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La tecnologia non salverà il mondo. Le nostre idee sì

contro la tecno-retorica

La tecnologia non salverà il mondo. Le nostre idee sì

2001 Odissea nello spazio (Agf)
2001 Odissea nello spazio (Agf)

Ho una copia di un libro del 1987, da tempo dimenticato, di Arthur Clarke: «20 luglio 2019. La vita nel XXI secolo». Non avevo intenzione di menzionarlo fino al 50° anniversario dei primi atterraggi sulla luna, che il suo titolo riflette. Ma rompo il mio personale embargo perché la sua rilettura mi ha dato nuovi spunti.
Clarke, scrittore di fantascienza, se la cavava bene anche come futurologo. Il suo computer immaginario HAL 9000 in «2001. Un’odissea nello spazio, che ha co-scritto, fa presagire molte delle paure odierne sull’intelligenza artificiale. Era anche un vero e proprio scienziato che, in un articolo del 1945, propose satelliti di comunicazione.

A meno che le cose non cambino nei prossimi 23 mesi, il libro «20 luglio 2019» è sbagliato in quasi tutti i dettagli. Clarke suggerisce, ad esempio, «amplificatori» per renderci più intelligenti, ma non fa menzione di internet, che all’epoca era in fase di sviluppo e che 15 anni prima era stato predetto da Joseph Licklider del MIT quando lavorava presso il dipartimento della Difesa statunitense.

Gli errori di previsioni sono solo uno dei problemi che ho con il libro di Clarke. Come la maggior parte di chi guarda con entusiasmo al futuro, lo scrittore vede il domani interamente in termini di tecnologia.

La versione odierna della visione di Clarke è quella della tecnologia come salvatrice dell’umanità. Ha un’enfasi esagerata e sta prendendo slancio. In effetti, questo chiacchiera inarrestabile è come una campagna di pubbliche relazioni surriscaldata nell’interesse degli arroganti e prematuramente arricchiti giovin signori della Silicon Valley. C’è un tono messianico che farà sorridere i nostri discendenti. «Entro il 2045, avremo moltiplicato  .... l’intelligenza della macchina biologica umana della nostra civiltà rendendola un miliardo di volte superiore», dice Ray Kurzweil di Google.

La tecnologia è meravigliosa, ma ha avuto poco o nulla a che fare con le cose migliori del mondo. E giocherà un ruolo minore nel cacciare i peggiori demoni dell’umanità: povertà, ignoranza e follia. Che cosa intendo per le cose migliori? La messa al bando del razzismo, i diritti dei disabili, l’emancipazione delle donne. Il primato della ragione, la diminuzione della superstizione. Democrazia, sicurezza sociale, diritti degli animali, maggiore speranza di vita e, sì, capitalismo.

Certo, l’ igiene e la medicina sono tecnologia, ma l’idea di distribuire i loro benefici a tutti attraverso innovazioni come fognature, medicina socializzata e refrigerazione potrebbe venire solo dall’empatia e dalla creatività umana.
La tecnologia, dall’illuminazione elettrica alle lavatrici fino a internet, ha contribuito al progresso. Ma è solo una parte del futuro. Le macchine aiutano a risolvere il “come”, non il “cosa” né il “perché”.

Mi piace molto ciò che la tecnologia sta facendo per i paesi in via di sviluppo, dove il progresso è più necessario. Ho scritto di recente su idee come Ugogo Africa, un servizio online proposto per consentire agli artigiani senza conti bancari di vendere i loro prodotti a livello globale. Geniale. Per i paesi in via di sviluppo, ancora meglio saranno l’istruzione universale, l’eliminazione della corruzione, lo Stato di diritto, forse la democrazia, anche se questa è sulla mia lista B. La tecnologia farà la sua parte, ma non sarà essenziale.

La settimana scorsa, ho maturato questa idea sediziosa nel confronto con due menti brillanti. La prima è Marc Demarest, un pensatore e autore digitale che vive nell’Oregon. Egli concorda sul fatto che l’incessante ritornello della Silicon Valley sia auto-referenziale. «Come nel caso del presidente degli Stati Uniti - osserva Demarest -, nessuna dichiarazione risulta mai troppo oltraggiosa, troppo estrema, troppo priva di sfumature».

In ogni caso, egli crede che il torrente di dati della tecnologia racconti verità «meno brutte di quanto faccia la nostra predisposizione a distrarci, perdendo il momento opportuno, e a piegare i dati per far sì che dicano ciò che vogliamo che dicano. È per molti aspetti una versione migliore di noi. E la raccolta dei dati viene per lo più effettuata, in un modo o nell’altro, per migliorare i destini umani».

Tuttavia, il senso dei dati rimarrà un’attività umana. «Siamo più bravi a giudicare - sottolinea Demarest - di qualsiasi altra macchina che riusciremo a realizzare per molto tempo a venire. La tecnologia è solo l’agente dei nostri desideri. Non è il futuro, noi siamo il futuro».

Ho poi bevuto un drink - parecchi, in realtà - con un’amica che lavora nello sviluppo di un prodotto per un’azienda tecnologica. «Non dovrei affermare questo - mi ha detto dopo il cocktail numero tre - ma noi realizziamo solo fregnacce fichissime che le persone adorano. Hai ragione. Stiamo forse facendo progredire l’ umanità o cambiando il mondo? Questo è ciò che fanno le idee, e le macchine non hanno idee».

Divertente. Persino Clarke dovette fermarsi, scoprendosi sprovvisto di macchine di previsione dotate di immaginazione.

@TheFutureCritic

Copyright The Financial Times 2017

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