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Se la stabilità è un valore condiviso

L'Analisi|Scenari

Se la stabilità è un valore condiviso

Passate le elezioni tedesche, il 24 settembre, la strada è aperta per l’avvio del negoziato per il completamento dell’unione economica e monetaria – in primo luogo con l’approvazione del pilastro mancante dell’assicurazione transfrontaliera dei depositi bancari e l’introduzione di un back-stop fiscale di ultima istanza del Fondo europeo di risoluzione delle banche in crisi e dell’istituendo Fondo di assicurazione dei depositi bancari.

Su questi temi, la posizione della Germania si articola nel duplice asse di rafforzare la disciplina di mercato sui Paesi più indebitati, introducendo una clausola di ristrutturazione automatica dei debiti sovrani per quei Paesi che debbano ricorrere al sostegno del cosiddetto Fondo salva stati (European stability mechanism, Esm) e una penalizzazione dei portafogli di titoli sovrani dei Paesi più indebitati negli attivi delle banche (rendendo tali titoli “rischiosi” ai fini del calcolo del capitale prudenziale delle banche). Continua a opporsi a ogni ipotesi di emissione di debito con garanzie comuni e di stabili trasferimenti di fondi di bilancio tra i Paesi della zona euro; vorrebbe assegnare poteri più incisivi di disciplina sulle politiche di bilancio dei Paesi indebitati all’Esm, sottraendone la sorveglianza alla Commissione europea, considerata troppo «politicizzata». La Francia ha rilanciato l’idea di un bilancio della zona euro per sostenere gli investimenti, con relativo ministro europeo delle Finanze con poteri discrezionali di spesa, assoggettato al controllo di un apposito comitato euro da istituire nel parlamento europeo. Non sembra caldissima sul completamento dell’unione bancaria ed è ostile a ogni trasferimento di sovranità in materia di bilancio alle istituzioni comunitarie.

Qual è in questo contesto l’interesse dell’Italia? Nell’immediato, è nostro interesse prioritario completare l’unione bancaria. C’è chi argomenta che non ci conviene, perché dovremmo accettare contestualmente le condizioni tedesche sulla ristrutturazione del debito e i titoli sovrani nel bilancio delle banche. Quel che a mio avviso sfugge ai sostenitori di questa tesi è che, finché non avremo l’assicurazione comune dei depositi, l’Italia resta esposta a nuovi shock finanziari che farebbero scattare il circolo vizioso “diabolico” tra crisi del debito e crisi bancaria già visto in azione nel 2011-12. La possibilità che ciò avvenga implica costi del denaro più elevati (lo spread) per le imprese e i consumatori italiani, oltre che per lo stato, e un forte freno agli investimenti produttivi e all’afflusso dei capitali dall’estero.

Sia la ristrutturazione del debito, sia l’esplicita penalizzazione dei debiti sovrani nel bilancio delle banche sarebbero molto dannosi non solo per noi, ma anche per la stabilità stessa dell’eurozona. Sulla ristrutturazione del debito non c’è bisogno di guardare troppo lontano per convincersi: l’annuncio franco-tedesco, a Deauville nell’ottobre 2010, della decisione di obbligare i creditori privati della Grecia ad accettare la ristrutturazione dei loro crediti verso quel Paese fu il detonatore della crisi finanziaria che quasi travolse anche la Spagna e l’Italia (e la Francia sarebbe venuta subito dopo). Senza alcun dubbio, una ristrutturazione del debito pubblico italiano metterebbe in ginocchio il sistema bancario del nostro Paese e, con esso, quello dei partner europei; annunciandola, la crisi potrebbe di colpo avvicinarsi al presente. Analogamente, la decisione di rendere rischiosi i titoli sovrani italiani nel bilancio delle banche potrebbe indebolire la stabilità del settore agli occhi degli investitori e ridurre la disponibilità di credito.

Tuttavia, per sbloccare il negoziato una risposta alle preoccupazioni tedesche per l’elevato livello del nostro debito e la connessa rischiosità delle nostre banche va trovata. Questa potrebbe consistere nel riportare al centro del Patto di stabilità gli obblighi di riduzione del debito pubblico in rapporto al Pil. Serve una regola semplice e facilmente verificabile. Il complesso marchingegno costruito sull’obiettivo di medio termine sul disavanzo, la matrice di flessibilità, l’output gap, potrebbe essere smantellato. Naturalmente, una tale formula funzionerebbe solo se l’Italia si desse per prima obiettivi stringenti di alleggerimento del debito, con impegni credibili. Non credo sia necessario partire subito con la regola “del ventesimo dello scarto” nel rapporto debito/Pil; basterebbe probabilmente l’annuncio credibile del cambio di direzione.

Lo schema potrebbe essere completato rafforzando i poteri della vigilanza europea, facendo rientrare nelle regole sulle “larghe esposizioni” anche quella verso i debiti sovrani – con sentieri di aggiustamento pluriennali gestibili senza sussulti sui mercati. In tale modo non si avrebbe più una differenziazione tra i titoli sovrani, ma solo un impegno di diversificazione applicabile a tutte le banche europee.

Insomma, si dovrebbe provare a convincere i tedeschi che gli obiettivi di disciplina e stabilità sono condivisi, ma che vi sono modi migliori per realizzarli di quelli destabilizzanti per tutti che hanno in mente.

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