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Fuori dal tempo (e dall’Europa)

L'Analisi|EDUCAZIONE

Fuori dal tempo (e dall’Europa)

Se c’è un sistema che necessita d’interventi immediati e di un programma di legislatura è l’arcipelago educativo. È un puzzle in schizofrenica sospensione: tutto sembra cambiato negli ultimi anni gattopardeschi, ma niente all’altezza degli altri principali sistemi educativi europei, poco o niente in sintonia con il XXI secolo. Schizofrenica perché, da un canto, c’è la paura di cadere da una bolla che protegge il sistema educativo. Una bolla, che, nell’era digitale-tecnologica, si va dissolvendo: insegnanti e professori godono di una buona fiducia degli italiani, seconda solo a quella per gli imprenditori, ma è in declino da anni. Causa la critica battente dei media a scuola, università. I media sono stati tra i primi a evidenziarne i limiti strutturali, che si scaricano sull’occupabilità dei nostri giovani e sull’“appetibilità” della loro offerta per la domanda di lavoro. Il dramma dei giovani non è solo il lavoro. Vivono anche le carenze educative-formative.

Dall’altro canto, i sottosistemi educativi avrebbero potenzialità, se non di volare, di migliorare, sviluppando una maggior collaborazione sistemica in funzione dell’occupabilità, della domanda di enti e imprese, delle priorità dello sviluppo del Paese. L’esigenza di “fare sistema” (cooperazione e sinergie) è diffusa un po’ in tutto l’arcipelago educativo e anche nel mondo produttivo. Un primo punto fermo per un nuovo software mentale in tema d’istruzione e formazione è proprio la capacità di fare sistema e governare uno dei principali processi di questo secolo: la centralità dell’educazione e della formazione delle persone, del capitale umano, driver decisivi per tenere il passo dell’innovazione nel mondo globale a trazione tecnologica.

Un secondo punto da metabolizzare è che un buon sistema educativo deve difendersi sia dagli appiattimenti qualitativi della scuola e dell’università di “massa” (di ceto medio) sia da un’iper-selettività che non di rado si risolve in una merito-crazia cetuale. Per diffondere un’istruzione di buon livello a una larga popolazione occorrerebbero investimenti per la formazione dei formatori e per le infrastrutture necessarie. Una buona formazione di massa, in termini di occupabilità, può persino sdrammatizzare la selezione, se il merito formativo è diffuso. L’obiettivo è mettere in grado gli individui di valorizzare le proprie capacità e di aggiornare le proprie competenze con un long life learning. I canali educativi sono potenzialmente grandi livellatori sociali perché creano opportunità per l’inserimento nella vita attiva. Purtroppo, in casa nostra accusano mancanze che si sovrappongono a ritardi tecno-economici. Sono addirittura impalpabili le strutture di formazione professionale: come alcuni studi sottolineano, gran parte è svolta “non formalmente” all’interno delle aziende.

Per giunta, una buona formazione di massa, di conoscenze codificate, non è sufficiente: in cima alla scala delle competenze c’è la conoscenza generativa, innovativa e creativa, che produce innovazione a mezzo d’innovazione, che brilla di luce propria sulla frontiera tecnologica. In Italia, per sostenerla occorrerebbe un piano per la formazione universitaria superiore e per R&S, sulle quali, com’è noto, l’investimento pubblico resta tra i più bassi nella Ue. Una terza capriola culturale è la comprensione che il nostro sapere umanistico è un valore da difendere, che ci può aiutare a interpretare al meglio il nodo gordiano che il XXI secolo dovrà “risolvere” e che va posto al centro delle scelte del nostro sistema educativo: il progresso scientifico e tecnologico come motore di sviluppo economico e di legittimazione sociale.

Ecco tre criteri direttori da seguire, se si vuol cambiare: maggiori capacità di coordinamento sinergico; diffusione di conoscenze codificate e, accanto, quelle, più selettive, generative; orientamento scientifico-tecnologico. Un cambiamento del sistema educativo per i giovani, su cui si possono incastrare molte delle misure suggerite da queste colonne su scuola, università e formazione professionale.

Mentre si rischia il flop in tema di lavoro e giovani nella legge di Bilancio, con il vento elettorale, si prova anche a gettare il cuore oltre l’ostacolo con l’estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni, come avanzato dalla ministra Fedeli. In questo quadro zoppicante, rischia di essere un fuoco di paglia, se non si sistemano in modo credibile alcune cose nel mondo educativo e non si danno segnali di contrasto all’apartheid dei giovani, sul doppio fronte educazione e lavoro. Sul primo dei due, ci sono da scoperchiare pentole zeppe di problemi: dall’apprendimento permanente ai metodi e risultati formativi; dalla declinazione operativa di concetti come credito e competenze, alla frammentazione dell’istruzione e della formazione tecnica; da un apprendistato da sempre in attesa di un incastro vincente tra learning by doing e scuola, all’alternanza scuola-lavoro, all’abbandono scolastico e così via, problemi che si inabissano nei profondi cleavages, come tra Nord–Sud.

L’Ue ci consiglia da anni una geometria dotata di senso per il nostro sistema educativo, con un programma strategico per i giovani (e non). Lavoro 4.0 è un primo appuntamento per ripensare la formazione come credito effettivo per le aziende impegnate in industria 4.0: il lavoro umano e le macchine. Tuttavia, per i giovani sono necessari investimenti molto più consistenti di quelli di cui si parla. Continuare a fare orecchie da mercante su temi così risolutivi per il Paese ci porta all’appiattimento sull’esistente, allo sciupio di risorse giovanili e alla perdita delle conoscenze più ricercate, quelle generative, con giovani talenti in fuga altrove. Un paese “non per giovani” rinuncia all’anticonformismo dell’immaginazione, all’innovazione, alle competenze. Il pre-requisito, per la correzione di rotta, è che il sistema educativo funzioni. Non possiamo rinunciare a provarci proprio ora che la ripresa allevia sfiducia e paure.

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