Commenti

La Cina alla sfida del multilateralismo

LE SFIDE DEL DRAGONE

La Cina alla sfida del multilateralismo

In un recente commento per il South China Morning Post, Helen Wong, amministratore delegato di Hsbc per l’area della Grande Cina, dimostra che la generazione cinese emergente di 400 milioni di giovani consumatori costituirà presto più della metà del consumo nazionale del Paese.

Questa generazione, nota Wong, in gran parte effettua operazioni online, attraverso piattaforme mobili innovative e integrate, indicando che «si è già balzati dall’era pre-web direttamente alle reti mobili, saltando totalmente il personal computer».

Ovviamente, l’ascesa della classe media cinese non è una novità. Ma quanto i consumatori più giovani orientati alla digitalizzazione stiano accelerando la crescita nel settore dei servizi cinesi è un aspetto che non ha ancora ricevuto grande attenzione. I servizi, dopo tutto, aiuteranno a condurre la transizione strutturale cinese da un’economia a medio reddito a una ad alto reddito.

Non molto tempo fa, molti esperti hanno dubitato che la Cina potesse compiere il passaggio da un’economia dominata da un settore industriale ad alta intensità di occupazione, esportazioni, investimenti in infrastrutture e industrie pesanti a un’economia di servizi sostenuta dalla domanda interna. Ma anche se la transizione economica cinese è lungi dall’essere completa, il suo progresso è stato impressionante.

Negli ultimi anni, la Cina ha riversato i propri settori di esportazione ad alta intensità di lavoro nei Paesi meno sviluppati con minori costi di manodopera. E in altri settori, si è spostata verso forme di produzione maggiormente digitali a più alta intensità di capitale, rendendo insignificanti gli svantaggi dei costi del lavoro. Queste tendenze implicano che la crescita produttiva è diventata meno dipendente dai mercati esterni.

Come risultato di questi cambiamenti, la potenza economica della Cina sta rapidamente aumentando. Il suo mercato interno sta crescendo velocemente e potrebbe presto essere il più grande del mondo. E poiché il governo cinese può controllare l’accesso a tale mercato, esso può esercitare sempre di più la sua influenza in Asia e oltre. Al tempo stesso, la diminuzione della sua dipendenza dalla crescita basata sulle esportazioni rende il Paese meno esposto ai capricci di coloro che controllano l’accesso ai mercati globali.

Ma la Cina non ha effettivamente bisogno di limitare l’accesso ai propri mercati per sostenere la sua crescita, perché può aumentare il proprio potere contrattuale semplicemente minacciando di farlo. Ciò suggerisce che la posizione della Cina nell’economia globale comincia a essere simile a quella degli Stati Uniti nel dopoguerra, quando, insieme all’Europa, costituivano il potere economico dominante. Per decenni dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa e gli Stati Uniti hanno rappresentato ben oltre la metà (e a un certo punto quasi il 70% ) della produzione globale, e senza essere fortemente dipendenti da altri mercati, ad eccezione che per le risorse naturali come petrolio e minerali.

Oggi, la Cina sta rapidamente avvicinandosi a una configurazione simile. Ha un grande mercato interno – di cui può controllare l’accesso – redditi in aumento e un’elevata domanda aggregata; e il suo modello di crescita è sempre più basato su consumo interno e investimenti, e meno sulle esportazioni.

Ma la Cina come eserciterà il suo crescente potere economico? Nel dopoguerra le economie avanzate hanno utilizzato la loro posizione per definire le regole dell’attività economica globale. Lo hanno fatto in modo da avvantaggiare se stesse, ovviamente; ma hanno anche cercato di essere le più inclusive possibile nei confronti dei Paesi in via di sviluppo.

Le potenze del dopoguerra non avevano certamente l’obbligo di adottare un approccio di tal genere. Esse avevano infatti la possibilità di concentrarsi molto di più sui propri interessi. Ma questo non sarebbe stato lungimirante. Vale la pena ricordare che nel ventesimo secolo, dopo due guerre mondiali, la pace rappresentava la priorità, insieme a – o addirittura prima – della prosperità.

Tutti i segnali dimostrano che la Cina si muove nella medesima direzione. Molto probabilmente il Paese non perseguirà un approccio fortemente centrato sui propri interessi, soprattutto perché questo ne farebbe diminuire la statura e il peso globale. La Cina ha dimostrato di voler essere influente nel mondo in via di sviluppo – e certamente in Asia – assumendo rispetto a esso il ruolo di partner di sostegno, almeno sul piano economico.

Il raggiungimento di tale obiettivo, dipende da come la Cina agirà in due settori chiave. Il primo è quello degli investimenti, nel quale il Paese si è spostato con decisione introducendo una serie di iniziative multi e bilaterali. Ad esempio, oltre a investire pesantemente nei Paesi africani, nel 2015 ha creato l’Asian Infrastructure Investment Bank e, nel 2013, ha annunciato la “Belt and Road Initiative”, concepita per integrare l’Eurasia attraverso massicci investimenti in autostrade, porti e ferrovie.

In secondo luogo, il modo in cui la Cina gestirà l’accesso al suo vasto mercato interno, in termini di scambi e investimenti, avrà conseguenze di vasta portata per tutti i partner economici esterni della Cina, non solo per i Paesi in via di sviluppo. Oggi, il mercato domestico è la fonte del potere cinese, il che significa che le scelte che il Paese compie in quest’area a breve termine determineranno in gran parte la sua importanza nell’assetto globale per decenni a venire.

Certo, la posizione attuale della Cina circa l’accesso al mercato interno è meno chiara delle sue ambizioni economiche all’estero. Ma probabilmente la Cina si sposterà verso un quadro multilaterale aperto e largamente basato su regole. La lezione del dopoguerra è che questo approccio sarà estremamente utile all’esterno e contribuirà quindi ad aumentare l’influenza internazionale della Cina. In questa fase dello sviluppo del Paese, un tale approccio avrà costi bassi o nulli, comportando invece molti vantaggi.

Resta da vedere quale sia il rapporto della Cina con le politiche tariffarie Usa. Gli Stati Uniti soffrono di modelli di crescita non inclusivi e degli sconvolgimenti politici e sociali correlati. E adesso sembra che si stiano allontanando dall’approccio storico postbellico nei confronti della politica economica internazionale. Ma anche se essi si stanno isolando sotto la presidenza di Donald Trump, restano pur sempre un Paese ancora troppo grande da ignorare. Se l’amministrazione Trump mettesse in atto politiche aggressive nei confronti della Cina, i cinesi non avrebbero altra scelta che rispondere.

Tuttavia, nel frattempo, la Cina può continuare a perseguire un approccio multilaterale basato su regole, e può aspettarsi ampio sostegno da parte degli altri Paesi avanzati e di quelli in via di sviluppo. La chiave sta nel non farsi distrarre dalla caduta americana verso il nazionalismo. Dopo tutto, è difficile dire quanto questa durerà.

© Riproduzione riservata