attenzione ai sinonimi; per esempio, i sinonimi di “profugo” sono “esiliato”, “esule”, “fuggiasco”, “fuggitivo”, “rifugiato”, “ramingo”, ciascuno con una sfumatura particolare; “migrante” non è la stessa cosa, ma nei giornali e in televisione i due termini sono intercambiabili e indifferenziati.

I giornalisti sono i principali colpevoli di questa situazione, e la colpa è aggravata dal fatto che per obbligo professionale dovrebbero informare, ma le parole improprie disinformano e condizionano dei modi di pensare sbagliati. Abramo Lincoln soleva dire: «Quante gambe ha un cane se chiamiamo gamba la coda?»; già ai suoi tempi la risposta giusta era 4, ma in Italia sembra che prevalga il 5. Disaccoppiando la forma dalla sostanza si crea un esercito di argomentatori a casaccio in cui tutte le interpretazioni sono possibili e anche i fatti vengono inventati. Il senatore americano Daniel Patrick Moynihan soleva dire: «Ognuno ha diritto alle proprie opinioni, ma non ai propri fatti». Ma le opinioni in Italia oggi derivano non solo da fatti interpretati in modi cervellotici, ma anche da parole sbagliate usate al posto di quelle appropriate. Il ministro del Tesoro ha il coraggio di dire che il debito pubblico scende, facendo riferimento all’ipotesi che il rapporto fra Pil e debito pubblico diminuisca in prospettiva se le previsioni di crescita si avverassero; ma intanto il debito pubblico ha raggiunto il massimo storico. Ma per favore, almeno non si confonda il futuro con il presente o i desideri con i consuntivi.

Se un medico descrivesse una polmonite come uno stato febbrile, direbbe una cosa che da un certo punto di vista è corretta, ma nella sostanza profondamente sbagliata. Se un magistrato parlasse di sottrazione di un oggetto invece che di un furto sarebbe redarguito. Se un ingegnere dichiarasse che una costruzione è inclinata invece di caratterizzarla come pericolante potrebbe esser radiato dall’albo. Ma perché invece un giornalista sportivo può dire che la squadra ha perso per 0 a 10 invece che dire che è stata travolta dall’avversario? Insomma, in tutte le professioni ci sono sanzioni per chi usa le parole sbagliate per descrivere i fatti, per i giornalisti no.

Le parole servono a descrivere fatti o fenomeni, non sono pennellate di colore su un quadro astratto; una parola sbagliata o imprecisa può descrivere un fatto all’opposto di quello che è. La qualità e intensità del fatto, la sua tendenza, le sue implicazioni richiedono parole diverse. Una pioggia può essere di 1 cm o di un metro; però, nel secondo caso la parola da usare non è «pioggia», ma «diluvio».

L’uso improprio di parole è un peccato grave perché ingenera nel lettore o nell’ascoltatore un giudizio di maggiore o minore gravità, di tranquillità o di emergenza, di fiducia o di allarme. L’uso prolungato di parole sbagliate poi crea assuefazione o, ancor peggio, trasforma in verità o giusto qualcosa che è falso o sbagliato. Quando lo faceva Goebbels c’era dietro un disegno predeterminato; se invece uno lo fa inconsapevolmente forse può esser perdonato, ma non se è un giornalista che per mestiere dovrebbe stare attento a descrivere i fenomeni con parole che tengono conto della sostanza e che ha il potere di influenzare molte persone.

Proprio per evitare l’uso sconsiderato delle parole, nelle redazioni di giornali o libri anglosassoni ci sono manuali che descrivono quali parole, apparentemente sinonime di altre, possono esser utilizzate in quali circostanze; c’è anche la professione dell’editor, cioè un professionista che corregge il lavoro di chi scrive per evitare imprecisioni, ripetizioni, oscurità di messaggi, non sequitur e gap logici. Da noi la professione di editor non esiste, e ciascuno è libero di usare parole che sono percepite dai lettori come significare qualcosa mentre in realtà significano anche l’opposto.

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Vediamo ora alcuni dei casi più diffusi di malcostume linguistico.

Privatizzare

Si dice che si privatizzano le Poste quando invece si pensa solo di collocare sul mercato una percentuale del capitale, mantenendo saldo nelle mani dei sindacati e del Governo il potere di fare qualsiasi cosa. Quando le Ferrovie propongono di fare una Ipo i sindacati insorgono contro la “privatizzazione”, quasi che già la quotazione sia l’inizio di un pericolo.

Azienda privata

Certamente una SpA è costituita secondo le leggi del diritto privato. Ma normalmente è più rilevante chi la comanda; se è la politica non ci può esser dubbio che l’azienda sia pubblica. Si può capire che un manager, per poter fare quello che vuole senza i controlli (e i lacci) del diritto pubblico, si appelli allo status giuridico della sua azienda; ma almeno non faccia l’ipocrita quando si parla della natura sostanziale dei suoi azionisti e referenti!

Tornare a crescere

Se fino a ieri l’Italia fosse stata in crescita e poi ci fosse stato stato un breve momento di calo del Pil il verbo «tornare» sarebbe appropriato; se invece sono quindici anni che in sostanza il paese è in declino, come dimostra l’andamento del Pil pro-capite in termini reali corretto per la “droga” del deficit pubblico (che invece è contata come crescita), allora la parola da usare sarebbe «inventarsi» la crescita, e tutti comprenderebbero quanto l’impresa sia praticamente impossibile.

Crisi

Una crisi è un fenomeno passeggero, come la famosa crisi del ’29 che in 4 o 5 anni era stata riassorbita; quindi basta aspettare e tutto andrà bene. Un declino è invece un robusto trend storico, che è enormemente difficile invertire, come sapeva bene Venezia nel ‘500 quando divenne non competitivo trafficare con l’Oriente attraverso la via della seta; Vasco da Gama aveva dimostrato che era meglio passare dal Capo di Buona Speranza. Marcare la differenza fra le due parole è importante: se l’Italia è in declino, e non in crisi, non si può continuare ad aumentare il debito pubblico perché non ci sarà mai un surplus che permetta di ridurlo, come invece si può immaginare che capiti quando finisce la crisi. Peraltro quasi nessuno ha memoria di quando ci sia stato in Italia un surplus di bilancio; se non c’era nel “bel tempo antico” figuriamoci come potrà mai esserci in futuro!

Imprenditore

È giusto chiamare imprenditore uno che ha creato un’azienda, ha rischiato, è stato abile e comunque è sopravvissuto alle avversità: ma perché chiamare un imprenditore anche il figlio di un imprenditore? Chiamiamolo «figlio di papà», capitalista, uomo ricco (finché non dilapida l’eredità); non chiamiamo mica «chirurgo» il figlio di un chirurgo, né chiamiamo «immobiliarista» il figlio che gestisce gli immobili ereditati dal padre!

Manager

Normalmente un manager è qualcuno che ha imparato a gestire un’azienda, una divisione, un business o anche una funzione aziendale. Ma se si paracaduta una persona senza qualità e senza competenze a riempire la posizione vacante di amministratore delegato di un’azienda, miracolosamente tale persona diventa un manager? Non importa se tale persona è figlia di un capitalista o è un amico di un politico; non può davvero esser un manager una persona che mai e poi mai sarebbe scelta da un investitore professionale per gestire qualcosa di serio. Non so quale altra parola si potrebbe usare: re travicello? Avatar? Impostore? Qualsiasi parola va bene, ma non manager.

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