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Il potere di Facebook sulla politica

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Il potere di Facebook sulla politica

Che cosa pensare delle rivelazioni di Facebook secondo le quali operatori russi «non autentici» hanno comprato 100mila dollari di pubblicità sulla piattaforma dei social media negli ultimi due anni, nel bel mezzo delle polemiche sulle presunte manipolazioni delle elezioni americane da parte della Russia? Gli annunci non contenevano messaggi specifici sui candidati o sulle elezioni, ma si concentravano su questioni politiche, dal diritto alle armi alle discriminazioni razziali, estremamente importanti nella campagna per le presidenziali Usa.

Tutto ciò dimostra una volta ancora che Facebook, detentore insieme a Google dell’85% del mercato della pubblicità digitale, non è solo una potenza economica, ma esercita anche una rilevante influenza politica.

L’annuncio del social network ha già suscitato critiche. «Sono scettico sul fatto che possa essere considerata una risposta vigorosa», afferma Jonathan Taplin, autore di Move Fast and Break Things e direttore emerito del laboratorio di innovazione Annenberg dell’Università della California del Sud. Pur rilevando che Facebook non ha pubblicato gli annunci russi, Taplin nota che l’azienda ha consapevolmente fatto cose il cui impatto politico è forse ancor più rilevante, come l’inserimento di suoi dipendenti nella war room di Trump-Cambridge Analytica in Texas per aiutare a sostenere la campagna elettorale, dal momento che lo stesso Trump aveva investito 80 milioni di dollari in annunci su Facebook.

Un portavoce di Facebook dice: «La nostra politica in materia di dati e la legge federale limitano la nostra capacità di condividere dati e contenuti degli utenti». Questa è la ragione che è stata addotta per non essere riusciti a disinnescare gli annunci. Facebook è stata, naturalmente, abile nel monetizzare equamente le opportunità delle elezioni 2016, distaccando propri dipendenti anche nel quartier generale a Brooklyn di Hillary Clinton. Molti altri editori e imprese pubblicitarie potrebbero fare la stessa cosa. Ma qui sta il punto chiave: quanto è diversa Facebook da qualsiasi altro tipo di azienda?

Facebook, insieme a Google e a molte altre società che gestiscono grandi piattaforme di utenti, da un po’ di tempo è finita sotto accusa per la tendenza a non assumersi la responsabilità di ciò che accade sul suo siti web. Infatti, una piccola scappatoia legale, la sezione 230 del Communications and Decency Act (Cda), permette ai colossi del web di evitare, con qualche piccola eccezione, la «responsabilità intermedia» per ciò che qualcuno fa o dice sui loro siti. Questa stessa scappatoia permette loro anche di controllare i propri siti per comportamenti problematici, agendo da «buoni samaritani», senza incorrere in responsabilità.

L’indagine di Facebook sul proprio ruolo nelle elezioni del 2016 sembra rientrare in questa categoria di autoregolamentazione. Eppure, i risultati dell’indagine dimostrano in modo sempre più chiaro che i modelli commerciali delle piattaforme sono cambiati così drammaticamente che non meritano più una sorta di esenzione generalizzata dalle responsabilità che gravano sulle imprese di ogni altro settore come costo effettivo per l’esercizio della loro attività.

Le piattaforme non sono più la «piazza della città». Svolgono, invece, attività pubblicitarie che monetizzano notizie tanto false quanto reali (e dati di ogni genere) in modi che imitano gli editori e i rivenditori tradizionali, ma con una precisione e una mancanza di responsabilità giuridica sconosciute alle imprese tradizionali. Frank Pasquale, professore dell’università del Maryland, è un critico esplicito di Big Tech e affronta bene la questione nel video «La sfera pubblica automatizzata».

Continuano le indagini dell’azienda sullo scandalo delle fake news russe, così come quelle della Commissione elettorale federale. Nel frattempo, un gruppo bipartisan di senatori ha introdotto una legislazione che potrebbe sfidare la scappatoia della sezione 230 del Cda - e il modello di business di Big Tech. È un fronte da tenere d’occhio.

Copyright The Financial Times 2017

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