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La montagna «incantata» della liquidità

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La montagna «incantata» della liquidità

Il banchiere centrale siede sopra una montagna alta 15mila miliardi di dollari, di tanto è aumentata la base monetaria globale con il Qe. Il panorama da lassù è confortante, la crescita si consolida, la disoccupazione cala. Ma l’inflazione “core” si vede poco, meno all’orizzonte di quanto si potesse prevedere dopo anni e anni di tassi ai minimi storici e liquidità strabordante. Che fare? È la cassetta degli attrezzi delle banche centrali che va adattata al nuove dinamiche della globalizzazione, dell’innovazione tecnologica e della demografia, per arricchirsi di altri strumenti mirati a riportare l’inflazione in area 2%? Oppure è il mandato delle banche centrali che va modernizzato? O ancora: cosa resta nella tool box per contrastare la prossima recessione?

Quando il nuovo mostro da combattere si chiamava deflazione, e questo accadeva fino a poco tempo fa, tra le misure eccezionali del banchiere centrale fu rispolverata alla svelta l’idea dell’helicopter money, perché al male estremo è consentito ricorrere con un rimedio estremo. Ora però l’inflazione è tornata, è debole e stenta a raggiungere un obiettivo prefissato: ma questo accade dopo anni di politiche monetarie non convenzionali senza precedenti che hanno attinto pesantemente alla cassetta degli attrezzi. E qualche prezzo è salito, e tanto: quello degli asset finanziari, titoli di debito e azioni. Per questo, i banchieri centrali sono prudenti, avanzano con cautela in questa terra incognita e intanto pensano a come riempirla di nuovo, la cassetta degli attrezzi, per prepararsi alla prossima recessione. La Federal Reserve impiegherà anni per dimezzare il suo bilancio gonfiato, la Bce per una buona parte del 2018 resterà in modalità Qe per poi fermarsi per anni sulla sua montagna di liquidità, congelando una grossa fetta di debito pubblico europeo ma almeno uscendo dai tassi negativi. E l’inflazione core? È bassa oppure il metro che la misura è obsoleto?

La banca centrale ha innumerevoli modi per stimolare l’inflazione, aiutando la crescita economica tramite il credito e sostenendo politiche fiscali espansive. Agisce sul tasso di cambio, cioè svalutando, ha il taglio dei tassi (fino a spingersi e molto in terreno negativo), le operazioni di liquidità mirate con le controparti bancarie, può fissare un tetto ai rendimenti, acquista asset finanziari come i titoli di Stato, le obbligazioni e cartolarizzazioni, gli strumenti del mercato azionario (gli ETF come la Banca del Giappone) o spingersi oltre, addirittura terreni e proprietà immobiliari. «La cassetta degli attrezzi del banchiere centrale e il mandato della banca centrale vanno visti nel contesto dei grandi cambiamenti strutturali che hanno impatto sull’inflazione come la globalizzazione, l’innovazione tecnologica e gli andamenti demografici - commenta Luigi Speranza, head of European Economics di Bnp Paribas -. Viene da domandarsi fino a che punto le banche centrali debbano insistere a raggiungere il target dell’inflazione al 2%, e quanto questa ostinazione (che è divenuta quasi un’ossessione) sia giustificata. Può essere invece pericolosa per gli squilibri che può generare fino a mettere in pericolo la stabilità finanziaria». Speranza è convinto che i modelli alla base delle politiche delle banche centrali non siano da buttare «ma semmai da perfezionare», nel senso che la crescita dell’economia sopra il potenziale e l’output gap continuano ad agire sull’inflazione, «ma lo fanno con tempi ritardati rispetto al passato. Certe relazioni si sono allentate, non sono sparite». E questo rallentamento consente alle banche centrali di non dover tirare il freno, alzando i tassi in maniera brusca come in passato, ed è un bene per la crescita. «Inoltre, la core inflation europea all’1,2% non è molto distante dalla media storica della core inflation dal 1999 ad oggi che è stata dell’1,4%. La politica monetaria della Bce ha funzionato», sostiene Speranza con vigore.

Inflazione bassa e tassi bassi comunque sono un’accoppiata che mette a disagio i banchieri centrali, che devono essere pronti a contrastare la prossima recessione, anche se un’inversione di rotta della crescita economica non è dietro l’angolo. Per questo, spiega Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, «il bilancio della Federal Reserve verrà sgonfiato con il quantitative tightening di 2 mila miliardi nei prossimi quattro-cinque anni e la Bce uscirà dai tassi negativi. La Yellen ha ricordato che ogni recessione può richiedere il taglio dei tassi del 5% e quando i tassi sono al 2% in teoria dovrebbero scendere fino a -3%. Per non arrivare a tassi negativi così pesanti, si ricorre al Qe: mille miliardi di acquisti di assets equivalgono a un punto percentuale di taglio dei tassi». L’altro intervento principale della politica monetaria, il tasso di cambio, potrebbe essere un’arma spuntata: in teoria «il tasso di cambio è uno degli strumenti più efficienti per alzare l’inflazione, è agile, veloce e non richiede voti in parlamento o al congresso, ma le banche centrali non possono abusarne, gli interventi valutari vanno concertati», osserva Fugnoli, secondo il quale «il cambio è meno efficace di una volta nel fare salire o scendere l’inflazione e anche per le partite correnti l’effetto è inferiore a una volta: il cambio non redistribuisce tanto le quote di mercato quanto i margini di profitto».

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