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La forza dell’export, la debolezza del sistema

L'Analisi|Industria e sviluppo

La forza dell’export, la debolezza del sistema

Il recupero per l’industria italiana sta avvenendo attraverso l’export. Ma, questo, non è stato sufficiente – almeno finora - a costruire le basi di una vera e duratura crescita. I due elementi – l’interesse della domanda internazionale per i prodotti italiani e l’incapacità da parte delle élite delle imprese esportatrici di produrre un effetto sistemico profondo – sono ben rappresentati da due dati statistici. Il primo è congiunturale e il secondo è strutturale. Entrambi riguardano l’industria meccanica. Il primo è la forza preponderante della meccanica nel quadro dei sistemi distrettuali fotografati – nel secondo trimestre di quest’anno – dal Monitor di Intesa Sanpaolo. Il secondo è il gap riscontrato da Federmeccanica fra il 2008 e oggi. Secondo il Monitor di Intesa Sanpaolo, l’export della meccanica è salito del 5,6% (più delle analoghe filiere tedesche). Stando a Federmeccanica, posto a 100 nel primo trimestre del 2008 l’indice dei 28 Paesi dell’Unione europea, nel secondo trimestre di quest’anno –oltre dieci anni dopo – l’Italia è ancora a 74,2 punti. Fa peggio di noi - con 69,9 punti – la Spagna, che però non ha una struttura industriale e una identità manifatturiera paragonabili alle nostre. La Francia fa meglio, con 81,6 punti. Un Paese di recente rifioritura produttiva come la Gran Bretagna – in cui, Brexit a parte, è molto forte l’automotive industry che rappresenta un comparto siamese della meccanica – segna 98,3 punti. La Germania è addirittura a 104,5 punti, ben sopra ai livelli del 2008. In generale, l’Unione europea a 28 Stati membri si attesta, con la sua meccanica, a 95,3 punti. Dunque, l’Unione europea ha recuperato il terreno perduto negli anni degli recessione. L’Italia, no. Non lo ha fatto la sua meccanica. Che è appunto un pezzo fondamentale del nostro Paese. A questo punto, appare chiaro che, per rendere coerenti i due dati, occorra provare a capire che cosa è successo nella fisiologia economica e sociale profonda dell’Italia. Per rendere conciliabile forza dell’export e debolezza della Nazione, c’è prima di tutto la terribile afasia del mercato interno. Ma c’è anche la reale capacità di contaminazione della realtà circostante esercitata dalle imprese esportatrici. I vecchi modelli input-output spiegavano bene gli spillover. Il problema è che, oggi, queste ricadute positive paiono essere molto tenui. Le imprese vanno bene all’estero. E, probabilmente, in Italia ancora più che negli altri Paesi europei producono ricadute positive altrove – a Boston o a Hong Kong, nel Michigan o in Messico – secondo flussi determinati – nonostante le incognite degli ultimi mesi - più dalle catene globali del valore e dai global production network che non dalle vecchie dinamiche impresa-comunità-territorio-Paese. E, così, l’èlite esportatrice non fa sistema e rischia di essere composta da imprese, nella sostanza, apolidi.

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