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Cosa imparare dalle ultime cento crisi

LEZIONI DALLA STORIA

Cosa imparare dalle ultime cento crisi

(Afp)
(Afp)

Dal 1970 ad oggi, l’Europa è stata colpita da 50 crisi sistemiche e 43 crisi finanziarie non sistemiche caratterizzate da forti turbolenze sui mercati azionari, obbligazionari e valutari che hanno a volte distrutto, a volte scosso i sistemi bancari nazionali e che hanno rallentato duramente o fatto crollare l’andamento economico nei 28 Paesi della Ue più la Norvegia. In questo mezzo secolo di turbolenze, l’Italia è stata travolta dalle ondate delle grandi crisi subendo la stessa sorte dei principali Paesi europei, registrando tre crisi sistemiche (una negli anni 1991-1997 e due tra il 2011 e il 2013) e sei crisi finanziarie molto rilevanti ma non sistemiche (nei periodi 1973-’79, 1981-1983 e 2008-2011).

Il costo per la Ue di queste crisi sistemiche è stato elevatissimo, con una perdita in media dell’8,5% di Pil della produzione economica e un peggioramento del debito/Pil in media del 21%, come stimato da un gruppo di economisti e ricercatori della Bce, delle banche centrali nazionali dell’Eurosistema, e del Cers (comitato europeo per il rischio sistemico o Esrb) in un recente rapporto (occasional paper) che stila una nuova banca-dati delle crisi finanziarie europee.

Lo studio e l’analisi delle crisi sistemiche passate ha l’obiettivo di migliorare la rilevazione dei segnali premonitori delle prossime potenziali crisi, identificando i modelli e le variabili che generano stress finanziari estremi e che possono ripetersi nel tempo: tra questi, il credito facile e le bolle speculative immobiliari. L’ultima Grande Recessione e la crisi bancario-finanziaria scoppiata nel 2007 e ancora in essere (con focolai che restano accesi in Grecia, Portogallo e in parte anche in Italia per non parlare di Brexit), potrebbero però essere non tanto crisi passeggere ma piuttosto sintomi di un cambiamento epocale in essere, con modifiche strutturali e permanenti per l’assetto economico dei Paesi con economie avanzate: una prospettiva che apre scenari senza precedenti totalmente scollegati dalle formule e dai paradigmi che hanno dato forma a mercati ed economie negli ultimi 50 anni. I rendimenti reali, in calo dagli anni 80, sono ai minimi storici da anni, l’inflazione bassa stenta a salire dopo il rischio della deflazione, la crescita economica, la produttività e gli investimenti restano sotto i livelli pre-crisi nonostante 18mila miliardi di dollari di iniezioni di liquidità dalle banche centrali: questi potrebbero essere fenomeni non più temporanei ma duraturi, che potrebbero estendersi per un periodo molto prolungato di tempo.

I costi

Il costo delle 50 crisi sistemiche che hanno colpito la Ue è stato enorme, in termini di andamento economico e di debito pubblico. Le crisi più acute, che sono quelle complesse, hanno comportato una perdita della produzione economica in media dell’8,5% del Pil, con picchi del 12% quando sono scoppiate le crisi del debito sovrano e del 9% in occasione delle crisi bancarie e della correzione violenta dei prezzi degli asset finanziari. L’impatto sul Pil è stato calcolato, in questo rapporto, misurando il calo della produzione da prima della crisi a dopo la crisi, rispetto all’ipotetico andamento economico nel caso in cui la crisi non si fosse manifestata: nell’ultima grande crisi, i Paesi che hanno maggiormente accusato la perdita di produzione sono stati Grecia, Irlanda, Lituania, Cipro e Lettonia. In quanto al debito/Pil, le crisi sistemiche hanno aumentato questo rapporto del 21% come media dei diversi tipi di crisi (valutaria, bancaria, debito sovrano, correzione dei prezzi degli asset finanziari, origine esterna o domestica). Il calcolo misura il rapporto debito/Pil rilevato un anno prima della crisi e al picco della crisi sistemica e lo confronta con un andamento di debito/Pil nello stesso periodo ipotizzando l’assenza della crisi sistemica. Nello specifico, le crisi sistemiche scaturite dal rischio sul debito sovrano hanno avuto tra tutte l’ impatto negativo molto più forte sul debito/Pil peggiorandolo del 39% che è quasi il doppio rispetto alla media che tiene conto di tutti i settori e i rischi. L’ascesa del debito/Pil è stata più acuta in Irlanda, Lettonia e Spagna nell’ultima grande crisi, in Finlandia nella crisi bancaria degli anni 90 e in Spagna dal 1978 al 1985, secondo questo rapporto.

La complessità e le ondate

Delle crisi sistemiche su scala europea, 33 hanno avuto una natura “complessa”, in quanto composte da un insieme di rischiosità diverse e con problemi gravi rilevati nel settore bancario (31 volte), nella bilancia valutaria e dei pagamenti, con lo scoppio del rischio sovrano (10 volte), e la brusca e violenta correzione dei prezzi degli asset finanziari, in particolar modo quelli immobiliari (30 volte). Il paper Bce identifica inoltre due grandi onde. Sebbene gli anni 80 siano segnati da innumerevoli crisi, in realtà le due grandi ondate di crisi sono avvenute negli anni 90 e dal 2007 in poi. La prima onda è stata causata dalla crisi dello Sme (Exchange rate mechanism, Erm), dalla transizione dei Paesi in Europa centrale e orientale da economie pianificate a economie di mercato, dalla crisi della Russia del 1998: in questo periodo, le crisi valutarie hanno avuto più peso. La seconda ondata di crisi, più grande della prima, è stata provocata dalla crisi subprime Usa e dall’insorgere del rischio sovrano, con conseguenti crisi bancarie in numerosi Paesi europei: dal 2006 il crollo dei prezzi degli asset finanziari e l’impennata del debito pubblico hanno avuto un ruolo preminente.

Il grande cambiamento
dopo la grande crisi

Nel decennio dopo l’ultima crisi sistemica, negli anni che vanno dal 2007 al 2017, i grandi cambiamenti in atto potrebbero avere una portata strutturale. Llewellyn Consulting, in una recente provocatoria analisi, rileva come l’andamento del rendimento reale dei titoli di Stato dei Paesi del G7, a breve e lungo termine, sia in calo da 35 anni con un declino che non fa presagire l’arrivo di importanti conversioni a U. «Nonostante gli sforzi delle banche centrali, i tassi, l’inflazione e la crescita viaggiano su livelli storicamente molto modesti e potrebbero rimanere così bassi per un lungo periodo», sottolinea Llewellyn Consulting, rilevando «alcune considerazioni strutturali: l’invecchiamento della popolazione, un rallentamento del progresso tecnologico e della produttività; la decentralizzazione delle economie; l’indebolimento della spesa sulle infrastrutture; la prudenza degli investimenti privati; la diseguaglianza e il divario tra ricchi e poveri; gli spiriti animali oramai fiacchi; l’incertezza politica». A questa conclusione giunge anche un nuovo rapporto Bce a firma di Giuseppe Ferrero, Marco Gross e Stefano Neri sul preoccupante impatto dell’andamento della demografia in Europa sulla stagnazione secolare ma soprattutto sui tassi d’interesse «reali e nominali in calo dalla metà degli anni 80 e su livelli storicamente bassi dopo l’ultima crisi finanziaria globale». Le conclusioni di questo studio mettono in guardia da un pericolo: le banche centrali potrebbero avere le armi spuntate nelle loro future politiche monetarie e nella gestione e valutazione dei rischi sulla stabilità finanziaria causa di tassi troppo bassi. Tassi e rendimenti, reali e nominali, a breve e lungo termine, rischiano di rimanere estremamente bassi per molto tempo anche a causa delle pressioni al ribasso che verranno esercitate nel prossimo decennio da un’evoluzione demografica avversa nell’area dell’euro, è la tesi. Per evitare questo, gli autori del paper suggeriscono politiche fiscali con orizzonti temporali che guardino ai prossimi decenni e che siano mirate a scoraggiare il pre-pensionamento e promuovere innovazione e investimenti in R&S, per prevenire l’impatto negativo dell’invecchiamento della popolazione sulle prospettive di crescita economica a lungo termine.

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