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Produttività, una lezione da «Guerra e pace»

oltre la teoria di Harvey Leibenstein

Produttività, una lezione da «Guerra e pace»

Da Guerra e pace alla legge di stabilità il salto è meno ardito di quanto si pensi. Tra le piste aperte dal grande romanzo, uscito suppergiù 150 anni fa, risalta l’analisi dello spirito di un esercito, quell’intangibile quid (che Leo Tolstoj definisce come x) che spinge le truppe a combattere e ad affrontare il pericolo, indipendentemente dalla qualità dei generali e delle armi (14, 2). Un secolo dopo, un economista di Harvard nato in Russia, Harvey Leibenstein, partì da questa intuizione per sviluppare la teoria della X-inefficiency, equivalente alla differenza tra il comportamento efficiente delle imprese previsto dalla teoria economica e il loro effettivo comportamento in condizioni di mercato. Un concetto che potrebbe aiutare nel disegnare una politica economica orientata alla crescita sostenibile, oltre che alla stabilità economico-finanziaria e alla naturale ricerca di consensi pre-elettorali.

Mentre il mainstream postulava, e postula tuttora, che l’impresa capitalista alloca efficientemente le risorse per minimizzare i costi, per Leibenstein in mancanza di pressioni concorrenziali (ma anche in altre circostanze reali dove domina l’incertezza) difficilmente il management userà al meglio le risorse a sua disposizione. Sostiene che le imprese, anziché operare sempre alla frontiera della tecnologia, scelgono combinazioni input-output all’interno del proprio vincolo tecnologico. Questo perché le motivazioni, interne ed esterne all’impresa, per impegnarsi sul lavoro e ricercare le soluzioni tecnologiche più efficienti sono insufficienti.

L’impianto teorico è eterodosso, e infatti la X-efficiency è popolare in evolutionary economics, mentre non ha avuto molto influenza nell’orientare decision-makers influenzati dai “tight priors” dell’economia neo-classica, o consulenti aziendali prestati alla politica. Eppure, anche senza offrire molta evidenza empirica, un rimprovero che gli fu fatto dalla scuola di Chicago, Leibenstein era convinto che l’inefficienza X fosse pervasiva. Aveva ragione: molti studi successivi hanno mostrato come imprese apparentemente simili possano avere livelli di produttività molto dissimili perché diverso è lo sforzo nel minimizzare i costi di lungo periodo.

Su che leve agire? Pur avendo finalità teoretiche e non necessariamente pratiche, Leibenstein individuava tre cause concrete dell’inefficienza X: l’incompletezza dei contratti di lavoro, l’assenza di un mercato per il management e la conoscenza incompleta della funzione della produzione. Su ciascuna la politica economica può intervenire, ma è importante non lesinare gli sforzi con l’illusione della ripresina in corso.

Le forze del mercato non sono un toccasana per eliminare lo slack organizzativo (le eccedenze create non intenzionalmente), ma la concorrenza rimane la priorità perché consentirebbe più efficienza X e guadagni di produttività che vanno oltre il miglioramento dell’efficienza allocativa (quelli che gli economisti chiamano i triangolini di Harberger e che per Leibenstein sono una minuzia quantitativa). L’Italia non è restata al palo nelle riforme strutturali, come riconosciuto in questi giorni a Cernobbio, e in generale i mark-ups sono diminuiti (complice anche la congiuntura). Rimangono però sacche di inefficienza allocativa (i servizi pubblici locali, le professioni) e un business climate tra i meno favorevoli nell’area Ocse. In ogni caso l’economia reale è distante dall’ideal-tipo della concorrenza perfetta. Domina la concorrenza monopolistica, con i suoi costi ma anche i suoi benefici: un numero inferiore di imprese che evitano duplicazioni eccessive e sfruttano le economie di scala. Alla politica industriale incombe il compito di decidere ciò che è conveniente fare sul piano della struttura dei mercati per orientare gli agenti economici a massimizzare la produttività.

Anche sul piano delle relazioni industriali, quanto fatto negli ultimi anni - soprattutto con gli incentivi alla contrattazione aziendale che promuovono modelli organizzativi decentralizzati e sistemi retributivi premiali - riduce l’inefficienza X perché migliora la qualità dei contratti di lavoro. Le politiche riformiste però si scontrano con la mancanza di meritocrazia nel reclutamento e promozione dei manager, anche delle aziende private. Manifestazione del familismo e cronyism che per Pellegrino e Zingales sono la principale spiegazione del Male Italiano.

Tanto più che sono in ogni caso pochi i manager laureati e che quindi il mercato italiano della dirigenza aziendale contribuisce all’opacità della funzione di produzione di cui parla Liebenstein, per cui l’imprenditorialità serve per connettere gli inputs. Il rischio in Italia è che investire nel sistema d’istruzione si traduca in disoccupazione intellettuale (se il capitale umano non ha spazio in azienda) e ulteriore “fuga dei cervelli”. Indispensabile disporre di politiche industriali che rendano il sistema imprenditoriale e finanziario capace di valorizzare conoscenze e competenze, piuttosto che relazioni.

Torniamo a Tolstoj, secondo cui l’autostima degli italiani viene dall’essere facilmen–te eccitabili e poi pronti a dimenticare. E una famosa citazione di Guerra e pace – quella su chi è così sicuro di sé da lasciare chi lo ascolta nel dubbio che sia o molto intelligente o molto stupido – può valere anche per chi suggerisce soluzioni miracolose ai problemi del Paese. Meglio l’umiltà della sperimentazione alle dichiarazioni roboanti, per scoprire che magari il problema dell’inefficienza X si risolve in maniera poco ortodossa. Come questa descritta proprio da Arnold Harberger: “Ricordo una visita a uno stabilimento tessile in America centrale, dove il proprietario mi raccontò di aver ridotto i costi del 20% dopo aver installato un impianto stereo la cui musica accompagnava il lavoro delle operaie”.

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