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L’ecosistema Amazon pigliatutto

i giganti dell’economia

L’ecosistema Amazon pigliatutto

Sterminati uffici, giganteschi magazzini, centinaia di migliaia di lavoratori e di robot. Sono questi , non l’immateriale universo di Internet - i segni distintivi di Amazon e del suo impero in continua espansione. A cominciare dalla sua culla a Seattle: salita alla ribalta per l’aerospazio con la Boeing, il caffè di Starbucks, la controcultura del grunge, oggi è, soprattutto, la sua città. Una vera e propria company town: quasi un quinto degli immobili commerciali – 730.000 metri quadrati –è occupato dal re dell’e-commerce e del cloud creato e capitanato da Jeff Bezos. Venti volte lo spazio usato dai secondi in classifica, l’assicuratore Safeco e la University of Washington.

Nelle metropoli statunitensi (non in sobborghi quali Redmond o Cupertino del tutto dominati da Microsoft e Apple) anche le imprese più onnipresenti non si impadroniscono di più del 5% degli spazi. Un’eccezione in più per Amazon, che di simili, inediti e a volte improbabili exploit vive: oggi a Seattle impiega 40.000 persone contro le cinquemila di sei anni fa. Destinate, stando ai piani di sviluppo, a diventare 55.000 in un paio d’anni con un aumento del 25% anche dei metri quadrati a disposizione. South Lake Union, il campus urbano della società sorto da una collezione di parcheggi, vanta ormai il soprannome di Amazonia - una “giungla” esplosa da semi piantati nel 2005.

Da questa capitale sul Pacifico Amazon si è mossa a passo record alla conquista del mondo. Ha annunciato l’arrivo di un secondo quartier generale in Nordamerica, da cinque miliardi e 50.000 dipendenti tra cui nuove generazioni di programmatori, scatenando una gara per aggiudicarselo tra città che vanno da Dallas a Boston, da Toronto a Sacramento. E ha portato la sfida a rivali che ormai vanno dai tradizionali colossi del retail ai nuovi protagonisti di Silicon Valley. L’ultima mossa - aggressiva e a sorpresa - è scattata nel comparto alimentare, finora tra i più protetti dall’e-commerce: l’acquisizione da 13,7 miliardi dei supermercati di fascia alta e prodotti biologici Whole Foods, 470 punti vendita fisici subito convinti a sconti in media di circa il 20-25% per promuoverli tra crescenti fasce di consumatori. «We are growing something good», facciamo crescere qualcosa di buono, ammicca ora lo slogan affisso agli ingressi dei supermarket.

È uno slogan che suggerisce come la scommessa oggi vada ben al di là di una ripetizione della “terra bruciata” da guerre dei prezzi che originalmente le avevano consentito di sbaragliare, piccolo bookstore online, le catene di librerie. L’obiettivo, con l’arrivo di Whole Foods, si sta delineando in termini sempre più chiari e ambiziosi: una strategia “omni-channel” con al centro l’armata dei suoi abbonati Prime - ormai cento milioni, un terzo all’estero - maggiori beneficiari attraverso l’accesso a acquisti online e in-store. Affiancata alle trasformazioni ispirate nella logistica come nell’elettronica di largo consumo, nei media e nei video come in futuro, forse, nell’assistenza sanitaria. Un cammino che l’ha vista mettere a segno anche altre, meno note, acquisizioni volte a rafforzare la sua posizione, dalla cybersicurezza ai software di produttività. E prepararsi a catturare ulteriori prede quando si presentino.

La scommessa onnivora prescrive anche un’integrazione senza precedenti di attività fisiche e web che vede sempre più protagoniste le ultime frontiere hi-tech: intelligenza artificiale e ultra-sofisticati interfaccia. Sia con i consumatori - il caso dell’assistente digitale di AI Alexa - che con le aziende, attirate dal boom dei servizi cloud per il business. Proprio questi ultimi - raggruppati in AWS, ovvero Amazon Web Services - hanno di recente generato il 90% dei profitti pur frenando la crescita con il gonfiarsi delle loro dimensioni, dal raddoppio del quarto trimestre 2016 al 27% di aprile-giugno. Quest’anno - forti di clienti che includono persino rivali quali Netflix nello streaming, che ricorre ai centri dati per gestire una vasta biblioteca di film - dovrebbero arricchire le revenue del gruppo di 16 miliardi. Le entrate sono salite da un miliardo nel 2011 a 12,2 miliardi l’anno scorso; nell’ultimo trimestre a giugno sono aumentati del 42% a 4,1 miliardi generando anche utili per 916 milioni. Ed è di ieri la notizia che Amazon starebbe lavorando al suo primo wearable device, gli smart glasses.

È abbastanza per impressionare analisti e osservatori smaliziati. Citando i molteplici punti di forza presenti e futuri, Morgan Stanley vede tuttora uno sviluppo del gruppo al passo del 16% l’anno da qui al 2025, un’espansione senza precedenti per una grande azienda nella storia moderna della Corporate America. Whole Foods da sola potrebbe crescere del 12% l’anno fino al 2022, salendo ad una quota di mercato del 3,3% nell’alimentare dal 2,1 per cento. A conti fatti, Eric Sheridan di Ubs descrive a sua volta un “ecosistema Amazon”, percorso da “molteplici sentieri di crescita” nei quali Amazon continuerà a investire garantendo incrementi del fatturato tra il 15% e il 20 per cento. Tom Forte di DA Davison, notando «i bacini di redditività, da AWS al retail», si sbilancia a ipotizzare progressioni tuttora «senza limiti».

Amazon e Bezos coltivano ad arte anche un alone di suspense e imprevedibilità sugli orizzonti del gruppo che tiene sul chi vive gli esperti e spiazza i concorrenti: quando si tratta di cultura manageriale, resta caratterizzato da una segretezza degna di Apple. Non sbandiera strategie - solo i suoi 14 comandamenti di business, dominati dall’ossessione per i consumatori e dalla rapidità d’esecuzione - e coltiva sorprese. La convinzione è che questo sia un ulteriore punto di forza: agisce non da grande società quotata quale è ma alla stregua d’una start up. È una scelta che sicuramente ha finora pagato. Il titolo è entrato di recente nell’elite delle azioni che sono state scambiate a mille dollari - quadruplicate in cinque anni - tra previsioni di continue avanzate da parte di molti operatori. Soddisfatti che le entrate, 136 miliardi l’anno scorso, ne facciano già di gran lunga la principale azienda Internet per fatturato davanti ad Alphabet. Uno degli osservatori piu’ attenti, Mark Mahaney di RBC Capital Markets, ha appena alzato tutti i suoi pronostici aziendali per il 2017: sugli utili, del 10%, sulle entrate, dell’8% a 224 miliardi, sul titolo del 15 per cento. Benjamin Schachter di Maquarie aggiunge che un giorno diventerà lei la società «di maggior valore al mondo scalzando Apple».

La strada verso nuovi successi, tuttavia, è adesso lastricata di ostacoli e avversari divenuti a loro volta più agguerriti. Il leader dei grandi magazzini Wal-Mart ha investito pesantemente in tecnologia e e-commerce. Ha avviato la creazione di propri data center per il cloud e annunciato partnership con Google di Alphabet per il “voice shopping”. Un altro colosso retail, Target, potrebbe ridurre il ricorso a Amazon Web Service e migrare verso Microsoft. Sullo stesso risultato delle ultime avventure retail di Bezos affiora qualche voce di dissenso: Charlie O’Shea di Moody’s ricorda che le vendite online di alimentari sono molto meno del 10% del totale annuale di 800 miliardi. E che il leader Wal-Mart “divora” 200 miliardi; Amazon con Whole Foods forse venti. Mentre anche nell’elettronica, dove da tempo ha fatto il suo ingresso trasformativo, Amazon è lontana dal dominio, con un terzo del business della catena Best Buy.

Le insidie aumentano a Silicon Valley: proprio Microsoft (con Azure) e Google (con Cloud Platform) insidiano la marcia di Amazon nel cruciale segmento cloud di archiviazione e gestione dati, dove è al primo posto dal 2013 e stando a Gartner vanta una quota del 40%, quasi doppia rispetto ai principali rivali sommati. Nell’universo dell’economia digitale in rapida evoluzione, non pochi analisti sottolineano inoltre il “rischio” di nuovi attori, innovativi e competitivi, su tutti i fronti e in particolare su cloud e intelligenza artificiale.

Né le conquiste di Amazon cancellano polemiche su disagi economici e sociali che possono costare care. Un’inchiesta del 2015 del New York Times sollevò un vespaio sulla dura cultura interna del gruppo. Da allora la società è stata centro d’una successione di attacchi. Apprezzata per impieghi a tempo pieno con generosi benefit e per i boom di assunzioni - ormai vanta 467.000 dipendenti, secondo datore di lavoro privato del Paese dopo Wal-Mart. Criticata per le condizioni nei giganteschi magazzini. Ancora: osannata per le inedite opportunità offerte ai consumatori. Assalita per la distruzione di piccoli negozi e business locali. Società di record e rivoluzioni, ma anche regina delle controversie. Un’azienda che, più di qualunque altra, oggi rappresenta una nuova era.

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