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Fondi europei, l’approccio «alternativo e locale» proposto…

L’INTERVISTA

Fondi europei, l’approccio «alternativo e locale» proposto da Fabrizio Barca

«Al contrario di quanto avrebbe voluto nel 1973 il primo commissario europeo alle Politiche regionali, GeorgeThomson, molti cittadini europei oggi hanno seri motivi per dubitare della comune volontà di tutti di aiutare ogni Stato membro dell’Unione a migliorare le condizioni di vita della propria gente. Serve perciò un approccio alternativo che corregga gli errori del passato. Oggi la Ue ha la grande opportunità di farlo». Fabrizio Barca, economista, presidente del Comitato per le politiche territoriali dell’OCSE dal 1999 al 2006, e ministro per la Coesione del governo Monti tra il 2011 e il 2013, ha presentato le sue proposte al settimo Forum per la coesione a Bruxelles, davanti ai principali policy maker europei delle politiche regionali.

Il primo errore, ritiene Barca, è stato quello di rispondere ai mutamenti sistemici con politiche che non hanno tenuto conto della dimensione spaziale e geografica. È stato dato per scontato che le riforme strutturali nella giustizia, nell’educazione, nella sanità, nella ricerca, potessero avere la stessa efficacia dappertutto, in base al principio “one-size-fits-all”.

Il secondo errore è stato di «assecondare passivamente» le richieste delle grandi imprese, pensando che allineare gli investimenti pubblici alle loro esigenze avrebbe generato crescita e inclusione sociale, nell’interesse di tutti.

«I presupposti di questi due approcci si sono rivelati entrambi sbagliati e quando ciò è diventato evidente, si è fatto ricorso ad un terzo espediente provocando altri danni: le compensazioni caritatevoli e la redistribuzione finanziaria», cioè il mero «trasferimento di fondi alle élite locali delle aree più arretrate» con l’obiettivo di «evitare tensioni sociali». Ma questo ha prodotto effetti perversi: «Ha alimentato l’avversione delle élite all’innovazione e alla concorrenza, le ha trasformate in rentier e ha eroso i valori delle comunità locali».

Un giudizio molto severo: «Queste tre politiche hanno creato nuove divisioni, di classe e territoriali, hanno trasformato la globalizzazione in iper-globalizzazione, provocando reazioni negative all’apertura delle frontiere, al diverso e al trasferimento di sovranità». L’esempio più vicino è quello di «molte aree del Mezzogiorno».

Per tradurre i buoni propositi della riforma della politica di coesione del 2013 in fatti concreti e non relegarli a materia per gli addetti ai lavori, Barca ha messo a punto una proposta articolata, illustrata a Bruxelles.

La prima cosa da fare è confermare le attuali regole della politica di coesione: «Per la prima volta milioni di funzionari, esperti, imprese e cittadini non dovranno imparare nuove regole perdendo anni di tempo». La seconda necessità è «un forte commitment politico di Parlamento, Commissione e Consiglio a sostegno della politica di Coesione che dovrebbe essere presentata come il “tocco europeo”per affrontare le nuove divergenze, creando inclusione e innovazione», un marchio di fabbrica che dia l’«indispensabile dimensione europea ai princìpi del nuovo pilastro dei diritti sociali».

Per realizzare gli obiettivi di semplificazione, proporzionalità e flessibilità Barca suggerisce tre azioni concrete. La prima riguarda i controlli, un aspetto che preoccupa molto i cittadini-contribuenti. Il sistema attuale è macchinoso e con troppi livelli. «Il ruolo svolto dalla Commissione Ue dovrebbe essere trasferito ad un’autorità di controllo europea, sulloschema Bce, in cui le autorità nazionali agirebbero come parte delle istituzioni Ue, come le banche centrali nazionali». L’altro punto riguarda i fondi: i cinque attuali dovrebbero essere raggruppati in uno solo, affidato ad una sola direzione generale, superando l’attuale segmentazione settoriale e rafforzando le competenze per tipologia territoriale (città medie e grandi, aree interne, aree di confine).

Da queste due prime proposte deriva la terza che Barca chiama «place-based approach», o approccio rivolto ai luoghi, che significa «estendere il ruolo proattivo della Commissione nei territori , per disegnare strategie, realizzare e attuare condizionalità (trasformazioni istituzionali), assicurare confronto aperto e acceso, accompagnare e valutare gli interventi». Per farlo «servono 500 nuovi giovani esperti, selezionati dai migliori centri di studio e ricerca, che spendano tempo ed energie luogo per luogo, dove le strategie e i progetti sono disegnati e realizzati, “pionieri europei” di una Ue innovativa e vicina ai cittadini».

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