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«L’importante è farsi meravigliare»

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«L’importante è farsi meravigliare»

Marzia Corraini (Imagoeconomica)
Marzia Corraini (Imagoeconomica)

Marzia Corraini la vedi da lontano e, se anche non la conosci, comunque la noti. Sarà per i capelli candidi o per il suo inconfondibile segno di stile: un paio di occhiali bianchi (ne ha decine), prima più spesso solo posati sulla testa, ora calzati anche sul naso. A Mantova, la città in cui ha scelto di vivere e lavorare, lei e il marito Maurizio (originari di Viadana) sono un’istituzione.

Il fatto è che il “caso Corraini” e il “caso Mantova” (leggi Festivaletteratura, la cui 21esima edizione si terrà da mercoledì 6 a domenica 10) sono l’ennesima dimostrazione che la migliore provincia italiana non è solo l’esemplificazione perfetta del concetto del savoir vivre ma, quando riesce a farsi fucìna di talento e genialità, dialoga alla pari con tutto il mondo. E il fatto poi è anche che Marzia riunisce in sé i due “casi”: è un editore di livello internazionale, pluripremiato (per dirne uno: miglior editore dell’anno nel 2014 alla Bologna Children’s Bookfair, gotha dell’editoria mondiale “per bambini”; e il premio, si badi, è assegnato dai colleghi, che ben sanno la fatica e vedono la qualità del lavoro nei libri), presente nei bookshop di tutti i grandi musei, con un catalogo che raduna alcuni tra i migliori illustratori e designer del mondo; ed è una dei magnifici otto soci fondatori che si sono “inventati” il Festivaletteratura. Un fenomeno, un successo imprevisto e per molti versi quasi inspiegabile in un Paese che continua a non voler leggere, con ostinazione. «La scommessa venne da una ricerca fatta sul nostro territorio. L’idea era quella di replicare una cosa simile ad Hay-on-Wye, il celebre festival inglese nel paese dei librai, e ci siamo riusciti. Penso che abbiamo intercettato un bisogno che c’era. Che era sì il nostro, ma era anche di molta gente, più di quanta sospettavamo» riflette. «Erano anni in cui dominava prepotentemente la tv. Noi abbiamo aggregato intorno al libro una comunità che fino a quel momento non riusciva a trovare un punto dove poter convergere». Semplicemente, non lo aveva.

Il Festivaletteratura ha compiuto, e rinnovato, più volte il miracolo della liquefazione dei luoghi comuni sulla lettura e sui libri. E ha dato vita, fortunatamente, a innumerevoli tentativi di imitazione, come diceva la rivista. «Ma è un festival che è riuscito a evolvere e cambiare negli anni. Quello di oggi non è certo quello di 20 anni fa. Non lo siamo noi organizzatori, prima di tutto. Anzi, i ragazzi, i volontari e i collaboratori che ci accompagnano da anni sono già pronti, secondo me, a prendere le redini per il futuro». La varietà, anche in questo caso, è stata vincente. «La nostra forza è che noi fondatori siamo diversi tra noi. Questo non è il mio festival, e non è quello di nessuno di noi. È il mix di tante anime». E forse ha giocato anche il fatto che non era tutta “gente del libro”: tra i fondatori, è vero, c’era Corraini e i due coniugi librai Nicolini, ma anche altri membri con professionalità e storie del tutto estranee all’editoria.

«E poi la città ci ha seguito, si è aperta. E noi la abbiamo “usata”» racconta mentre camminiamo dalla prima tappa dell’incontro, la sua galleria in centro, dove fervono i preparativi – in un disordine ben temperato –, per la mostra su un libro capitale di Bruno Munari, artista icona della casa editrice, «Codice ovvio» (inaugurazione in concomitanza con l’apertura del festival e riedizione del libro, dopo quella gloriosa Einaudi del 1971). «Il Festival è stato anche questo: far riscoprire ai mantovani e agli ospiti molti luoghi della città: piazze e conventi, chiese e musei, conservatori, angolini, scorci, prati e boschi». E palazzi, come Palazzo D’Arco, che fronteggia il ristorante Il Cigno, il migliore di Mantova, dove veniamo accolti e Marzia è di casa. Lo si capisce anche dai quadri alle pareti e dai vasi: tutto di prima scelta, occhio e gusto di un altro appassionato d’arte. Il proprietario, Tano Martini, che guida con inappuntabile eleganza e rara competenza il ristorante, sa come trattarla. In tutto il pranzo, Marzia ordinerà un vitello tonnato (squisito; lo prendo anche io, sì, ma non come unica portata...), ma ne rimanda indietro la metà. «Qui lo sanno – dice divertita –. Mangio lentissima, e poco. E chiedo sempre cose strane, piccole porzioni, assaggi... Lo faccio sempre, sia che vada nelle osterie alla buona o da chef stellati. I miei amici mi prendono in giro». L’abitudine, con Maurizio («lui però è un ottimo cuoco, io sbaglio anche su due uova sode»), è quella di uscire, con gli amici, due volte alla settimana. La convivialità e il tenere la porta aperta di casa e galleria, del resto, sono caratteristica di vita. «Mantova è stata una scelta “casuale”. Noi di Viadana gravitiamo su Parma, mica su Mantova. Ma c’eravamo venuti un giorno di primavera e c’era piaciuta molto...». Aprire una galleria a Mantova è un azzardo («Andavamo a Basilea e nelle principali città a vedere le mostre e così abbiamo pensato: perché non provare noi con l’arte?»), primo segnale dell’essere in controtendenza (o all’avanguardia, secondo altri parametri). «Spesso ci è stato detto di trasferirci a Milano. Ci abbiamo pensato e certo avrebbe avuto senso. Però io amo stare nei miei posti e qui la vita si vive bene, per noi e i nostri figli. E poi stare a Mantova dà anche maggiore indipendenza nelle scelte di cosa proporre e consente anche un certo carattere didattico, fai vedere quello che sta accadendo». La galleria inizia, nel 1973, con nomi già importanti, Pistoletto, Ceroli, ma segue da subito una strada tutta sua. «Non abbiamo mai fatto troppa attenzione alla Transavanguardia, per esempio. Il che, da un punto di vista del mercato, in un certo periodo, era proprio un errore. E, invece, abbiamo dato importanza all’illustrazione, che ha la stessa dignità della pittura, e mischiato subito arte e design. Non era facile all’epoca». Di fatto, sono stati tra i primi. Mari, Castiglioni, Sottsass e altri: il gusto si affina e si precisa via via con gli incontri con grandi personaggi, uno su tutti Bruno Munari, appunto, di cui oggi sono orgogliosamente gli editori.

«Mi sono laureata in pedagogia con una tesi sul libro illustrato. Ero innamorata della collana Tantibambini e in giro c’era poca bibliografia. Scrissi a Munari e lui mi rispose». Inizia una storia di amicizia, di amore, di fedeltà, di collaborazione, di scambio, di apprendistato e restituzione. «Maurizio ha lavorato tantissimo a contatto con lui, c’era proprio un legame stretto». Artista inclassificabile, genio assoluto del Novecento, Munari è maestro ed esempio in carne e ossa da seguire. «Ci ha insegnato tanto»: Marzia lo dice con caldo distacco e la giusta gratitudine, quella di chi sa che ha imparato, cosa e da chi. «Eravamo partiti come editori facendo i cataloghi delle mostre, ma sapevamo da subito che non era abbastanza. Volevamo esplorare le possibilità del libro come oggetto. Chi meglio di lui? Ma il suo insegnamento non era mai: “si fa così”. Faceva. E tu, guardandolo, ti illuminavi. Quante copertine, quante idee! Capivi che potevano venir fuori solo aprendo la mente, provando tutti i punti di vista, anche quelli che non avresti nemmeno immaginato, anzi proprio quelli».

Collezionista e lettrice disordinata, Marzia ha imparato, o forse ha solo approfondito, con Munari, una pratica che aveva intuito a scuola. «Ho avuto dei professori ottimi alle superiori. Non ero la tipica secchiona, anche se non ho mai avuto difficoltà, ma loro mi hanno abituato ad amare le cose: è fondamentale. Rifuggo dall’ossessione, dalla specializzazione. In me prevale la voglia di cose meravigliose, più e oltre che le cose intelligenti. La curiosità, la voglia di farsi meravigliare, sono una spinta e un metodo che si può applicare a tutto. Con i miei professori prima e poi con Munari ho capito che si può far cultura e divertirsi». Idea messa in pratica, con la casa editrice e con il festival. Per quasi vent’anni, dal 1973 al 1990, ha insegnato. «Ho lavorato molto con i bambini portatori di handicap. È una fatica notevole: devi portarli a capire le cose e andare incontro a loro ma senza banalizzare o semplificare troppo fino a rendere inutile la lezione. Capisci che il tempo e le soddisfazioni vanno coltivate con pazienza. Penso che la scuola ha ancora degli ottimi professionisti, delle ottime persone, che fanno tanto per i bambini. Ma come istituzione, forse, non crede più tanto alla sua missione».

Nel frattempo ci sono sempre la casa editrice e la galleria da seguire. E la qualità editoriale, misto di cura artigianale, passione e pazienza, sguardo internazionale, viene riconosciuta. «Quando Vanni Scheiwiller ci elogiava per i libri, o quando Roberto Cerati di Einaudi ci dava consigli per affrontare il mercato, erano soddisfazioni. Una volta, a Parigi, la direttrice della biblioteca d’arte del Pompidou ci portò nella zona dove conservava il meglio dei libri. Ecco, accanto a “Jazz” di Matisse, c’erano i nostri volumi. Beh, capisci che qualcosa di non comune l’hai fatto».

Il cameriere si avvicina per il dolce. Naturalmente la richiesta è fuori carta. «Una pesca» sorride. E aggiunge: «A volte vengo qui e mangio solo questo». Le chiedo a bruciapelo se c’è un ospite che avrebbe voluto al Festivaletteratura e non ha avuto. Ci pensa su, poi fa il nome di Charlotte Perriand, una delle fondatrici del design contemporaneo. «Stavamo per portarla, ma morì prima. Che peccato. Era una donna e una mente straordinaria». Mentre la riaccompagno in galleria le chiedo, allora, se c’è un incontro del festival che ricorda con particolare piacere. La risposta che mi dà è sincera e descrive la sua personalità in pieno. «Non so. Non mi ricordo... Non è una posa. Sto sempre già pensando al prossimo incontro, al prossimo festival, pronta a farmi sorprendere ancora». Le faccio notare che è una frase che mi ha detto poco prima. «Quando a Munari chiedevamo di poter ripubblicare “Nella notte buia” o altri suoi libri, rispondeva deciso: “Ma quello l’ho già fatto!”. Lui guardava sempre avanti».

Forse il segreto è proprio questo: il passato è andato e c’è da guardare oltre («tutti i grandi, Munari per primo, hanno sempre lavorato come se non ci dovesse essere fine, sempre a marcia avanti, sempre nuovi progetti»). Tornati in galleria, mi guardo intorno: un foglio-macchina, il bozzone di «Codice ovvio»: dalla copertina ci fissa lo sguardo sbarazzino, intelligente e profondissimo di Munari, incorniciato da un buffo occhiale rettangolare. Eccolo, un personaggio che sarebbe stato perfetto per il Festival. Marzia saluta e, senza pensarci, dedica gli ultimi scampoli di conversazione a un’iniziativa sulla lettura per gli adolescenti promossa dal Festivaletteratura e altri omologhi europei. Si parte... fra un anno. Non è ancora incominciata questa edizione che la mente è già alla prossima. Infatti.

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