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Le donne, il vino e le imprese

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Le donne, il vino e le imprese

«Stavo costruendo tutto da zero. Avevo appena iniziato con la mia azienda fra Montalcino e Trequanda, in Val d’Orcia. Era il ’98. Telefonai alla scuola di enologia di Siena. Dissi che avevo bisogno di un enotecnico. Mi risposero: “Signora, i diplomati vanno prenotati anni prima. Non abbiamo nessuno da mandarle”. Non sapevo come fare. Dopo qualche ora mi venne un pensiero e richiamai: “Ma una diplomata, una ragazza, non l’avete?”. E loro mi lasciarono di sale: “Una ragazza? Di quelle ne abbiamo finché desidera. Non le vuole nessuno”».

Era il ’98. Il 1998. Non il 1898 o il 1798 o il 1698. Donatella Cinelli Colombini è minuta, indossa un filo di perle, ha gli occhiali con una montatura spessa di colore rosso ed esprime l’energia dell’acqua del piccolo torrente che modifica il profilo della pietra.

In un mondo di uomini – il vino, in questa Toscana rocciosa, insieme moderna e fuori dal tempo – ha piantato, accudito e fatto emergere il seme delle donne. Casato Prime Donne di Montalcino, fine agosto di una estate senza pioggia. Qui si sta raccogliendo l’uva bianca, in attesa delle piogge dei primi di settembre. Tutto intorno, strade sterrate da cui si alza polvere a contrastare la luce dei quadri di Simone Martini. Donatella Cinelli Colombini – imprenditrice del vino, già inventrice nel 1993 del movimento del turismo del vino e portatrice in Italia delle “cantine aperte” – ha fatto tante cose ed è tante cose.

Esponente di una delle famiglie del contado senese – nobile per lignaggio e per attività, la Fattoria dei Barbi, uno dei produttori storici del Brunello – Donatella ha dovuto iniziare a lavorare da sola – lasciata l’azienda di famiglia - nel 1998. «I miei genitori, Fausto e Francesca, decisero che mio fratello Stefano avrebbe guidato la Fattoria dei Barbi. Io ricevetti tre poderi. Uno lo vendetti: mi serviva liquidità. Il secondo, mezzo crollato e tutto diroccato, sarebbe diventato il Casato Prime Donne di Montalcino. Il terzo era la Fattoria del Colle, in Val d’Orcia, che versava in uno stato di abbandono. Per iniziare, mia madre mi diede cinque annate di Brunello: la 1993, la 1994, la 1995, la 1996 e la 1997. Non è stato facile».

Dunque, il tempo zero di questa storia è fissato nella telefonata del 1998. Il primo nome delle “ragazze che nessuno vuole” è quello di Barbara Magnani, che è ancora qui come capocantiniera. «Il mondo delle vigne esiste da ottomila anni. Nel Vecchio e nel Nuovo Testamento compare in più punti. Ma è abitato soltanto da uomini», ricorda Donatella, che è presidente dell’Associazione Nazionale Donne del Vino. «Il Natale del 1999, il primo anno di lavoro pieno, feci una riunione per gli auguri con il mio piccolo gruppo di collaboratori. C’erano quattro operai agricoli. E, qui, è naturale che chi sta in vigna ambisca a passare in cantina. Io dissi loro: “Scordatevi la cantina. In cantina, voglio solo donne”. E loro, andandosene, commentarono: “Si vedrà come fa”».

Ha fatto, ha fatto. Oggi, fra Montalcino e Trequanda, su 31 persone soltanto 8 sono uomini. O, meglio, su 31 le donne sono 23. Oltre a Barbara Magnani, ci sono Antonella Marconi (responsabile dell’accoglienza e del premio Casato Prime Donne, che quest’anno sarà consegnato domenica 17 settembre alla biologa molecolare Federica Bertocchini), Anna Sacchi (amministrazione), Roberta Archetti (chef al ristorante di Trequanda, già al Pescatore di Canneto sull’Oglio di Nadia Santini), Alessia Bianchi (l’agriturismo di Trequanda) e Violante Gardini, la figlia di Donatella e del marito Carlo Gardini, impegnata ad occuparsi del commerciale. «Quando sento la mancanza degli uomini? Qui, se si rompe un mezzo agricolo o un trattore, si ferma tutto e si chiama un maschietto», sorride Donatella.

In questi diciannove anni di lavoro, le attività controllate da Cinelli Colombini hanno creato un giro d’affari superiore ai 2,5 milioni di euro: 1,5 milioni di euro dal vino, 600mila euro dall’agriturismo e 450mila euro dai negozi Toscana Lovers di Siena e Bagno Vignoni. Gli ettari complessivi sono 33. A Montalcino, in località Casato, si trovano 17 ettari: 10 di Brunello, 3 di Rosso Montalcino e 4 di Chianti; a Trequanda 16,5 ettari fra Orcia e Chianti. Il meccanismo di una impresa di questo genere è articolato: gli investimenti si aggirano fra i 300mila e i 400mila euro all’anno; gli ammortamenti della filiera produttiva del vino sono pari a 180mila euro.

Lasciamo il Casato Prime Donne e ci spostiamo verso il comune di Buonconvento, in un paesaggio che, con le sue geometrie e i suoi colori, inizia a ricordare quello descritto – per un’altra parte della provincia senese - da Mario Luzi: «La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia traverso il mare rosso di crete dilavate che mettono di marzo una peluria verde è una strada fuori dal tempo, una strada aperta e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma».

Arriviamo a Villa Armena, una delle fattorie monumentali in cui domina il mattone progettate da Baldassarre Peruzzi nei primi anni del Cinquecento. Questa fattoria è stata trasformata in un ristorante e in un relais da un ex manager di Cnh, Edoardo Giacone. Io prendo un piatto di tagliatelle con ragù di cinghiale. Lei mangia tagliatelle con ragù toscano. Salumi, crostini e insalata. Da bere acqua minerale naturale per me e uno Chardonnay Castel Felder del Trentino Alto Adige per lei: «Quando pranzo fuori, evito il vino rosso».

Operare – sia come imprenditrice, sia nella rappresentanza associativa – in un mondo come quello del vino – che unisce abitudini antiche e consumi contemporanei, interessi materiali fortissimi e immaginario mutevole – appare estremamente complesso. Basti ricordare il caso delle inchieste giudiziarie sul Brunello condotte dalla Procura di Siena nel 2008 con l’accusa di mancato rispetto del disciplinare, che portarono al sequestro cautelativo di bottiglie di alcuni produttori e a conseguenze internazionali come il blocco delle importazioni negli Stati Uniti. Per la intera comunità di Montalcino non fu una esperienza facile. In quel momento, lei era una socia del Consorzio Brunello, di cui sarebbe diventata vicepresidente nel 2009: «Per tutti noi, la collaborazione con l’allora ministro dell’Agricoltura Luca Zaia fu molto efficace. Ci fu un lavoro delicato con l’ambasciatore americano Ronald Spogli: una delle imprese coinvolte era Villa Banfi, della famiglia di imprenditori americani Mariani».

Fra diritto e politica, economia e società tutti noi ci muoviamo trovando un punto di equilibrio instabile fra la natura individuale e la cultura generale, le nostre pulsioni e i condizionamenti esterni. Non mi è chiaro se Donatella Cinelli Colombini sia o no una donna di potere. Di sicuro è una persona che sta in mezzo al mondo, ne fa parte e non si sottrae alla sua gestione. Ora è presidente del Consorzio del Vino Orcia. Dal 2001 al 2011, è stata assessore al turismo del Comune di Siena e, da quest’anno, fa parte della Deputazione Generale della Fondazione Monte dei Paschi di Siena: «Ma le assicuro che mai e poi mai avrei immaginato che cosa potevano fare nella banca», dice in merito allo scandalo che, nel groviglio mica tanto armonioso composto da finanza-politica-istituzioni-massoneria, ha provocato la desertificazione economica e l’obnubilamento sociale di Siena e del suo contado. «Da piccola imprenditrice – continua – sono rimasta esterrefatta quando, anche solo dalla lettura dei giornali, ho appreso dei privilegi accordati, in termini di poche garanzie reali a fronte di ingenti linee di credito, ai grandi finanzieri, ai grandi industriali e ai grandi costruttori italiani».

Nel caos italiano, l’irrazionalità della disparità di genere viene gradualmente ricomposta dal lavoro quotidiano delle donne. Quest’anno Cribis-Crif ha analizzato le imprese italiane del vino: è a guida femminile il 26,5% delle 73.700 aziende. Entrando nel dettaglio delle specifiche attività, lo sono il 28% delle imprese agricole con vigneti o cantina, il 24,8% delle imprese commerciali al dettaglio, il 12,5% di quelle operanti nel commercio all’ingrosso, il 12,3% delle cantine industriali. Il comparto del vino va meglio rispetto alla media italiana. Se Cribis-Crif fissa in una su quattro le aziende di questo settore guidate da donne, una ricerca di Unioncamere del 2015 stabilisce – nell’intero perimetro della nostra economia nazionale - in una su cinque le imprese a conduzione femminile.

C’è un ulteriore seme femminile nell’anima del vino prodotto da Cinelli Colombini. La quale, nei primi anni di attività, si è avvalsa di un enologo storico del Brunello, Carlo Ferrini. Dal 2010, ha scelto Valérie Lavigne, una ragazza formatasi alla scuola di Bordeaux di Denis Dubourdieu. Una scelta che sembra segnata da una tensione alla innovazione, se non all’ibridazione delle culture e degli stili.

Oggi a Montalcino sta crescendo una nuova generazione di vignaioli. I ragazzi del Brunello. E si sta formando anche una nuova generazione di vignaiole. Le ragazze del Brunello. Che sono sempre più spinte dalla modernità a occuparsi della impostazione strategica del prodotto, della conduzione manageriale delle aziende e del rapporto diretto con il mercato. «Hanno storie bellissime e interessanti, c’è chi proviene da studi scientifico-ingegneristici serissimi, chi ha vicende artistiche importanti alle spalle, tutte cercano di dare una loro nota personale alle aziende in cui lavorano», spiega.

Donatella Cinelli Colombini ha, per prima, provato a cambiare lo spartito della musica: «Le aziende dirette da uomini sembrano orchestre sinfoniche. Quelle dirette da donne assomigliano alle orchestre jazz. Il suono, mi creda, è molto differente».

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