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Il nodo migranti si affronta solo conoscendolo

L'Analisi|TESTIMONIANZE DAI CONFINI

Il nodo migranti si affronta solo conoscendolo

Non ho elementi sufficienti per verificare il livello di preoccupazione che ha spinto il nostro ministro dell’Interno a dire: «Ho temuto per la tenuta democratica, di fronte a barricate per l’arrivo di migliaia di stranieri e a sindaci che mi dicevano “no”». Di sicuro però il responsabile del Viminale conosce la fatica che tutti stiamo facendo ad affrontare in maniera consapevole e responsabile il tema della mobilità umana. Nella sua complessità e nei suoi risvolti davvero imprevedibili e gravi. Come gravi sono sempre i problemi che toccano le persone. Tutte le persone. Sia quelle che sono costrette a lasciare la loro terra sia quelle chiamate a far loro spazio nella propria città, nelle proprie strade, nei propri condomini. Sia le persone in cerca di sicurezza e di una vita più dignitosa sia quelle che se le vedono ridurre o addirittura sfuggire di mano. Certo, quanto più sono gravi i problemi e quanto più complesse sono le situazioni tanto più c’è bisogno di “conoscere”, tanto più c’è bisogno di possedere elementi di valutazione oggettiva e intervenire. Soprattutto in questi casi, vale la massima di Spinoza: «Meglio conoscere che commuoversi». E a me sembra che proprio l’esercizio della conoscenza per una valutazione e un’azione oggettive stia diventando particolarmente faticoso in questo periodo. Ai diversi livelli: da quello necessario nei dialoghi privati al livello della comunicazione di massa. Personalmente ho scelto, in questo periodo, di sottrarmi a incontri pubblici, soprattutto a quelli riguardanti il tema della mobilità umana e allo Ius culturae (che preferisco al facilmente strumentalizzabile Ius soli). Ho le mie fondate convinzioni e le ho ampiamente espresse prendendomi anche la mia abbondante parte di aggressioni. Pur senza arretrare di un millimetro, confesso che non sento alcun bisogno di farmi trascinare in un’arena nella quale la conoscenza viene sistematicamente sostituita da slogan gridati e supportati da folle plaudenti, e la necessità di confronto lascia il posto al tifo da stadio. Non me la sento di affrontare confronti con chi fa fatica a capire che vi sono temi che, per essere ragionevolmente sostenuti, richiedono un minimo di capacità discorsiva per lo più latitante. L’oggettività e il confronto che sono il sale della comunicazione subiscono sistematica e decisa contraffazione, come ha ben documentato Marco Santambrogio in L’odio degli indignati da fake news, sul supplemento Domenica del Sole 24 Ore, del 3 settembre. Ma torno all’esempio della mobilità umana e dello Ius culturae. Quello che ormai risulta chiaro a tutti è, da una parte, la pervicacia con la quale il tema-migrazioni venga affrontato sempre ed esclusivamente come problema di sicurezza piuttosto che come tema riguardante la convivenza sociale e la vita civile. Dall’altra, è evidente la scelta di considerare, a tutti i livelli, il tema-immigrazione e quanto si muove intorno a essa come arma elettorale. Sembra che per alcuni politici o aspiranti tali sia diventato l’unico osso da azzannare per assicurarsi la “poltrona”. Ormai anche sindaci, di piccole o gradi città - ipocritamente gelosi, con i loro assessori e consiglieri, del posto da occupare in prima fila nella processione del santo patrono - fanno fatica a liberarsi da questa logica che, pur apparendo comprensibile, resta una logica perversa. Chissà quanti di loro sono tra i sindaci dai quali si è sentito dire «no» il ministro dell’Interno, per motivi di ... «opportunità politica» e di «sicurezza».

Il tema-immigrazione e il tema dello Ius culturae ricacciati nell’ambito della sicurezza e ridotti sempre più ad arma elettorale sono le direttrici sulle quali si sta muovendo gran parte della comunicazione. Tutto è orientato in questa direzione. È questo che fanno gran parte delle cosiddette “trasmissioni di approfondimento”. Ed è così che ci si comporta sui social. È questo che tendono a fare alcuni organi di stampa. Per fortuna, non tutti. È possibile infatti imbattersi in riflessioni che offrono elementi sufficienti per liberarsi dai lacci degli slogan deresponsabilizzanti. Interventi di gente informata e che non ha paura di prendere le distanze, con i fatti ed esibendo dati, da posizioni assolutamente inaccettabili. Tra gli altri, e accanto a contributi bene informati e documentati apparsi su questa stessa testata, sono rimasto positivamente colpito per la dovizia di notizie storicamente documentate da un intervento, a metà luglio, dell’editorialista Paolo Mieli e da quello di qualche giorno fa a firma di Gian Antonio Stella. È così che si fanno avanzare lentamente ma decisamente un’altra consapevolezza. Quella che porta, seppur faticosamente, verso orizzonti più credibili di civile convivenza.

In un clima nel quale si fa fatica a leggere testi informati e documentati capaci di liquidare l’ideologismo fine a se stesso, ha fatto scalpore la ridda di posizioni, al limite dell’accettabile, scatenatesi intorno a un prete si è “permesso” di portare in piscina giovani immigrati. Gli autori di questi attacchi non si sono accorti che quello che ha fatto don Biancalani, avviene altrove - da parte di altri preti e non preti - già da anni e senza che alcuno si scandalizzi o abbia da ridire. Eppure lì, nel Pistoiese, qualcuno, in nome della propria ideologia, ha pensato addirittura di dover “vigilare” sul modo in cui il prete avrebbe celebrato la santa messa. Ignorando in maniera grossolana che proprio dalla santa messa - per chi non la considera un teatro a vaga trama religiosa - prendono corpo le motivazioni che portano ad «accogliere, proteggere, promuovere e integrare», come raccomanda Papa Francesco.

C’è una corsa, in questi ultimi giorni a censire episodi che supportino l’ideologia del rifiuto a tutti i costi. Si è saputo di un prete che ha ricevuto sputi da un questuante allontanato dalla Chiesa. Mi aspetto una ...“valorizzazione” di questo ennesimo episodio sicuramente esecrabile e assolutamente inaccettabile per mandare ancora avvertimenti a chi si ostina a credere e a spendersi per quei quattro verbi richiamati dal Papa. A me è capitato di peggio nei miei anni di ministero parrocchiale. Ma sono state molte di più, credetemi, le attestazioni di riconoscenza dei vari Innocent o Rahal/Raffaele che, tornati al loro Paese, Benin e Marocco, non smettono di dire «grazie» a quanti hanno creduto in loro offrendogli delle chance. Il primo ora gestisce un negozio di generi alimentari, il secondo col suo lavoro sostiene dignitosamente la sua famiglia. A proposito di... «aiutiamoli a casa loro».

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