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Prezzi e volatilità, battaglia sui campi

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Prezzi e volatilità, battaglia sui campi

(Fotogramma)
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Un anno fa gli imprenditori agricoli italiani tiravano le somme di una delle più critiche annate degli ultimi tempi: latte e derivati, cereali, ortofrutta, carni suine. In molti comparti produttivi i prezzi all’origine non coprivano i costi di produzione o di raccolta, tanto che in molti casi le aziende preferirono lasciare le produzioni nei campi. Sulle imprese nazionali, ma anche su quelle europee si era stesa la lunga ala della volatilità dei prezzi, non più controllati dai meccanismi della Pac e soprattutto si dispiegavano gli effetti degli accordi di libero scambio, di preferenza e le importazioni a dazi ridotti, tutti capitoli frutto di un nuovo modo di affrontare la Politica agricola comune e i rapporti con i Paesi internazionali. Era cioè il mercato a indicare la strada.

Un quadro cambiato

A distanza di poco più di dodici mesi, il quadro è diametralmente cambiato. Nonostante la sofferenza di alcuni comparti - è ancora il caso dell’ortofrutta - l’andamento dei prezzi, sia a livello nazionale che internazionale, evidenzia un robusto andamento al rialzo, interrotto solo parzialmente da quegli avvenimenti climatici che hanno caratterizzato la prima parte del 2017: siccità e uragani. Eppure l’elemento della volatilità non è scomparso come per magia. Si è solo attenuato, mentre i mercati hanno trovato un loro equilibrio naturale e una maggiore stabilità.

Significativo un recente report dell’agenzia Bloomberg che segnala come nei primi quattro mesi di attività le principali banche d’affari del mondo che operano anche sui mercati delle commodity registrino un calo evidente della redditività. A innescare la flessione - oltre al mercato energetico, quindi il pertrolio - anche la bassa volatilità delle quotazioni delle materie prime food, che ha limitato i fenomeni speculativi di un anno fa.

FATTURATO IN CALO PER LE BANCHE
Commodity, I° semestre di ogni anno. Miliardi di dollari (Fonte: Coalition)

A livello mondiale l’indice Fao dei prezzi agricoli - composto dagli andamenti delle principali commodity - in agosto ha registrato 176,6 punti, in calo dell’1,3% rispetto a luglio ma in crescita del 6% rispetto allo stesso mese del 2016. All’interno dell’indice Fao aumentano i valori delle carni e dei cereali, cedono quelli di oli vegetali e zucchero. Per quanto riguarda i cereali, l’estate è stata caratterizzata da due fenomeni internazionali: la crescita della domanda del Nord Africa e la produzione record della Russia. La stessa Fao stima per la fine della campagna scorte per 719,2 milioni di tonnellate nel mondo. Solo di frumento le scorte saliranno a 261,9 milioni di tonnellate. Il vero fenomeno tuttavia è il rally dei prodotti lattiero caseari, il cui incremento in un anno è stato del 42%, sostenuto dai listini di burro, formaggi e latte scremato in polvere (si veda l’articolo a fianco).

INDICE DEI PREZZI DELLE COMMODITY
Materie prime alimentari. Indice 2002-2004=100 (Fonte: Fao)

La situazione italiana

L’Italia ha tenuto il passo del mondo. Sempre a fine agosto l’Ismea ha rilevato una crescita del 6,1% dell’indice del prezzi alla produzione rispetto a un anno fa. Evidenti gli aumenti di latte e formaggi (+18,9%)e carni suine (+11,6%), mentre è crisi nera per frutta fresca estiva (-7,9%) e ortaggi (-8,9%). Il positivo andamento dei prezzi si riflette sull’indice della redditività delle imprese agricole che, sempre secondo Ismea, in agosto recupera quota 105 punti base, avvicinandosi ai livelli di agosto 2016.

INDICE DEI PREZZI ALLA PRODUZIONE
Totale agricoltura. Indice 2010=100 (Fonte: Ismea )

«Nei primi otto mesi dell’anno - spiegano gli analisti di Borsa merci telematica italiana, l’organo di Unioncamere per la rilevazione e l’elaborazione dei listini nazionali - abbiamo registrato positivi recuperi in quasi tutto i settori. Tuttavia nel comparto “riso e cereali” spicca indubbiamente la forte riduzione accusata dai prezzi del riso, che nell’arco di dodici mesi hanno perso oltre il 40% del loro valore. In questo senso, la campagna conclusa poche settimane fa può essere considerata la peggiore degli ultimi anni. Una dinamica - dicono a Bmti - che si spiega principalmente con l’ingente quantità di scorte che ha zavorrato il mercato interno, conseguenza anche dell’ampia produzione registrata nel 2016. Positivo il confronto rispetto allo scorso anno per i prezzi all’ingrosso dei derivati dei frumenti, più accentuato per le semole (+9,7% rispetto ad agosto 2016) e dipeso principalmente dai rialzi dei prezzi del grano duro in avvio di campagna».

L’unico comparto ad andare peggio del riso è quello dell’ortofrutta fresca estiva. La Camera di commercio della Romagna indica - rispetto a un anno fa - crolli del 28% per le pesche gialle, del 27,3% per le nettarine gialle e del 30,9% per tutte le altre varietà di pesche. Debacle per le albicocche (-43,7%). Prezzi che confermano ancora per un altro anno la crisi in cui versa la frutticoltura romagnola, un tempo regina d’Italia e leader dei mercati europei. «L’annata è cominciata in modo pessimo - spiega Paolo Bruni, presidente di Cso Italy, il centro servizi di riferimento in Italia per l’ortofrutta - e poteva andare ancora peggio se non fosse intervenuto l’accordo con Francia e Spagna per ritirare prodotto dai mercati e calmierare la caduta dei prezzi. Vero è che, in un quadro così difficile e che si ripete ormai da troppo tempo, l’Italia è l’anello sempre più debole. I coltivatori spagnoli non guadagnano, ma nemmeno perdono perché riescono a compensare la caduta dei prezzi con minori oneri sul costo del lavoro. Loro, per esempio, hanno una defiscalizzazione che ha effetti positivi sul rapporto costi/ricavi. Se si continua così - aggiunge Bruni - l’Italia espianta superifici di frutta a favore dei reimpianti di Spagna e Francia».

Una possibilità per evitare questo paradosso ci sarebbe. «Come primo passo - indica il presidente di Cso Italy - potrebbe essere quello di costruire un catasto europeo della frutticoltura in modo da avere in tempo reale varieta coltivate e superfici. Così si saprà come, quanto e quando arrivano le produzioni mature sui mercati. Il tutto gestito da un meccanismo di interprofessione a livello europeo. Il secondo passo punta invece ad aggregare il più possibile l’offerta di frutta estiva dell’Italia del Sud, oggi vero grande bacino di produzione».

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