Commenti

Fondi Ue, nuovi criteri e maggiore equilibrio

L’UNIONE CHE VERRà

Fondi Ue, nuovi criteri e maggiore equilibrio

Nell’ultimo “documento di riflessione” della Commissione europea sul futuro della Ue, alla riforma della politica di coesione è dedicata solo mezza pagina. Tuttavia è un punto di partenza importante per capire quale piega sta prendendo il confronto che dovrà ridisegnare il bilancio dell’Unione per il dopo-Brexit, su cui i fondi strutturali pesano per oltre un terzo. Dei sei punti sviluppati nel paper sulle finanze europee, il più dirompente sembra l’ultimo: «L’attuale sistema di allocazione dei fondi - si afferma - potrebbe essere rivisto. Nuovi criteri potrebbero aggiungersi, legati per esempio alle sfide che l’Europa ha di fronte, dalla demografia alla disoccupazione, dall’inclusione sociale alle migrazioni, dall’innovazione al cambiamento climatico».

Nuovi parametri di assegnazione

Dietro a questa proposta, apparentemente generica , c’è in realtà un lavoro già in corso, fatto di simulazioni e ipotesi, che partendo dai criteri attuali - basati esclusivamente sul Pil procapite di ogni regione rispetto alla media europea – vuole approdare ad un nuovo modello di assegnazione delle risorse che tenga conto anche di altri parametri, a cominciare da quelli elencati nel reflection paper.

Le ragioni che spiegano questa esigenza sono più d’una. La prima emerge proprio dalle simulazioni: con il criterio del Pil procapite la Polonia - che è già di gran lunga il primo beneficiario dei fondi strutturali – sarebbe ancora più avvantaggiata e la sua dotazione crescerebbe a dismisura. L’effetto riguarderebbe anche altri Paesi dell’allargamento, nel blocco-Visegrad ma non solo. In questi Paesi l’incidenza dei fondi europei sul totale degli investimenti pubblici a volte supera il 50%. I motivi politici per porre rimedio a queste distorsioni non mancano, soprattutto tra i “vecchi soci” dell’Unione, dove un riequilibrio che tenga conto anche di altri fattori oltre al Pil può aiutare a consolidare gli argini contro i vari euroscetticismi nazionali.

L’idea, dunque, è di ridurre i saldi negativi di alcuni Stati membri che sono da sempre contributori netti. È ancora troppo presto per dare cifre sensate. In base alle valutazioni preliminari, con i nuovi parametri Germania, Francia e Italia avrebbero tutto da guadagnare e per la Spagna probabilmente l’effetto sarebbe neutro. «Sia chiaro: non c’è alcun intento punitivo» avvertono a Bruxelles. Ma è evidente a tutti che in troppe occasioni i «nuovi» stati membri hanno dimostrato di voler stare al tavolo europeo più per battere i pugni che per condividere sul serio i valori fondanti dell’Unione. In ogni caso – è la linea prevalente - gli squilibri prodotti sotto l’effetto-allargamento (dai primi anni 2000 in avanti), vanno corretti, non solo per impedire che diventino esagerati, ma anche per neutralizzarne gli inevitabili “effetti collaterali” nel resto della Ue. Tra l’altro, questa soluzione potrebbe rendere superflua la richiesta italiana di condizionare l’erogazione dei fondi Ue al rispetto dello Stato di diritto, in particolare sulla questione del ricollocamento dei migranti.

Criterio lineare e velocità di attuazione

L’altra modifica di rilievo su cui a Bruxelles stanno ragionando da tempo ( fatta propria anche dal Governo e dai lander tedeschi) riguarda la modifica dell’attuale divisione delle regioni beneficiare in tre categorie: più ricche, più povere e in transizione. L’ipotesi è di adottare un criterio “lineare” che renda progressiva e quindi più equa la distribuzione dei fondi tra le regioni.

Di questo però non si parla nel reflection paper che guarda invece ad una maggiore flessibilità nell’uso delle risorse, per esempio attraverso una “riserva” di spesa non allocata e pronta per essere utilizzata di fronte di esigenze impreviste nel corso dei 7 anni di programmazione. Si pensa anche di rendere più flessibile e di agganciare alla politica di coesione il Fondo di aggiustamento per la globalizzazione.

Uno dei nodi che la riforma proverà a sciogliere è quello della velocità di attuazione delle politiche di coesione. Ciò eviterebbe, tra l’altro, la paradossale sovrapposizione tecnica di tre periodi, più di un ventennio, a cui assistiamo già dal 2016: chiusura del 2007-2013, decollo dei bandi 2014-2020 e impostazione del post-2020. Tra le ipotesi, regole più severe sul disimpegno dei fondi, procedure più brevi per la chiusura dei programmi e un processo più rapido e flessibile per nominare le autorità di gestione e per la programmazione.

C’è poi la questione della capacità amministrativa, soprattutto a livello locale, spesso serio ostacolo alla competitività e alla crescita, prima che fattore determinante nell’(in)efficacia dei fondi europei sul territorio. Si cerca di «esplorare un nuovo approccio», con un coinvolgimento più stretto della Commissione, sulla scia di alcuni esperimenti pilota come i Pra, piani di rafforzamento amministrativo, imposti alle regioni e ai ministeri italiani nel periodo 2014-2020 che cominciano a dare i primi risultati.

Le conseguenze di Brexit e il Piano Juncker

La disponibilità di risorse è uno dei nodi principali nell’impostazione del nuovo Quadro finanziario pluriennale. L’obiettivo è di non ridurre il volume complessivo degli investimenti, nonostante i 10 miliardi all’anno che mancheranno alle casse Ue con l’uscita della Gran Bretagna. L’introduzione del cofinanziamento nazionale della Politica agricola consentirebbe di coprirne più della metà. Gli altri dovranno arrivare dall’aumento del cofinanziamento o da tagli ai fondi strutturali e, si spera ma non sarà semplice, da un piccolo aumento del contributo degli Stati membri al bilancio Ue, dall’1% attuale all’1,05%.

Si proverà anche semplificare e snellire la struttura attuale, articolata in cinque fondi diversi con obiettivi a volte sovrapposti (per esempio il Fesr e il Feasr) ma con regole disallineate. Unificarli tutti in un fondo o almeno scrivere un solo regolamento comune renderebbe lil lavoro più semplice per i beneficiari e e le amministrazioni, migliorando anche il coordinamento con altri canali di finanziamento come Horizon 2020 e Connecting Europe Facility.

Resta l’incognita delle sinergie tra fondi strutturali (ESIF) e EFSI, braccio operativo del Piano Juncker di cui si discute l’ampliamento ma sulla cui efficacia comincia ad affiorare qualche dubbio, sia in termini di addizionalità degli investimenti sia sul moltiplicatore: «Il rischio è che l’effetto moltiplicatore dell’Efsi – ha scritto la Corte dei conti Ue nella relazione al Parlamento – sia esagerato, soprattutto per i progetti in cui gli investitori erano già impegnati o che fanno parte di programmi nazionali preesistenti al lancio dell’Efsi». La lotta per dimostrare che uno è più efficace dell’altro è cominciata da tempo, ma nel confronto si dovrà considerare che al di là delle sigle quasi identiche, tra i due strumenti ci sono differenze abissali, sia in termini di risorse che di obiettivi di politica economica. Se la crescita non è anche inclusiva e coesa, qualsiasi strumento rischia di essere politicamente insostenibile per l’Unione.

© Riproduzione riservata