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Criptovalute, le autorità devono alzare la guardia

RISCHIO BOLLA

Criptovalute, le autorità devono alzare la guardia


I mercati finanziari sono in piena forma, ultimamente. La media dei titoli industriali del Dow Jones, lo S&P500 e l'indice composito del Nasdaq recentemente hanno toccato livelli record, e i mercati finanziari delle economie emergenti tirano anche loro, grazie agli investitori che cercano stabilità in una situazione di diffusa incertezza. Ma questo andamento, non essendo basato sui fondamentali di mercato, è insostenibile, e molto pericoloso.
Secondo Mohamed El-Erian, la lezione perduta della crisi finanziaria del 2007 è che gli attuali modelli di crescita economica fanno «eccessivo affidamento sulla liquidità e la leva finanziaria fornita dalle istituzioni finanziarie private e poi dalle Banche centrali». Ed effettivamente un elemento chiave dell'andamento dei mercati finanziari, oggi, è l'aspettativa di un rifornimento persistente di liquidità da parte delle Banche centrali.
Dopo che la Federal Reserve ha reso nota la sua decisione di lasciare i tassi di interesse invariati, la media dei titoli industriali del Dow Jones ha chiuso l'infragiornaliero a livelli record; anche il Nasdaq ha toccato record storici. I mercati finanziari aspettano segnali importanti dalle Banche centrali mondiali.
Ma c'è un altro fattore che potrebbe destabilizzare ulteriormente un sistema fondato su liquidità e leva finanziaria e già messo a dura prova: le valute digitali. E su queste, Governi e regolatori hanno molto meno controllo.
Il concetto di criptovalute private è nato dalla sfiducia nella moneta ufficiale. Nel 2008, Satoshi Nakamoto (il misterioso creatore del bitcoin, la prima valuta digitale decentralizzata) la definì una «versione puramente peer-to-peer della moneta elettronica» che «consentirebbe di inviare pagamenti online direttamente da un soggetto a un altro, senza passare attraverso un'istituzione finanziaria».
Un working paper del Fondo monetario internazionale del 2016 distingueva tra moneta digitale (valuta a corso legale che poteva essere digitalizzata) e moneta virtuale (valuta a corso non legale). Il bitcoin è una criptovaluta, ossia un tipo di moneta virtuale che usa crittografia e registri distribuiti (il blockchain) per mantenere le transazioni pubbliche e al tempo stesso completamente anonime.
Comunque la si voglia mettere, il dato di fatto è che, nove anni dopo che Nakamoto ha lanciato il bitcoin, il concetto di moneta elettronica privata è destinato a trasformare il panorama del mercato finanziario. Questo mese, il valore del bitcoin ha raggiunto 4.483 dollari, con una capitalizzazione di mercato di 74,5 miliardi di dollari, cinque volte di più che all'inizio del 2017. Se sia una bolla destinata a scoppiare o il segnale di un cambiamento più radicale del concetto di moneta, le implicazioni per l'attività delle Banche centrali e la stabilità finanziaria saranno di vasta portata.
All'inizio, le Banche centrali e i regolatori vedevano con un certo favore l'innovazione rappresentata dal bitcoin, e dalla blockchain che ne è alla base: è difficile sostenere che andrebbe vietato alla gente di usare un bene creato privatamente per regolare transazioni senza il coinvolgimento dello Stato.
Ma le autorità nazionali erano preoccupate per la possibilità di utilizzi illegali di questi beni, come dimostrato da Silk Road, il mercato, attivo sul dark web e reso possibile dal bitcoin, che serviva come stanza di compensazione per droghe illegali, fra le altre cose. Silk Road è stato chiuso nel 2013, ma molti altri mercati del genere sono spuntati fuori. Quando nel 2014 Mt. Gox, il mercato di cambio di bitcoin, è fallito, alcune Banche centrali, come la Banca popolare della Cina, hanno cominciato a scoraggiare l'uso della moneta virtuale. Nel novembre del 2015, il Comitato sui pagamenti e infrastrutture di mercato della Banca dei regolamenti internazionali, composto da dieci importanti Banche centrali, ha avviato un esame approfondito delle monete digitali.
Ma il pericolo rappresentato dalle criptovalute non si limita alla facilitazione delle attività illegali. Come le valute convenzionali, le criptovalute non hanno un valore intrinseco. Ma a differenza della moneta ufficiale non hanno nessuna passività, nel senso che non c'è nessuna istituzione, come una Banca centrale, che abbia un interesse costituito a sostenerne il valore.
Le criptovalute, invece, funzionano sulla base della disponibilità delle persone coinvolte nelle transazioni a trattarle come un bene prezioso. Il valore, insomma, dipende dalla capacità di attirare sempre più utenti, cosa che le rende simili a una truffa piramidale.
Con l'espandersi dell'impiego di criptovalute, si espandono anche le conseguenze potenziali di un tracollo. La capitalizzazione di mercato delle criptovalute già ora equivale a quasi un decimo del valore delle consistenze fisiche delle riserve auree ufficiali, con la capacità di gestire operazioni di pagamento notevolmente più ampie grazie ai bassi costi di transazione. Questo significa che le criptovalute hanno già raggiunto una scala di rilevanza sistemica.
È impossibile dire quanto ancora proseguirà questa tendenza. Tecnicamente, l'offerta di criptovalute è infinita: il bitcoin ha un tetto di 21 milioni di unità, ma può essere incrementato se la maggioranza dei «minatori» (che aggiungono registrazioni di transazione al registro pubblico) è d'accordo. La domanda è legata alla sfiducia verso le riserve di valore convenzionali: se le persone temono che la tassazione eccessiva, la regolamentazione o l'instabilità sociale o finanziaria metta a rischio i loro beni, si rivolgeranno sempre di più alle criptovalute.
Il rapporto del Fmi dello scorso anno segnalava che le criptovalute venivano già usate per aggirare i controlli sui cambi e sui capitali in Cina, a Cipro, in Grecia e nel Venezuela. Per Paesi soggetti a incertezza politica o turbolenze sociali, le criptovalute offrono un interessante meccanismo di fuga dei capitali, rendendo ancora più difficile mantenere la stabilità finanziaria interna.
Inoltre, se da un lato lo Stato non ha alcun ruolo nella gestione delle criptovalute, dall'altro si troverà a dover mettere rimedio ai danni che produrrà lo scoppio di una bolla. E a seconda di dove e quando scoppierà la bolla, i danni potrebbero essere considerevoli. Nelle economie avanzate con valute di riserva, le Banche centrali potrebbero riuscire a contenere i danni. Per le economie emergenti, potrebbe non essere così.
Una nuova specie invasiva non rappresenta una minaccia immediata per gli alberi più grandi della foresta. Ma non ci vuole molto perché i sistemi meno sviluppati – gli alberelli del sottobosco – ne avvertano gli effetti. Le criptovalute non sono semplicemente una nuova specie da osservare con interesse: le Banche centrali devono agire subito per riportare sotto controllo le minacce molto concrete che rappresentano.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Andrew Sheng, già presidente della Hong Kong Securities e Futures Commission, insegna all'università Tsinghua di Pechino
Xiao Geng è presidente della Hong Kong Institution for International Finance

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