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La Cina non è l'America dei subprime

Il debito di Pechino

La Cina non è l'America dei subprime

(Reuters)
(Reuters)

L’imputato cinese è sempre lo stesso: la presunta insostenibilità del livello di indebitamento rispetto al Pil (circa il 270%). È il ritmo di crescita del debito – superiore a quelle dell'economia – a “preoccupare” la celebre agenzia di rating.

Direi: nulla di nuovo sotto il sole. Fmi e Moody’s – con il suo downgrade di maggio – hanno a più riprese evidenziato la medesima criticità.

Ma hanno davvero ragione? Solo in parte, a mio avviso. Per quanto il valore assoluto del debito abbia raggiunto cifre stratosferiche (28 trillioni di $ quando nel 2007 ammontavano a 6 trillioni), occorre infatti rilevare che insistono nel contesto cinese condizioni del tutto peculiari tali da indurmi a ritenere che la Cina non stia diventando la brutta copia degli Stati Uniti all’epoca della crisi. A confermarlo alcune evidenze oggettive. La Cina conserva un potenziale di crescita molto maggiore dell’America pre-crisi e grosso modo si autofinanzia: le famiglie, tramite i depositi, finanziano le banche, che a loro volta prestano i soldi alle imprese; un ciclo finanziario opposto rispetto a quelle dei mutui subprime. Il valore degli asset governativi è ancora oggi straordinariamente elevato (1,8 volte il Pil): una condizione che garantisce ampi spazi di intervento in caso di (eventuali) criticità sul fronte del debito. Occorre nel contempo osservare che il debito cinese è quasi integralmente posseduto da sottoscrittori domestici e questo pone relativamente al riparo il Dragone da tempeste finanziarie di natura esogena. Altrettando importante è rilevare come il sistema delle banche sia nelle salde mani dello Stato; questo significa che esiste una cinghia di trasmissione diretta tra chi pensa e chi fa: eventuali criticità percepite (dalla politica) si tradurrebbero in interventi immediati a livello di sistema degli istituti di credito.

Vi sono d’altro canto alcuni elementi a cui la leadership di Pechino deve prestare attenzione. Da un lato, non è pensabile che il valore assoluto del debito cresca indefinitamente e questa operazione può rivelarsi non agevole in un contesto in cui il livello di tassazione è già piuttosto elevato (circa il 35%) e appaiono necessari stimoli ed incentivi per le imprese private affinché investano in innovazione: è, da questo punto di vista, opportuna una profonda ristrutturazione del sistema delle imprese di stato (che assorbono cassa) e l’introduzione di schemi di welfare in grado di stimolare la domanda interna. D’altro canto, è necessario intervenire in alcuni ambiti del sistema finanziario che sono “scappati di mano”; due per tutti: 1)sono in molti ad osservare come si sia ormai prossimi ad una bolla fin-tech in Cina; 2)sono stati immessi sul mercato prodotti finanziari complessi la cui rischiosità appare essere tutt’altro che bassa.

Quel che sorprende comunque, nel complesso, è il timing di questo downgrade: a poco più di tre settimane dal Congresso del Partito e proprio in prossimità della prima emissione di bond in dollari da parte della Banca centrale di Pechino. Dalle nostre parti, si direbbe “rating ad orologeria”; per indurre forse un ulteriore elemento di pressione sul Politburo perché prenda le giuste misure nei confronti della Corea del Nord? Non lo possiamo sapere ma una cosa è certa: guardiamo alla Cina con lenti adatte e giuste per non prendere poi qualche abbaglio.

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