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Pasqualino e quello scatto caravaggesco

ischia, il terremoto in un’immagine

Pasqualino e quello scatto caravaggesco

A sinistra il salvataggio del piccolo Pasqualino, a destra un dipinto del caravaggesco Tanzio da Varallo
A sinistra il salvataggio del piccolo Pasqualino, a destra un dipinto del caravaggesco Tanzio da Varallo

Ci sono immagini come quella del salvataggio del piccolo Pasqualino dalle macerie del terremoto di Ischia che ci colpiscono al cuore. Non solo per quello che rappresentano, ovvero il miracolo di un bambino strappato alla morte, ma per “come” lo rappresentano. La foto scattata da Antonio Dilaurenzo per Reuters coglie l’attimo liberatorio: nel cuore della notte il bambino è finalmente salvo.

E viene amorevolmente sollevato da sanitari e forze dell’ordine che lo reggono con tutta la delicatezza possibile, fissandolo con sguardi ancora contratti e segnati dall’emozione e dallo sforzo per averlo riportato alla luce. Più in basso, in primo piano, le mani di altri soccorritori si protendono con slancio per contribuire all’aiuto.

Il salvataggio del piccolo Pasqualino
Un dipinto del caravaggesco Tanzio da Varallo

Più che a una fotografia sembra di essere davanti a quadro. Ma non a un quadro qualsiasi: l’impressione è di ammirare un dipinto che avrebbe potuto concepire Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), o qualche artista italiano del primo Seicento legato alla sua scuola. Questa “fotografia-quadro” ci appare così potente ed emozionante proprio perché noi la riconosciamo come parte della nostra tradizione figurativa, che è poi la tradizione figurativa dell’Italia cattolica dei primi decenni del XVII secolo.

Definire questa fotografia “caravaggesca” è quanto mai appropriato. Come nei grandi quadri di Caravaggio la scena si staglia su un fondo scuro. Tutte le figure sono modellate da un potente fascio di luce che proviene da destra. Le posizioni, gli sguardi e i gesti appartengono al repertorio della gestualità caravaggesca, e sono di un’intensità paragonabile alle figure “vere” che il Merisi andava a scovare per le strade e poi immortalava nelle sue composizioni.

Cercare la verità e l’essenziale, insistere sulla drammaticità, modellare con la luce: Caravaggio inventò un linguaggio molto personale che, in realtà, obbediva ai dettami promulgati dalla Chiesa a metà del Cinquecento, in occasione del Concilio di Trento (1545-1563). L’assise tridentina aveva emanato disposizioni chiare e dettagliate su come dovessero essere dipinte le immagini sacre: aveva ordinato di abbandonare figure troppo concettose e di maniera - basate su allegorie complesse e rese con disegni sofisticati e colori artificiali – per puntare invece al “cuore” del fedeli con immagini più vere e più capaci di suscitare pietà, emozione e commozione. I quadri non dovevano dunque allettare gli sguardi o stuzzicare i cervelli. I quadri dovevano essere quasi dei pugni nello stomaco, in grado di scuotere le coscienze.

Caravaggio fu tra gli interpreti sommi di questa nuova poetica. Nella sua esistenza avventurosa e randagia visse in Lombardia, a Roma, a Napoli, a Malta e in Sicilia, lasciando alle spalle una scia di imitatori. Un soggetto come quello immortalato nella foto potrebbe essere stato dipinto indistintamente da Caravaggio o da uno dei suoi innumerevoli seguaci. E lo si potrebbe avvicinare a episodi come Mosè salvato dalle acque, oppure accostare ad adorazioni e circoncisioni di Gesù (ad esempio quella dipinta dal caravaggesco piemontese Tanzio da Varallo a Fara San Martino).

La foto scattata nella notte del 22 agosto a Casamicciola sembra riassumere molti soggetti: gli astanti stanno letteralmente “adorando” la creaturina scampata al crollo. E al contempo lo sollevato in alto, trionfanti, come un piccolo Mosè salvato dai gorghi. Così Pasqualino è stato “dipinto” dal fotografo: come un piccolo Mosè salvato dalla polvere.

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