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La crisi identitaria degli immigrati di 2a e 3a generazione e gli attentati in…

fra minacce e attentati jihadisti

La crisi identitaria degli immigrati di 2a e 3a generazione e gli attentati in Europa

No tinc por, non ho paura, scandiva la folla che ha invaso le strade di Barcellona dopo l'attentato del 17 agosto, quando un terrorista ha scagliato un furgone contro i pedoni che passeggiavano lungo le Ramblas, uccidendo 15 persone e ferendone altre 130. È stata la risposta più dignitosa e appropriata che si potesse dare a un attacco terroristico, una salda dimostrazione di unità che ha trasceso le divisioni interne. Le spaccature, per esempio quelle fra spagnoli e catalani, sicuramente riemergeranno presto, ma quel senso di unità di fondo deve durare.
Dopo gli attacchi di Parigi, Bruxelles, Londra, Nizza e Berlino (per non parlare di Madrid nel 2004), la scelta di colpire Barcellona non deve destare sorpresa. Barcellona non è soltanto la città europea che attira il maggior numero di immigrati dal Maghreb, in particolare dal Marocco: è anche un simbolo di dialogo interculturale e tolleranza.

Le Ramblas stesse (una delle attrazioni turistiche più popolari della città) sono un simbolo di apertura: tra le vittime figurano persone di più di 30 Paesi diversi. Uno dei sospettati successivamente ha confessato che la sua cellula terroristica progettava anche di usare esplosivi contro i monumenti principali, inclusa la celeberrima cattedrale della Sagrada Família: un chiaro segnale che stavano cercando di colpire l'anima stessa della città.

Attacchi simbolici di questo genere sono particolarmente importanti in questo momento. Lo Stato islamico, la maggiore fonte di ispirazione del terrore transnazionale oggigiorno, vede profilarsi una sconfitta pressoché totale sul terreno e si affanna a usare le armi che ancora possiede, cioè la sua capacità di stimolare all'azione i giovani aspiranti terroristi di tutto il mondo.

Le «cellule dormienti» dell'Isis non comprendono necessariamente gente passata per i campi di addestramento dell'organizzazione in Paesi come Siria e Iraq, come succedeva con gli attentati orchestrati da al-Qa‘ida in passato. Sono composte da immigrati di seconda o terza generazione originari di Paesi musulmani, che non si sentono legati né al Paese in cui sono nati né a quello dei loro genitori o nonni. Cercano smaniosamente uno scopo e un'identità, merci emotive che l'islam radicale, e l'ideologia dell'Isis in particolare, possono offrire.

Nel caso dell'attentato di Barcellona, si ritiene che il responsabile della radicalizzazione dei giovani attentatori sia stato l'imam marocchino Abdelbaki es-Satty, morto nell'esplosione della “fabbrica di bombe” della cellula terroristica. Ma non sempre è necessario un canale così lineare: l'autore dell'attentato alla Manchester Arena, a maggio, aveva dei complici che sapevano dei suoi piani, ma non faceva parte di una rete terroristica.

Anche se il sedicente califfato dell'Isis è sull'orlo del collasso, un incremento degli attacchi terroristici all'estero è possibile. Questo potrebbe incoraggiare un maggior numero di musulmani in Europa a condannare apertamente azioni del genere, come ha fatto il movimento Not in my name. Di sicuro spingerà i governi a portare avanti misure più prosaiche.

La Francia, per esempio, ha già annunciato piani per ripristinare la cosiddetta «polizia di prossimità», che svolge un'azione di sorveglianza a livello di quartiere. Questo tipo di polizia può essere al tempo stesso uno strumento di informazione e di deterrenza, e può quindi rappresentare un tassello efficace nel quadro di una strategia più ampia, che include misure che vanno dal rafforzamento della polizia di frontiera e dei servizi di intelligence agli interventi militari in Medio Oriente o in Africa.

Ma tutto questo non basterà ad affrontare la crisi identitaria degli immigrati di seconda e terza generazione che si sono dimostrati vulnerabili all'ideologia dell'Isis. Il modo più efficace di affrontare il problema è promuovere l'integrazione, attraverso politiche concrete che supportino l'istruzione e l'assimilazione sociale, oltre a un dialogo più aperto tra i vari gruppi.
Il problema, naturalmente, è che una strategia di questo tipo richiede tempo per dare risultati, e il tempo è una cosa che le democrazie occidentali non hanno, quando si parla di terrorismo. Oltre al pericolo diretto di altre vittime, c'è la paura crescente tra la popolazione, che i politici populisti cercano smaniosamente di sfruttare.

Finora, le democrazie occidentali hanno in gran parte resistito alle sirene della xenofobia e sono in rimaste in linea di massima fedeli ai valori liberali. Se l'obiettivo dell'Isis è piantare i semi della divisione e del caos in Occidente – specialmente in Europa, che vede come l'anello debole – finora ha fallito.
Ma la guerra contro il terrorismo islamista è tutt'altro che finita. Dobbiamo rimanere pazienti, dare prova di resistenza e unità all'interno della nostra comunità e del nostro Paese; e anche del nostro continente. Il recente attacco all'arma bianca in Finlandia, perpetrato da un adolescente marocchino, evidenzia che non è necessario che un Paese giochi un ruolo importante nella coalizione contro l'Isis in Siria e in Iraq per diventare un bersaglio: è sufficiente essere una società europea aperta.

In considerazione di ciò, non basta dire: «Siamo tutti barcellonesi». Dobbiamo dire invece: «Siamo tutti europei». Non è solo un'affermazione simbolica, è un'affermazione descrittiva, che deve guidare la nostra risposta alla minaccia terroristica. L'azione a livello nazionale, come la cooperazione antiterrorismo tra Spagna e Marocco, è necessaria, ma può funzionare solo nel contesto di un'azione più ampia a livello europeo, che includa la condivisione di informazioni, la politica migratoria e la collaborazione tra forze di polizia e di sicurezza.

Oggi, con la progressiva erosione del ruolo degli Stati Uniti come Paese stabile e modello legittimo, l'Europa deve fare di più se vuole raccogliere il testimone. Il terrorismo islamista può minare questo sforzo o al contrario favorirlo. Una vittoria decisiva nella lotta contro il terrorismo islamista è possibile solo se quella lotta servirà a creare unità in Europa, un'unita che rafforzi i legami profondi che ci uniscono e i nostri comuni ideali democratici.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Copyright: Project Syndicate, 2017

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