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Le tenaci tradizioni dell’«agro-mafia»

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Le tenaci tradizioni dell’«agro-mafia»

(Marka)
(Marka)

Un tentativo di estorsione, i mafiosi che “offrono” alle vittime la possibilità di pagare in bestiame, il coraggio di due allevatori che non cedono ai ricatti, nemmeno quando diventano “o la borsa o i vitelli”. Un copione poco noto eppure tra i più antichi per la mafia dei pascoli nei Nebrodi , territorio che vide Giuseppe Antoci, presidente del Parco regionale (l’ente che gestisce la più grande area protetta della Sicilia) sfuggire il 17 maggio 2016 a un attentato.

O la borsa o i vitelli. Riassunta in una frase di disperazione la mafia dei pascoli nei Nebrodi può essere raccontata così.

Una mancata estorsione di 15mila euro che, per i Carabinieri della Compagnia di Nicosia (Enna), si è poi trasformata in una mancata estorsione in vitelli, aggravata dal metodo mafioso, per pari valore. Un fatto non eccezionale in un territorio che vide Giuseppe Antoci, presidente del Parco regionale dei Nebrodi, l’ente che gestisce la più grande area protetta della Sicilia, sfuggire il 17 maggio 2016 a un attentato che voleva essere mortale. La dirigenza del Parco si sta battendo da anni contro l’agromafia. In particolar modo, dal 18 marzo 2016, quando Antoci e il prefetto di Messina Stefano Trotta firmarono un protocollo di legalità per prevenire e contrastare l’infiltrazione mafiosa.

Riassunta con una frase di ottimismo e fiducia, questa presunta mancata estorsione che il Gip del Tribunale di Caltanissetta a metà agosto ha cristallizzato in due arresti su richiesta della Procura distrettuale antimafia, racconta però che, finché c’è vita, c’è speranza di denunciare la protervia criminale che cerca di imporre le proprie regole primordiali e selvagge di sopraffazione e violenza.

Questa mancata estorsione racconta il coraggio trovato da due fratelli titolari di un’azienda di allevamento di bestiame a Cerami (Enna) che di punto in bianco, secondo le ricostruzioni dei Carabinieri, nei primi mesi del 2015 si trovarono a far fronte a una richiesta estorsiva di 15 mila euro dovuta a titolo di interessi per un prestito ricevuto. Peccato che il prestito di 40mila euro, erogato nel 2003, fosse stato regolarmente saldato anni prima e senza che fosse pattuito alcun interesse con il creditore.

A fare la “graziosa” richiesta sono stati due pregiudicati, del tutto estranei al prestito del quale verosimilmente erano venuti a conoscenza, che gli investigatori ritengono vicini al clan catanese dei Mazzei, detti “i carcagnusi” che, tradotto in italiano, suona come “i miserabili”.

I due fratelli per oltre un anno hanno resistito alle pressioni fino a che, nella primavera di quest’anno, i presunti estorsori (tutti sono non colpevoli fino a sentenza passata in giudicato) tornarono a chiedergli la somma, scontata, bontà loro, di 2.500 euro rispetto alla richiesta originaria, minacciandoli che in caso contrario avrebbe portato via i vitelli e dato fuoco all’azienda e ai macchinari. Dai ladri di biciclette ai ladri di vitelli, insomma, in un neorealismo criminale che non ha mai abbandonato quest’area della Sicilia. Di fronte al silenzio dei due fratelli, sono scesi in campo anche lontani parenti che hanno premuto per una soluzione “pacifica”. Poi, via via, un’escalation di intimidazioni che non si sono più arrestate.

Il 14 giugno, esasperato, uno dei fratelli si è però presentato ai Carabinieri di Nicosia – guidati dal capitano Marco Montemagno – e ha denunciato tutto.

La lettura delle telefonate intercorse tra una vittima e un suo presunto aguzzino non lascia spazio alla fantasia. Di fronte al fatto che dovesse dare da mangiare ai figli con la sua attività, che il periodo economico e finanziario non era certo florido, che un’estorsione lo avrebbe ucciso, la risposta del pregiudicato era sempre la stessa: «Mi devi dare i soldi e basta». L’unica concessione era quella di cambiare il denaro con i vitelli per un pari valore e, perfino quando il dialogo si è spostato sul suggerimento del pregiudicato di vendere le vacche dell’azienda per racimolare i 12.500 euro, di fronte all’obiezione che quelle vacche non erano state ancora pagate, la risposta è stata disarmante e dello stesso identico tenore, privo di qualsiasi pietà: «Tu le devi ancora pagare e noi non le dobbiamo prendere?».

Ora viene la parte più difficile. I due fratelli hanno denunciato, registrando le conversazioni perfino con un apparecchio indossato e nascosto sotto i vestiti, proprio come si vede nei film.

Solo che questo non è un film. È l’essenza stessa della democrazia: la legalità.

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