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Destra xenofoba vero fattore chiave a Berlino

il voto tedesco

Destra xenofoba vero fattore chiave a Berlino

Un manifesto elettorale dell'Afd in vista del voto del 24 settembre. Nel cartellone la scritta (tradotto in italiano) “I nuovi tedeschi? Ce li facciamo da soli”. Ansa
Un manifesto elettorale dell'Afd in vista del voto del 24 settembre. Nel cartellone la scritta (tradotto in italiano) “I nuovi tedeschi? Ce li facciamo da soli”. Ansa

Tutta Europa attende con apprensione il voto di domani per verificare se anche in Germania i sondaggi hanno sottostimato una collera nazionalista così indicibile da essere confessabile solo a sé stessi e solo dal pulpito solitario di una cabina elettorale. Quello che è certo è che, a distanza di 72 anni, sentiremo ancora proclamare sotto la cupola del Parlamento di Berlino termini come “deportazione degli stranieri”, Umvolkung e impurità della razza tedesca. Alternativa per la Germania (AfD), il partito xenofobo, che per ragioni tattiche molti evitano di chiamare nazista, entrerà al Bundestag e potrebbe emergere dalle urne come il terzo partito tedesco.

Bisogna cogliere sintomi da veri intenditori della politica tedesca per misurare la preoccupazione a Berlino.

Nei giorni scorsi, per esempio, sono state modificate le regole di funzionamento della Commissione Bilancio del Bundestag, l'organo più importante del parlamento dal quale passano non solo tutte le leggi di spesa tedesca ma – spesso con potere di veto – anche tutte le decisioni che presiedono ai trasferimenti finanziari verso l’Euro-area, a cominciare da quelli per l’assistenza ai Paesi in crisi e i fondi salva-Stati. Da sempre la presidenza della Commissione è assegnata al primo partito di opposizione.

Nel caso di una Grosse Koalition tra Cdu e Spd, la presidenza potrebbe dunque andare ad AfD. Il partito anti-europeo potrebbe bloccare le decisioni, allungarne i tempi, rivelare informazioni riservate e sicuramente gettare un ferro negli ingranaggi che Wolfgang Schäuble ha saputo oliare in questi anni assicurando il consenso del Bundestag a tutte le decisioni prese a Bruxelles da lui e dalla cancelliera Merkel. Un accordo riservato tra i partiti tradizionali prevede ora che a capo della Commissione sieda invece il politico con la maggiore anzianità di servizio parlamentare: cioè chiunque purché non sia di AfD.

Ma non basterà qualche trucco di mano per governare lo shock di AfD al Bundestag. Di fronte al pubblico, il partito xenofobo assumerà un ruolo pienamente istituzionale. Avrà per esempio la parola come primo partito nel dibattito sulla legge di Bilancio, il pilastro dell’attività parlamentare. Il partito imprimerà il suo tono ferino al confronto tra i partiti. D’altronde, ci sono ombre in ogni sistema democratico, anche nel capitalismo ben funzionante della Germania. In quelle ombre AfD si muove meglio degli altri. Ha catturato i consensi dei più sciovinisti irritati dall’apertura di Angela Merkel ai rifugiati siriani e ha fatto propria la protesta della classe medio-bassa che votava Spd, ma che ha visto sparire l’edilizia sociale e tagliare gli stipendi per i posti di lavoro a bassa qualificazione, fenomeni che non scompariranno senza una riflessione fondamentale sulle democrazie occidentali. Infine AfD ha padroneggiato la retorica anti-euro lasciata scoperta dai liberali (Fdp) finché su di essi aveva presa la coscienza morale di Hans Dietrich Genscher. Morto nel 2016 l’anima nobile del partito, i liberali hanno cavalcato la ribellione dei tedeschi alla narrazione auto-costruita – una nuova identità nazionale, orgogliosa e diffidente al tempo stesso – secondo cui saranno loro a pagare per tutti gli scansafatiche europei.

La minaccia di AfD è diventata così il fattore critico nelle possibili coalizioni del prossimo governo. Una Grande Coalizione lascerebbe ad AfD il primato dell’opposizione anche nei collegi locali. Per questo i peones cristiano-democratici e socialdemocratici preferiscono altre alleanze. La nuova legge elettorale ha moltiplicato il numero dei seggi al punto da rendere incerta la soglia – tra il 46% e il 48% dei voti – che garantisce la maggioranza dei seggi. Ma senza l’Spd, la Cdu dovrebbe allearsi non solo con i liberali ma anche con i Verdi, nella cosiddetta coalizione “Giamaica” in cui liberali e verdi rappresentano però poli opposti della politica europea di Berlino.

L’Fdp viene connotato da decenni come un Umfallerpartei, cioè un partito di gente che cambia casacca con disinvoltura. Tuttavia, è risorto cavalcando il tema dell’anti-europeismo e difficilmente rinuncerà al suo elemento di presa sull’elettorato. Nel governo di coalizione 2009-2013, l’Fdp era l’ala intransigente che – come oggi – chiedeva l’espulsione della Grecia (e non solo) dall’euro. Tuttavia, entrato al governo con il 13% dei voti ne uscì con il 4,5%, cannibalizzato da Schäuble e dal Fiscal compact, una proposta così rigorosa da svuotare ogni richiesta di ulteriore radicalizzazione da parte dell’Fdp. Proprio il trauma del 2013, spinge oggi i liberali a chiedere la testa di Schäuble o quantomeno il suo ministero, che difficilmente lasceranno ai Verdi.

La cancelliera Merkel preferirebbe evitare una coalizione con i liberali, ma a novembre dovrà affrontare il congresso del suo stesso partito la cui base invece vede nei liberali gli alleati naturali. Per quanto Merkel possa far leva sul successo di domenica, sarà al suo ultimo mandato. Il partito la guarderà da lunedì come una cancelliera non più ricandidabile e in questo senso a fine corsa. Dovesse imporre, contro la base, una Grande Coalizione, darebbe un segnale di isolamento che qualcuno interpreterebbe come un mandato incompleto, da concludere con la presidenza tedesca dell’Ue del 2020, ma i vertici del partito sanno bene che la Grande Coalizione avrebbe la certezza della maggioranza sia al Bundestag sia al Bundesrat, mentre un governo Cdu-Fdp, anche con i Verdi, che pure ha la simpatia dei collaboratori stretti della cancelliera, Peter Altmaier e Jens Spahn, farebbe molta più fatica a far approvare nelle Camere le proposte dell’esecutivo.

Proprio l’assenza di una comoda maggioranza parlamentare a sostegno del governo, farebbe rientrare in gioco “Alternative für Deutschland” che potrebbe diventare il partito che controlla i voti indispensabili per approvare al Bundestag e al Bundesrat solo le opzioni più radicali, avanzate da un ministro delle Finanze liberale anti-europeo, scatenando una competizione nazionalista, tra liberali, cristiano-sociali o ex comunisti, a chi si presenterà come paladino dell’esclusivo interesse del popolo tedesco.

La cancelliera Merkel rischia quindi di essere in trappola: se replica la Grande Coalizione, lascia ad AfD il monopolio dell’opposizione per i prossimi quattro anni; ma se sceglie una coalizione meno salda, permette agli estremisti di destra di decidere gli equilibri delle votazioni al Bundestag facendo sorgere un’ampia area politica neonazionalista.

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