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Cacciare i «dreamers» costerebbe caro a tutti

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Cacciare i «dreamers» costerebbe caro a tutti

Jeff Sessions - reuters
Jeff Sessions - reuters

La decisione del presidente Trump di cancellare il Daca (Deferred action for childhood arrivals, il programma varato dall’amministrazione Obama che tutela gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti quand’erano minorenni), per non parlare della manovra per dissimularla con un’insensata proroga di sei mesi, è innanzitutto un’oscenità morale: un tentativo di buttare fuori, per motivi fondamentalmente razziali, 800mila giovani che sono americani in tutto e per tutto e che non hanno fatto nulla di sbagliato.

Ma vale anche la pena sottolineare che il procuratore generale Jeff Sessions, per cercare di giustificare questa decisione, non si è fatto scrupolo di ricorrere a teorie economiche da quattro soldi, dicendo che le persone tutelate da questo programma, definite dreamers, sognatori, rubano il lavoro agli americani. Non è affatto vero, anche volendo tralasciare il discorso di chi è americano e chi no. Il Daca è una manna dal cielo per il resto della popolazione, e sopprimendolo staremo tutti peggio.

Per capire perché, bisogna innanzitutto sottolineare che, comunque la pensiate sulla sensatezza economica di accogliere immigrati meno istruiti – la maggior parte dei dati disponibili indica che non abbassano i salari, ma questa è un’altra storia – non c’entra niente con i dreamers. Il loro profilo in termini di livello di istruzione e comportamenti, come ha rilevato il think tank liberista Cato Institute, non rispecchia quello dell’immigrato medio, e tanto meno quello dell’immigrato clandestino medio. Assomigliano piuttosto a quelli che hanno il visto H-1B, il permesso di lavoro temporaneo: immigrati qualificati che abbiamo espressamente autorizzato a entrare nel Paese perché giovano all’economia.

Oltre a questo, i dreamers sono giovani, il che significa che aiutano l’economia due volte, perché attenuano i problemi economici legati all’invecchiamento della popolazione.

Uno di questi problemi riguarda i conti pubblici: quando la popolazione invecchia, ci sono meno persone in età lavorativa che contribuiscono, versando le tasse necessarie, a pagare la previdenza sociale e il Medicare (l’assistenza sanitaria pubblica per gli ultrasessantacinquenni). Un gruppo di persone che guadagnano relativamente bene e sono fortemente motivate, che hanno in maggioranza fra i venti e i trent’anni e che probabilmente pagheranno un mucchio di tasse per decenni è esattamente la cura che ha prescritto il dottore per contenere la gravità del problema.

Al contempo, sono fra quelli preoccupati dalle prospettive di una stagnazione secolare, cioè una persistente debolezza della spesa che rende molto più probabile il verificarsi di episodi in cui la politica monetaria non riesce a garantire la piena occupazione (nemmeno con i tassi di interesse a zero). Ci sono molti fattori che contribuiscono a questo rischio, ma il più importante è probabilmente l’andamento demografico: un forte rallentamento della crescita della popolazione in età lavorativa significa meno incentivi a investire in fabbriche e altro ancora. (Il problema demografico è quello che ha fatto entrare il Giappone, con la sua bassa fertilità e la sua grande ostilità all’immigrazione, in un regime di stagnazione economica un decennio prima rispetto a tutti gli altri.)

E come possiamo fare per rendere una stagnazione secolare ancora più problematica? Semplice, basta espellere centinaia di migliaia di giovani dalla forza lavoro attuale e futura.

Insomma, questo provvedimento infligge una duplice mazzata all’economia americana: ci rimetteremo tutti. È una crudeltà che non porta nessun vantaggio, a meno che non si voglia semplicemente avere intorno meno gente con la pelle scura e un cognome ispanico. E ovviamente è questo il vero motivo.

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