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Una società verticale senza più «ponti»

la politica degli stati uniti

Una società verticale senza più «ponti»

Come hanno potuto gli americani eleggere presidente Donald Trump otto anni dopo aver scelto Barack Obama?

Dalla notte dell’8 novembre scorso è la domanda che tutto il mondo occidentale, Stati Uniti inclusi, continua a porsi. I fattori di cui si è discusso da allora, di natura elettorale, economica o politica, hanno senza dubbio contribuito a quel risultato. Ma nessuno di loro va alla radice socioculturale della questione.

L’elezione di Trump è infatti solo la più recente – e acuta – manifestazione di un processo di “verticalizzazione” che da decenni sta modificando la democrazia nata da quella rivoluzione “orizzontale” che aveva tanto entusiasmato Alexis de Tocqueville, il politologo francese passato alla storia come uno degli studiosi più importanti del pensiero liberale.

Quello che aveva colpito de Tocqueville era la natura “orizzontale” di una società decentrata che educava la sua cittadinanza alla convivenza politica oltre che alla partecipazione dal basso, controbilanciando così l’altra sua grande spinta culturale, quella dell’individualismo e dello spirito darwinisticamente autosufficiente del pioniere.

Nei suoi studi, il più famoso scienziato politico americano vivente, Robert Putnam, ha attribuito la robustezza della società americana alla ricchezza del suo “capitale sociale”. Ma questo capitale è dovuto soprattutto a quell’orizzontalità, che Putnam qualifica con il termine di «bridging».

Come ha fatto notare Gianfranco Pasquino in un suo saggio pubblicato il mese scorso dal trimestrale Paradoxa, Putnam sostiene che il «capitale sociale si riferisce alle connessioni fra individui – le reti sociali e le norme di reciprocità e di affidabilità che ne discendono». Ma esistono due forme di reti sociali: quelle che fanno bridging, cioè costruiscono ponti, e quelle che fanno bonding, cioè rafforzano i legami (e il potere) dei suoi aderenti, e quindi, come osserva Pasquino, «innalzano muri che separano i loro aderenti dal mondo esterno». Una è orizzontale, l’altra verticale.

Sin dall’era medievale delle corporazioni delle arti e dei mestieri, in Europa (e in Italia in particolare) è sempre stata dominante la rete sociale di genere bonding. Mentre negli Stati Uniti, come notò de Tocqueville, ha prevalso la forma bridging. Almeno fino all’epoca recente. Nei suoi ultimi due saggi, Putnam ha infatti lanciato l’allarme sottolineando il declino di quello spirito comunitario orizzontale che per due secoli ha prodotto capitale sociale in dosi massicce.

Nel corso della storia gli Stati Uniti hanno avuto una serie di strumenti di parificazione socio-economica che hanno alimentato il cosiddetto “Sogno Americano”. Prima è stata la Frontiera, poi il New Deal e infine la grande espansione industriale del dopoguerra.

Ma a partire dalla fine degli anni 70, il ciclo degli strumenti “parificatori” si è interrotto e si è cominciato ad aprire un divario crescente sia nel reddito sia nelle opportunità che ha contribuito a verticalizzare la società. I più ricchi hanno cominciato la loro fuga al vertice della piramide economica prendendo sempre più le distanze dal “gruppo”. Simultaneamente un Paese che politicamente si era sempre contraddistinto per la contiguità delle due alternative disponibili, ha cominciato a dividersi in modo più rigido. Le metropoli sono diventate sempre più isolate roccaforti democratiche e il mondo rurale sempre più un feudo dei repubblicani. Questa divisione è stata non solo acutizzata ma cristallizzata ulteriormente dalla ridefinizione dei collegi elettorali da parte del partito al potere. Secondo il Centro studi Brennan, nei 17 Stati in cui la maggioranza repubblicana ha ridisegnato i collegi, per esempio, nelle ultime elezioni i candidati di quel partito hanno registrato il 53% del voto popolare ottenendo però il 72% dei seggi. Il processo speculare si è verificato nei sei Stati dominati dai democratici.

Nel campo dell’associazionismo politico le associazioni intensamente bonding quali il tea party e le fondazioni/lobby politiche hanno preso il sopravvento su quelle più bridging quali erano i think tank tradizionali e gli stessi partiti interclassisti di una volta.

Il processo di verticalizzazione non ha risparmiato neppure il settore dei media. Un tempo l’unica divisione evidente nel giornalismo americano era quella orizzontale tra notizie e opinioni. Ancora nel 1980, quando Ted Turner lanciò il primo canale televisivo all news al mondo, quella divisione era ancora intatta. Come i telegiornali delle tre principali reti televisive, la Cnn aveva come principio-guida l’onestà intellettuale e come obiettivo il massimo dell’obiettività possibile. 37 anni dopo, quel principio e quell’obiettivo sono per lo più ignorati dai due canali d’informazione oggi dominanti, che sono orgogliosamente schierati uno a destra (Fox News) e l’altro a sinistra (Msnbc).

In sostanza la vittoria di Trump è stata solo l’espressione più eclatante di un trend che sta cambiando quella americana in una società che non costruisce nuovi ponti. Anzi, è incerta se prendersi cura di quelli esistenti o addirittura abbatterli. Gli elettori di Trump hanno scelto questa seconda opzione. La speranza è che riemergano gli anticorpi “orizzontali” che storicamente hanno protetto la democrazia più antica e radicata del mondo occidentale. Altrimenti sarebbe la fine dell’unica forma di eccezionalismo americano che da sempre si è meritata l’ammirazione unanime degli scienziati politici del mondo occidentale.

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