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Produttività antidoto al super-euro

l’impatto sulla ripresa

Produttività antidoto al super-euro

L’euro forte è il risultato della ripresa economica, di un solido surplus commerciale e di una relativa stabilità politica. Il segnale che il vecchio continente ha finalmente preso il largo dalla tempesta della crisi e dalle acque stagnanti di bassa crescita degli ultimi anni. La Banca centrale europea ha rettificato al rialzo le sue previsioni di crescita, ai livelli più alti degli anni pre-crisi. I capitali si muovono verso la moneta unica, allontanandosi dalla profonda incertezza dell’America di Trump e dell’Inghilterra in transito verso la Brexit. Insomma, un termometro di buona salute. Potrebbe avere effetti indesiderati?

Draghi, nella sua relazione introduttiva alla conferenza stampa post Consiglio Bce di giovedì scorso, ha invitato alla cautela. Se da un lato tutti gli indicatori sono coerenti con un rafforzamento e una maggiore pervasività della crescita, sostiene la Bce, d’altra parte il contesto internazionale continua a presentare rischi significativi, soprattutto per i futuri sviluppi nel mercato dei cambi.

Draghi si riferisce più alla volatilità che al livello del tasso di cambio. Ma evidentemente, dato che la volatilità ha comunque portato l’euro ad apprezzarsi, una valuta forte preoccupa. Il compito primario della Bce è la stabilità dei prezzi. La principale preoccupazione è dunque che l’apprezzamento dell’euro possa rallentare la ripresa dell’inflazione ancora a distanza dall’obiettivo del 2%.

Ma gli effetti sull’economia reale e sulle esportazioni? Può l’euro forte minare la ripresa economica? In parte, ma senza eccessive preoccupazioni.

Un approfondito studio della Banca d’Italia sulle esportazioni italiane, in uscita nei prossimi giorni, evidenzia come la competitività di prezzo abbia avuto e continui ad avere un impatto molto importante sulla dinamica del nostro export dall’introduzione dell’euro. Ma bisogna fare una distinzione tra gli anni prima della crisi (1999-2007) e quelli successivi. Nei primi anni del nuovo millennio, fino al 2007, la nostra quota del mercato globale si è ridotta significativamente. Nello stesso periodo, la competitività di prezzo (misurata dal tasso di cambio effettivo reale) dell’Italia è peggiorata del 4%, in parte per l’apprezzamento nominale dell’euro nel periodo. Specularmente la quota si è rafforzata e l’export italiano ha ridotto il gap di crescita rispetto alla Germania a partire dal 2009, in una fase in cui l’euro si è gradualmente indebolito e la nostra competitività è aumentata.

Dunque, se in effetti le esportazioni sono così sensibili alla competitività di prezzo, la salita dell’euro di questi giorni dovrebbe preoccuparci. In realtà la questione è più complessa. L’incidenza dell’euro dipende da come è evoluto il sistema produttivo in questi anni. E come vedremo il quadro non è così negativo. I punti di attenzione sono due.

Il primo è che la competitività di un Paese dipende non solo dal tasso di cambio, ma anche dalla dinamica dei costi interni di produzione e dunque dalla produttività. Il deterioramento della competitività negli anni pre-crisi è piuttosto da attribuirsi a questi fattori interni che alla fluttuazione del cambio nominale. Infatti la competitività tedesca, anch’essa soggetta alle fluttuazioni della moneta unica, nello stesso periodo è migliorata. Il nodo dunque è rafforzare la produttività seguendo l’esempio tedesco.

La seconda questione, è la composizione del nostro sistema produttivo, con una presenza predominante di piccole e medie imprese. Lo studio della Banca d’Italia evidenzia come queste aziende siano molto più sensibili delle imprese grandi alle variazioni del tasso di cambio. Le imprese grandi hanno abbastanza potere di mercato da assorbire le fluttuazioni del tasso di cambio nei propri margini di profitto, limitando l’impatto sulle quantità vendute.

Ora, durante gli anni drammatici della crisi molte imprese piccole sono uscite dal mercato. Inoltre si sono rafforzati settori come il farmaceutico e quello delle macchine utensili meno sensibili di altri alle fluttuazioni del cambio. Dunque, probabilmente il sistema produttivo è oggi più solido e preparato ad affrontare la rivalutazione dell’euro.

Vedremo che succederà nei prossimi mesi. Certamente, sarà la capacità delle imprese ad aumentare produttività e qualità dei prodotti e dunque a sfruttare al meglio le oscillazioni del cambio (se non altro, gli input importati saranno meno cari) che permetterà o meno di confermare le rosee proiezioni sulla crescita di tutta l’area dell’euro e del nostro Paese.

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