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Manifattura forte, competitività debole

G7 E INDUSTRIA 4.0

Manifattura forte, competitività debole

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La decisione di organizzare quest’anno la prima ministeriale dell’industria nella storia del G7 riflette la forza dell’Italia manifatturiera, presente in quasi tutte le filiere, spesso in posizione di eccellenza, ma anche il bisogno impellente di trovare risposte alle sfide che la Quarta Rivoluzione Industriale propone a un Paese che ha perso molte delle sue grandi imprese, innova abbastanza poco (soprattutto nelle sfera del digitale e della biologia) e soffre di un calo tendenziale della produttività. Non si tratta di guastare l’atmosfera del vertice della Venaria Reale, esempio settecentesco del bello e ben fatto che caratterizza da sempre il Made in Italy, ma di evitare i voli pindarici basati su dati poco credibili e letture agiografiche.

A Torino la settimana prossima si discuterà di futuro, di nuovi processi produttivi abilitati da Internet of Things, Big Data, intelligenza artificiale, robotica, stampa 3-D, nanotecnologie e biotecnologie. Il punto di partenza però è l’industria all’indomani della Grande Recessione. E allora è immediato constatare come l’Occidente nel suo complesso abbia perso competitività tra il 2010 e il 2015, quando ogni anno la Cina ha registrato la più forte crescita del prodotto industriale, installandosi ai vertici del ranking mondiale. Più travagliata la storia recente dell’industria nella Ue-28, che solo nel 2016 ha recuperato i livelli del 2007.

E l’Italia? Non se la passa molto bene, malgrado la congiuntura sia migliorata negli ultimi mesi. Secondo l’indice Eurostat della produzione industriale (base 2010=100), a luglio eravamo a 97,8, un po’ meglio (ma neanche troppo) che la Grecia (95,7), ma indietro rispetto a Germania (114,8) e Francia (104,4), per non parlare dell’Irlanda (157) che secondo alcuni era una tigre di carta. Nel 2005 l’Italia era la quinta potenza manifatturiera mondiale, dopo Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone, nel 2015 la settima, superata nel frattempo da Corea del Sud e India e tallonata dal Regno Unito, altro paese che secondo certi osservatori vive di insidiosa speculazione finanziaria e non di virili nuts and bolts.

Questo panorama è destinato a cambiare radicalmente con l’avvento dello Smart manufacturing? Ci scommettono i G7, soprattutto il Giappone, dove l’output industriale nel 2014 era pari a 84 (fatto 100 il 2007). Uno studio recente di Deloitte Global e Us Council on Competitiveness arriva a predire che nel 2020, cioè in pratica dopodomani, gli Stati Uniti sottrarranno alla Cina lo scettro di Paese manifatturiero più competitivo al mondo, perso nel 2010.

Tutti si stanno attrezzando, con “Industrie 4.0” in Germania, “Industrie du Futur” in Francia e “Society 5.0” in Giappone, senza dimenticare l’Unione Europea con “Digitising European Industry”, nonché le misure a sostegno del Digital Single Market. Facendo gli onori di casa, l’Italia vorrà giustamente presentare il Piano per l’Industria 4.0, lanciato giusto un anno fa, che rende fiscalmente vantaggiosi gli investimenti in beni strumentali a elevato contenuto tecnologico, senza le procedure macchinose che contraddistinguono spesso le politiche pubbliche. Bisogna però riconoscere che, rispetto ai competitor, le risorse a disposizione sono inferiori (complice il fardello del debito pubblico che, come ben richiamato in varie occasioni da Codogno e Galli su queste colonne, piomba le ali delle politiche di rilancio). Anche che il Piano è stato sviluppato senza aver realizzato previamente una riflessione approfondita sullo stato dell’industria italiana, unica via per identificare le criticità strutturali (era stato insediato un fantomatico gruppo di lavoro nel 2014, poi persosi con l’allora ministro...). Mancano per il momento meccanismi di valutazione dell’impatto degli incentivi fiscali sulla produttività e la competitività (come fa invece France Stratégie per il Crédit d’Impôt pour la Compétitivité et l’Emploi).

Il Piano è comunque un passo nella giusta direzione, anche se non ha poteri taumaturgici di trasformazione del tessuto industriale italiano. La diffusione capillare delle tecnologie abilitanti richiede competenze per utilizzare i macchinari (e su questo il Governo è orientato ad agire già da quest’anno), così come strumenti cognitivi e culturali per capirne l’importanza. E qui si ricade una volta ancora nella difficoltà delle piccole e medie imprese italiane a professionalizzare il management, orientare gli investimenti sulla ricerca e sviluppo di frontiera, partecipare a processi di open innovation con imprese grandi (che in Italia latitano), proteggere la proprietà intellettuale, minimizzare il rischio informatico, influenzare il dibattito pubblico e difendere l’interesse nazionale senza cadere nella trappola del protezionismo. Sfide molto concrete che si aggiungono agli ostacoli amministrativi all’innovazione in Italia – la regionalizzazione dei comitati etici che appesantiscono la sperimentazione clinica, per esempio, oppure il mancato avvio dei Freunhofer italiani su cui ha posto l’attenzione Dario Di Vico. L’augurio è che gli scambi del G7 ispirino i nostri policy maker nella definizione di meccanismi di coordinamento che suppliscano le carenze del mercato in un campo tanto complesso come la politica industriale.

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