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Ville e piccoli musei in gestione alle Onlus

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Ville e piccoli musei in gestione alle Onlus

  • –Antonello Cherchi

L’operazione di rivitalizzazione dei piccoli musei e dei beni culturali meno famosi è riuscita a metà: cinque dei tredici siti messi a gara, tutti appartenenti al demanio culturale statale, hanno trovato un concessionario, mentre per gli altri sette, in cinque casi non è arrivata alcuna offerta e in altri due le proposte sono risultate inadeguate. La selezione era aperta unicamente ad associazioni e fondazioni non profit.

I cinque luoghi che ora si avviano a nuova vita sono la chiesa di San Barbaziano a Bologna, affidata all’Associazione Aics di Bologna; il castello e il museo nazionale “Naborre Campanini” a Canossa (Reggio Emilia), dati in concessione all’Associazione culturale Matilde di Canossa; villa Giustiniani a Bassano Romano (Viterbo), che sarà gestita dal Fai; la certosa di Trisulti, a Collepardo (Frosinone), di cui si occuperà l’Associazione Dignitatis humanae institute di Roma; villa del Bene a Dolcè, località Volargne (Verona), appannaggio della Pro loco di Volargne.

Anche per la chiesa di San Pietro ad Oratorium a Capestrano (L’Aquila) e per la villa del Colle del Cardinale a Perugia sono state avanzate offerte, giudicate, però, inadeguate dalla commissione del ministero dei Beni culturali che ha effettuato la selezione. È andata invece deserta l’asta per l’aggiudicazione dall’abbazia di Santa Maria di Vezzolano, ad Albugnano (Asti); quella per il castello di Moncalieri (Torino); per l’abbazia di Soffena, a Castelfranco di Sopra-Piandiscò (Arezzo); per l’eremo di San Leonardo al Lago, a Monteriggioni (Siena); per villa Brandi a Vignano (Siena); per il castello Bufalini a San Giustino (Perugia).

I cinque beni per i quali è stato trovato un concessionario ora dovranno, se ne hanno bisogno, essere sottoposti a lavori di ristrutturazione e restauro a cura del gestore ed essere aperti al pubblico secondo un progetto che ne assicuri la loro valorizzazione nel rispetto della corretta conservazione. Il concessionario incasserà i proventi della gestione del bene e dovrà versare un canone annuale allo Stato di importo modesto (il canone demaniale è stato abbattuto del 90% e ha rappresentato la base d’asta su cui sono state presentate le offerte al rialzo). Il canone, inoltre, potrà essere detratto dai lavori di ristrutturazione, per cui è presumibile che i concessionari finiranno per pagare poco o nulla allo Stato. La concessione avrà una durata minima di sei anni e massima di dieci, ma nel caso il bene richieda lavori di restauro gravosi potrà essere estesa fino a 19 anni.

«È la prima volta - sottolinea Antonio Tarasco, dirigente della direzione musei dei Beni culturali - che si danno in gestione ai privati, per quanto si tratti di enti non profit, siti culturali. Ora dobbiamo mettere a punto le varie concessioni». L’intento è di evitare che luoghi d’arte minori, ma comunque di significativo valore, cadano in uno stato di abbandono per la mancanza di fondi o perché per la loro “marginalità” risultano meno appetibili per i privati che gestiscono solo i servizi aggiuntivi (punti di ristoro, bookshop, servizi di accoglienza). Un obiettivo, per il momento, centrato solo in parte.

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